"Sfrattati" 

di Giuseppe Capuano (Pubbl. il 23/05/2016)

Nel 2015 Giuseppe Marotta, un ufficiale giudiziario di Milano, ha scritto e pubblicato per Corbaccio editore “Sfrattati”. Prescindendo dal valore letterario dell’opera, peraltro ampiamente riconosciuto, il libro di Marotta ha un doppio merito. La Milano che viene raccontata dall’autore mostra il volto più duro, a volte crudele, della crisi economica che da anni attanaglia l’Italia. Un racconto senza numeri, senza cifre sulle percentuali di crescita, sulla disoccupazione, ma pieno di storie di persone vere che hanno intrecciato la loro vita con quella della metropoli. Lo sguardo è quello di un operatore della giustizia, l’ufficiale giudiziario che incarna un sistema dalle mille sfaccettature. Marotta, saggiamente, più volte ricorda nel suo testo che l’ufficiale giudiziario è colui che imbraccia la scure della giustizia che si abbatte sulle persone segnando la fine di un loro percorso di vita, ma è anche colui che riporta speranza a chi ha subito terribili torti. Ciò che ci ha colpito nella lettura del libro è che nell’affrontare la risoluzione di storie drammatiche il nostro operatore milanese è solo, nella responsabilità e nel ruolo, ma si confronta, a volte si scontra, con le istituzioni di riferimento e opera in un contesto ben definito. I servizi sociali, per quanto insufficienti esistono, le procedure per l’assegnazione di alloggi popolari, seppur lente e a volte contraddittorie, sono chiare. Proviamo a confrontare due realtà, Milano e Napoli, attraverso una chiacchierata fatta con alcuni ufficiali giudiziari napoletani. Per motivi legati alla complessità delle funzioni svolte, in accordo con il nostro interlocutore, useremo uno pseudonimo. Ce ne scusiamo con il lettore. Anita, quando Marotta, l’anno scorso, ha presentato il suo libro al tribunale di Napoli lo avete accolto come una star. Perché? “Il successo del suo libro ci ha aiutato a sentirci meno isolati restituendoci un volto umano. Il nostro è un lavoro difficile, che si svolge da soli. Quando eseguiamo uno sfratto su di noi pesa una grande responsabilità. Ogni rinvio, se da tregua allo sfrattato, dall’altro non risolve il problema del proprietario che legittimamente chiede di rientrare in possesso di un suo bene.  Attenzione il proprietario quasi mai è uno speculatore ma il più delle volte una persona che ha bisogno di quell’unico alloggio che ha faticosamente acquistato. Quante volte abbiamo dovuto fare i conti con gli avvocati di parte e con situazioni oggettivamente drammatiche. Ambulanza e polizia sono quasi una costante. E noi abbiamo il dovere di far rispettare a pieno la legge. Quelle poche volte che indugiamo sappiamo di correre grossi rischi perché il giudice potrebbe anche intervenire contro di noi”. Anita, tua hai lavorato a Milano negli anni ottanta, la ricordavi così? In verità in quegli anni ci capitava più di notificare ad un estetista la richiesta di risarcimento di una ricca cliente insoddisfatta dal trattamento ricevuto. In quegli anni non avevo il compito di eseguire gli sfratti. In ogni caso erano una rarità, sia per le leggi di proroga, sia perché c’era maggiore disponibilità di alloggi. Mi hanno colpito molto i racconti di Marotta”. Anche nel vostro lavoro a Napoli sentite la presenza di un sistema istituzionale? “Magari! Incoraggiati dalla lettura di “Sfrattati” ci siamo dati da fare per costruirci i nostri riferimenti. I nostri telefonini sono pieni di numeri di telefono di volontari, di case accoglienze, di parroci, di associazioni. Sono loro il nostro retroterra a cui affidiamo la possibilità che persone senza speranza possano trovare una sistemazione, seppur temporanea, e consentire al proprietario di rientrare in possesso della sua abitazione”. E i servizi sociali? “I nostri riferimenti sono, come dire, personali, non istituzionali. Con lo stesso Comune di Napoli abbiamo contatti con gli assessori, e con alcune persone del loro staff. Sentiamo che il loro impegno è personale, mai istituzionale. I servizi, come sistema, sono inesistenti. Ci sono delle brave persone che ci lavorano, ma il loro impegno prescinde sempre dalla funzione loro affidata”.