Chi la spara più grossa? di Gaetano Placido (Pubbl. 09/01/2018)

Siamo entrati nel vivo della campagna elettorale con i partiti e le coalizioni che scaldano i motori, approntano liste e presentano programmi agli elettori. Tuttavia, al di là degli esiti della competizione, la principale incognita resta quella della partecipazione al voto. Un dato che, a guardare i pronostici, ancora registra elevatissimi tassi di assenteismo. Lo abbiamo più volte rimarcato, la disaffezione dell’elettorato ha connotazioni sempre più allarmanti. E non sembra che la questione preoccupi più di tanto le formazioni in campo. Ha ragione il sociologo De Masi, attento osservatore delle dinamiche politiche, “A guardare i programmi elettorali sempre più siamo in presenza di messaggi che guardano al particulare e non ad un progetto in grado di imprimere una svolta alle difficoltà del Paese”.  Di qui la sarabanda di annunnci: “abolizione del canone TV, taglio delle tasse, Bonus, cancellazione della riforma Fornero, ecc.”. Proclami strombazzati ai quattro venti senza peraltro chiarire come si possano attuare senza intaccare ulteriormente il nostro insostenibile debito pubblico. Per la serie: chi la spara più grossa?

Gli elettori italiani, abituati da anni ad assistere a promesse disattese, appaiono sempre più disorientati e, quel ch’è peggio, sconfortati. Dicevamo, manca un progetto. Si omette di indicare le vere priorità da affrontare, quali l'alta disoccupazione, in particolare giovanile e femminile, le disuguaglianze sociali, economiche e territoriali. Disoccupazione e disuguaglianze che, come ha dichiarato la Camusso, “Non rappresentano un destino ineluttabile, per questo serve un deciso cambio di rotta rispetto alle politiche messe in campo fino ad oggi”.  Servirebbe una concezione diversa, di lungo termine, il contrario di misure pubblicitarie e miracolistiche che stanno contrassegnando l’agone elettorale. Occorrerebbe ripartire dal lavoro, un lavoro non precario, con diritti e tutele, anche sul versante pensionistico, come risposta prioritaria da offrire ai giovani. Bisognerebbe tornare ad investire nei beni comuni, dopo anni connotati da pochi investimenti, limitata redistribuzione della ricchezza e politiche di indebolimento delle prerogative pubbliche. Una nuova idea di sviluppo che tenesse conto della sostenibilità ambientale e sociale, dell’innovazione e di una maggiore coesione tra il Nord ed il Mezzogiorno del Paese. Sarebbe necessario rafforzare il welfare, la rete di protezione sociale nella sanità, nell’istruzione, nei servizi, nei trasporti, nella salvaguardia del territorio, valorizzando davvero il nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Un percorso virtuoso in grado poi di imporre contestualmente un cambiamento delle politiche europee a cominciare dalla cancellazione del fiscal compact. Ovvio che tutto questo presupporrebbe una classe politica autorevole e credibile, non certo quella che ancora continua a costruire programmi elettorali fondati su ammiccamenti contingenti, incapace di rappresentare una reale prospettiva di cambiamento e di costruire una forte partecipazione democratica, a partire dalle nuove generazioni. Quelle del ’99 a cui ha fatto riferimento Sergio Mattarella nel suo messaggio di fine anno.