Il voto e la sovranità del popolo di Giuseppe Capuano (Pubbl. 02/03/2018)

Ci siamo. Domenica 4 marzo si vota per il rinnovo del Parlamento, della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. A queste elezioni, come poche volte nella nostra storia, ci siamo arrivati alla scadenza naturale, dopo cinque anni, come prescrive la Costituzione. Tre governi si sono succeduti: la breve esperienza di Letta, cancellata dal famoso stai sereno di Renzi; il governo Renzi, travolto dalla sconfitta al referendum che chiedeva agli italiani un giudizio sulla riforma/stravolgimento della Costituzione e l’ancora in carica governo Gentiloni. A decidere la sorte dei tre governi non è stato il Parlamento, ma, in buona sostanza, il Presidente Napolitano e la segreteria del PD. I parlamentari hanno mostrato davvero poca autonomia di giudizio. Del resto erano stati tutti nominati dalle segreterie di partito, come prevedeva la legge elettorale allora vigente. C’è da chiedersi come mai i renziani siano stati la maggioranza visto che segretario del PD all’epoca era Bersani. Così come c’è da chiedersi che fine abbiano fatto i parlamentari di SEL, la formazione politica costruita da Niki Vendola, che in questa legislatura si è dissolta lasciando emblematicamente due tracce diverse, se non opposte: la Presidente della Camera Laura Boldrini e Gennaro Migliore, passato tempestivamente da capogruppo di SEL a esponente di punta del PD targato Renzi. Ma si sa, in politica la scelta dei tempi è essenziale e in questo Renzi si è mostrato un maestro, anche se la sua spocchia da bullo di periferia l’ha portato ad osare troppo rischiando di far affondare la sua stessa nave.

Questo Parlamento, imbrigliato dalle vicende dei leaders dei maggiori partiti, ha prodotto guasti immani, come la legge di riforma del mercato del lavoro (il Job Act), la riforma/ mercificazione del Ministero per i beni culturali, la riforma della buona (!?) scuola e una legge elettorale che è una vergogna giuridica oltre che morale. Al contempo, importanti inchieste e documenti sono stati prodotti e discussi nelle Commissioni parlamentari (su mafia, sul lavoro, sull’immigrazione e i diritti umani) senza però riuscire a trasformarsi in concrete azioni d’indirizzo e di produzione legislativa. I Governi, che secondo la Costituzione dovrebbero amministrare la res pubblica, hanno avocato a sè la funzione legislativa, alienandola al Parlamento. Che fare allora il 4 marzo? Certamente bisognerà andare a votare, perché la democrazia è una cosa seria e la sovranità appartiene al popolo elettore. Come votare? Non turandosi il naso, ma percependo bene gli odori del marcio, della corruzione, della disonestà, dell’appropriazione indebita di un ruolo, quello politico, che ha grande valore civile e sociale, infangato da pluricondannati che hanno provato a sottrarre speranza al Paese. Votiamo per chi si è pronunciato con chiarezza per la pace nel mondo, per una maggiore giustizia ed uguaglianza sociale, per chi non vuol continuare a sperperare risorse in spese militari ed a tagliare il welfare, la sanità, la scuola pubblica. Votiamo per chi è riconosciuto per onestà ed integrità morale. Votiamo per chi non promette tagli di tasse ad esclusivo vantaggio dei ceti ricchi. Votiamo per chi non promette favori, altrimenti il conto da pagare sarebbe davvero salato. Votiamo per chi può aiutarci a vincere le nostre paure, le nostre insicurezze, invece di far fortuna su di esse. Votiamo per coloro che si impegnano a garantire un futuro anche a quei tanti esseri umani che, oppressi da fame, guerra e disperazione, tentano di ricostruirsi una vita in un pezzo di terra a forma di stivale.