IL PUNTO - L'arte di ottenere ragione di Achille Aveta  (Pubbl. 12/10/2016)  

Sul tema del referendum costituzionale stiamo assistendo a confronti televisivi senza esclusione di colpi tra sostenitori del “No” e promotori del “Sì”. Personalmente ho ricavato l’impressione che, nella stragrande maggioranza dei casi, in questi dibattiti la principale preoccupazione dei “contendenti” sia prevalere sulle controparti, senza particolare attenzione alle ragioni per le quali si dovrebbe votare per l’opzione proposta. Per esempio, chi è per il “Sì” si vanta del fatto che finalmente in questa Legislatura si è riusciti a raggiungere un obiettivo che tutti avevano fallito in passato. Invece, chi propende per il “No evidenzia il modo in cui si è arrivati a questa riforma costituzionale: un Parlamento, illegittimo per l’incostituzionalità della legge elettorale (il Porcellum), e una maggioranza, raccogliticcia e sostenuta in modo decisivo dai voltagabbana, hanno messo mano a uno stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e che in tanti hanno definito la più bella e avanzata del mondo. I sostenitori del “Sì” affermano che la riforma riduce i costi della politica, cancellando le indennità per i senatori non elettivi. Chi sostiene il “No” ammette che il risparmio c’è, ma è “di spiccioli”, circa 40 milioni di euro. Per risparmiare la stessa cifra, sarebbe stato sufficiente decurtare del 10% lo stipendio complessivo di deputati e senatori, senza toccare la Costituzione. Con la riforma proposta si trascura che la gran parte dei costi viene non dalle indennità, ma dalla gestione degli immobili, dai servizi, dal personale; anche il senatore non elettivo ha un costo per la trasferta e la permanenza a Roma, nonché per l’esercizio delle funzioni (segreteria, assistente parlamentare, ecc.). Risparmi maggiori si sarebbero avuti – anche mantenendo il carattere elettivo – riducendo la Camera a 400 deputati, e il Senato a 200. Perché non si è proceduto in questa direzione? Argomento ripetuto spesso da chi sceglie il “Sì” è che il Senato non elettivo serve a superare il bicameralismo paritario, fonte di continui e gravi ritardi. Ma è vera questa affermazione? Si poteva giungere a un identico bicameralismo differenziato lasciando la natura elettiva del Senato. In ogni caso, le statistiche parlamentari – disponibili sul sito del Senato – ci dicono che nella legislatura 2008-2013 le leggi di iniziativa governativa, che assorbono in massima parte la produzione legislativa, sono arrivate all’approvazione definitiva mediamente in 116 giorni. Addirittura, per le leggi di conversione dei decreti legge sono bastati 38 giorni, che scendono a 26 per la conversione dei decreti collegati alla manovra finanziaria. Con la riforma della Costituzione non si accorciano i tempi dell’iter legislativo, anzi quest’ultimo si complica e si allunga; per giunta, aumenta il rischio di conflitti tra Governo e Parlamento, fra Camera e Senato, fra Parlamento e Regioni. Questi pochi esempi sono sufficienti per rendersi conto che, se non ci si informa adeguatamente, è sempre incombente il rischio di essere intrappolati dagli stratagemmi dialettici adoperati da chi affronta le discussioni con l’intento di ottenere ragione indipendentemente dal fatto di averla, senza badare alla veridicità di quanto si afferma. Come difendersi? Un modo può essere documentarsi sugli stratagemmi più spesso usati per avere la meglio su chi non la pensa come noi, leggendo per esempio il volumetto del filosofo Arthur Schopenhauer (1788 – 1860), intitolato “L’arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi” (Mondadori, 1994).