Che vacanze farai? di Achille Aveta (Pubbl. 13/07/2017)

Siamo finalmente giunti in quel tempo dell’anno in cui studenti, lavoratori e pensionati sperano di realizzare una vacanza, più o meno breve,  che rigeneri corpo e spirito dalle fatiche dei rispettivi impegni. Periodici, specializzati e non, propongono mete per tutte le tasche e per ogni tipo di interesse. Tuttavia, poco si parla di un turismo eticamente orientato, quello di cui tratta il “Codice Mondiale di Etica del Turismo”, adottato nel 1999 dall'Assemblea Generale dell'Organizzazione Mondiale del Turismo di Santiago del Cile, e che ha come obiettivo fondamentale quello di promuovere un turismo responsabile, sostenibile e accessibile a tutti (il testo italiano del Codice si può scaricare qui: http://www.ontit.it/opencms/opencms/ont/it/documenti/02289 ).

Una vacanza può sollevare non pochi problemi morali, basti pensare a quello che eufemisticamente viene definito “turismo sessuale”, che purtroppo annovera ancora non pochi italiani tra i suoi fruitori. Ma, più semplicemente, si pensi ai vacanzieri irrispettosi dell’ambiente, dell’identità culturale e della sensibilità altrui, e a quanti si industriano a procurarsi in modi illeciti “souvenir” da esibire poi come “prede di guerra” (mi riferisco ai visitatori di scavi archeologici o a bagnanti che fruiscono della bellezza di spiagge sottoposte a vincoli paesaggistici). A questi temi mi ha fatto pensare un amico, che talvolta trascorre periodi di vacanza in Africa, in una lussureggiante oasi ai margini del Sahara. A proposito dei piccoli disagi ai quali occorre abituarsi quando si visitano quelle località, egli ha menzionato il fatto che è impensabile fare una doccia quotidiana, non perché manchi l’acqua, ma per il rispetto che si deve al valore che l’acqua ricopre per gli abitanti di quei luoghi; tantomeno è pensabile armarsi di macchina fotografica e fare irruzione in cerimonie sacre celebrate da persone con sensibilità religiose distanti dalle nostre. Dalla conversazione avuta con lui ho tratto la conclusione di trovarmi di fronte a un viaggiatore responsabile. Ben altra esperienza ebbi tempo fa, mentre ero in visita al campo di concentramento di Dachau, in Baviera. Mi trovavo dinanzi ai forni crematori, con un groppo in gola, assorto in tanti pensieri sulla crudeltà umana e su quanto avevano scritto Primo Levi e Bruno Bettelheim circa la sofferenza patita in quei luoghi, quando, all’improvviso, il silenzio che aleggiava in quei luoghi fu turbato da un disturbante vocio intercalato da volgari sghignazzi, che non comprendevo perché non erano espressi in italiano; mi girai e vidi alcuni skinheads che gironzolavano per il campo, seguiti a distanza dal personale di vigilanza del Campo. Dopo un po’ l’eco di quella sgradita presenza si dissolse e potei continuare la mia visita. All’uscita dal Campo c’era un registro sul quale i visitatori potevano lasciare i propri pensieri: c’erano frasi scritte in tante lingue, ma girando una pagina ebbi la sensazione che si prova quando si riceve un colpo allo stomaco: intere pagine contenevano simboli nazisti frammisti a frasi antisemite. Disgustato, ripensai ai naziskin che avevano interrotto il mio raccoglimento dinanzi ai forni e rimuginai su che razza di turisti fossero quei balordi, che profanavano in modo così volgare la solennità di quel “tempio della memoria”. Poi chiesi in inglese al custode, che presidiava la sala dov’era posto il registro, perché non avesse strappato i fogli sui quali erano state scritte quelle oscenità e lui cortesemente rispose: «Anche questa è testimonianza. Coloro che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo.»