La Caporetto della sinistra di Gaetano Placido (Pubbl. 06/03/2018)

Lo diciamo anche noi senza mezzi  termini, per la sinistra è stata una vera Caporetto, la cronaca di una morte annunciata. Per anni abbiamo assistito alla sua dolorosa agonia, malamente esorcizzata dal suo gruppo dirigente. A poco sono valsi i  tardivi  sforzi  degli scissionisti del Pd, Leu ed altre  sparute pattuglie, per arginare una progressiva ed ineluttabile emorragia di consensi e ricostruire un’identità perduta. Il dado era ormai tratto, Renzi ed i suoi sodali avevano irrimediabilmente dilapidato un patrimonio di storia, di cultura, di impegno civile. Anni di collateralismo e di malcelato sostegno al sistema bancario, agli apparati finanziari, alle lobby affaristiche hanno cancellato sogni, idealità, voglia di riscatto. Il tutto drammaticamente amplificato da una crisi economica devastante, che pesa tuttora come un macigno su milioni di famiglie, private di qualunque certezza e condannate ad un futuro sempre più cupo A nulla sono valse le operazioni di maquillage del governo Gentiloni in tema di diritti civili (testamento biologico, unioni civili, immigrazione), per marcare le distanze dalle posizioni neoconservatrici di Leghisti e neofascisti. Così come è stato velleitario pensare che gli interventi caritatevoli per ridare fiato alle magre  risorse dei meno abbienti e del ceto medio (gli 80 euro, le mance ai diciottenni, ecc.) potessero supplire all’assenza di provvedimenti strutturali su lavoro, Mezzogiorno, disoccupazione giovanile. Di qui l’exploit dei pentastellati. Nella maggioranza del popolo italiano è prevalsa la protesta antisistema. Un grido di dolore, disperato ed esasperato, che ha scompaginato i vecchi assetti di potere, tirando nel baratro la seconda Repubblica. Nello stesso elettorato moderato, tradizionale asse portante della politica italiana, è prevalsa non già la paura del nuovo, bensì la voglia di rottura, nell’auspicio di riuscire ad interrompere una china perversa, percepita come un qualcosa che non ha soluzione di continuità. Un incubo già vissuto in tante parti dell’Unione. Nella Francia di Macron, nella Spagna di Rajoy, nella Germania della Merkel e soprattutto nei paesi dell’est che hanno riesumato i fantasmi del fascismo.

Che fare? Anzitutto avviare da subito, a partire dal PD, (e non soltanto dopo l’insediamento del nuovo governo come dichiarato da Renzi, n.d.r.) una seria autocritica per  analizzare a fondo le cause della pesante sconfitta subita e rimuovere una nomenclatura colpevole di aver amplificato il vento iperliberista della globalizzazione. (Job Act docet!). Poi rielaborare una strategia di medio e lungo termine per ricostruire il senso di appartenenza e l’adesione ai valori fondanti della sinistra, rilanciando un moderno New Deal, un piano di riforme economiche e sociali nel segno dell’equità e della redistribuzione del reddito, capace di risollevare il Paese dalla grande depressione che lo ha travolto. Infine rifondare il Welfare, includendo le nuove generazioni deprivate di ogni diritto ed ogni tutela.

Un processo rigenerativo che deve servire da esempio trainante anche per l’intera Europa, se non si vuole che le spinte secessioniste, gli egoismi localistici, continuino a proliferare ed a partorire quei  mostri  che tante tragedie hanno disseminato nella sua storia passata.

Ma bisogna fare presto. Prima che sia troppo tardi.