Referendum: appello al voto, appello al SI di Gaetano Placido (pubb. 13/04/2016)

Ormai ci siamo. Il Referendum sulla proroga o meno delle trivellazioni nei nostri mari alla ricerca di gas e petrolio è al suo approdo finale. Come avevamo evidenziato in un precedente articolo, solo in prossimità delle votazioni il dibattito ha in parte scardinato il muro di gomma, o di sommessa informazione, costruito attorno alla vicenda dai maggiori media nazionali. Segno evidente che la posta in gioco è molto più alta di quanto l’opinione pubblica possa immaginare. Anzitutto i cospicui profitti delle multinazionali impegnate nei lavori di trivellazione dei nostri mari. Non più di tre: L’Eni, azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, la francese Edison che ne possiede 15 e l’inglese Rockhopper con una. Di qui il silenzio calato sui richiami delle associazioni ambientaliste, tra cui Legambiente, per le quali dei 40 miliardi di utile ricavabili dalle estrazioni solo lo 0,9% ritornerebbe allo Stato, perché il greggio appartiene a chi lo estrae. Un utile dunque esiguo per la collettività, a fronte di un elevatissimo rischio ambientale. Secondo Greenpeace, che ha effettuato prelievi intorno alle piattaforme, risultano contaminati più di due campioni su tre, considerato che la metà delle piattaforme sono antecedenti al 1986. Non a caso la Croazia ha deciso la sospensione estrattiva e la Francia si appresta a farlo. Né convincono le obiezioni del fronte del NO, per il quale la vittoria del SI metterebbe a repentaglio numerosi posti di lavoro. Perchè stiamo parlando di una interruzione delle attività procrastinata nel tempo (dal 2018 al 2034) e perché un’eventuale contrazione occupazionale, peraltro ampiamente ammortizzabile con un processo di riconversione in energie rinnovabili, non è minimamente comparabile a quella che si determinerebbe nel settore turistico, nostro vera e strutturale ricchezza. E poi c’è la questione più dirimente di tutte: l’impatto ambientale. L’Italia ha sottoscritto alla conferenza sul clima di Parigi il blocco dell’aumento della temperatura entro 2 gradi. Per arrivarci occorre tagliare subito l’uso dei combustibili fossili. Quale migliore occasione di quella offerta dalla sospensione delle concessioni a scadenza di contratto, visto che stiamo parlando di meno dell’1% del petrolio e di meno del 3% del gas utilizzato nel nostro Paese? Per queste ragioni domenica 17 aprile andare a votare, e votare SI, significherà imporre al governo la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche in grado di liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili. Un cambio di rotta inderogabile per la salvaguardia dell’ambiente e, dunque, del futuro delle nuove generazioni.