La mela e il bruco di Useppe (Pubbl. 22/09/2017)

A dieci anni dal lancio sul mercato del primo smart phone della Apple, la casa produttrice ne ripropone una nuova e più elaborata versione. Prezzo elevato, 1360 euro in Italia, tutta tecnologia touch, e tante applicazioni di quella che viene definita realtà aumentata.  Tutto fortemente semplificato nell’uso, nel rispetto della strategia commerciale della Apple. Le grandi speranze che ingenuamente venivano riposte nelle tecnologie microelettroniche come panacea per tutti i mali del mondo sono qui ridotte ad un oggetto esteticamente accattivante, al quale molti passeranno senza però neanche lontanamente aver esaurito le potenzialità d’uso di tutti gli oggetti già in loro possesso. Agli albori della diffusione di massa della microelettronica, Stefano Rodotà rispondeva con pacatezza e intelligenza a chi vedeva in quel processo una fonte di rischio, un vero e proprio pericolo (perdita di posti di lavoro, perdita di libertà delle persone, pigrizia indotta nelle intelligenze umane), che nessuna tecnologia porta in sé il segno delle conseguenze sociali ed economiche, anzi. Le tecnologie continuano a possedere un livello di neutralità, ma sono i rapporti economici, l’organizzazione della società che ne indirizzano l’uso in un senso o in un altro. C’è da chiedersi se ciò sia ancora vero. Gli analisti e gli studiosi che si occupano di queste questioni, preferiscono per lo più ricorrere a semplificazioni comunicative, (l’invenzione del termine nativi digitali riferito alle generazioni nate in un mondo dominato dalla diffusione della microelettronica), ma poco ci dicono su quanto realmente sta accadendo. Sta di fatto che ormai nel mondo sono ben oltre i tre miliardi le persone che hanno accesso a una connessione internet, quindi hanno a disposizione un qualche sistema digitale per collegarsi alla rete con tutte le conseguenze in termini di scambio possibile di informazioni. In linea teorica questo avrebbe dovuto determinare un aumento esponenziale della possibilità di effettuare scelte sempre più consapevoli da parte degli utenti consumatori, degli utenti cittadini. Come dire che inventata la ruota tutti gli uomini sarebbero dovuti diventare grandi viaggiatori, inventata la penna tutti scrittori, inventata la stampa tutti lettori. È sotto gli occhi di ognuno di noi che questo non è assolutamente avvenuto ma ciò che vertiginosamente è aumentato è lo spazio commerciale. Viviamo in permanenza in un bazar dalle dimensioni pazzesche dove possiamo, quasi liberamente, riporre il nostro banchetto di vendita al dettaglio.  Così come in meteorologia si parla di temperature reali e temperature percepite, così la sensazione percepita di grande libertà è tale che diventiamo furiosi perché ci sentiamo defraudati, impoveriti, torchiati se per il bene nostro, del mondo in cui viviamo, o per dare una mano al nostro vicino, magari con il colore della pelle diverso, ci viene chiesto di rinunciare anche a pochissimo di quel nostro consumo in eccesso. La scienza del comportamento, gli studi sulla formazione delle scelte, hanno prodotto come risultato la messa a punto di tecniche di comunicazione commerciale che si insinuano nelle nostre incertezze, nella difficoltà di operare una scelta razionale tra i troppi prodotti disponibili. Il risultato è che, uesqw a fasi alterne, i consumatori sono sopraffatti da una bulimia e da un’anoressia del vivere. Incapaci di scegliere consumano come se ogni giorno fosse l’ultimo della loro vita. Con la stessa inconsapevole energia, sono indotti a fasi di anoressia estrema. Stanchi per studiare, rassegnati sulla ricerca di opportunità di lavoro e pigri e svogliati nelle relazioni, affidano all’anonima forza del mercato la risoluzione di questioni anche intime, continuando ad ignorare che il mercato è sensibile solo alla realizzazione di alti margini di profitto. Che dietro la nostra presunta libertà ci sia un’organizzazione dei cicli produttivi, ci siano fabbriche e miniere disseminate nei più oscuri luoghi del mondo, dove persone di ogni età lavorano in condizioni sempre più vicine al limite dello schiavismo (questo vale anche per la Apple), non è un problema nostro. Non troviamo altro modo per descrivere tutto ciò se non utilizzando un ossimoro e scrivere di evidenze occultate proprie dal sistema imperante. Osserviamo in maniera diffusiva a comportamenti abnormi tra giovani e giovanissimi, i nativi digitali, tra gli adulti e anche tra gli anziani. I giovani non vogliono crescere, gli adulti non vogliono invecchiare, gli anziani non vogliono morire. Questa rovinosa rassegnazione silenziosa sta affossando le potenzialità di crescita collettiva, di liberazione dai bisogni primari per gran parte delle popolazioni che la diffusione di nuove tecnologie prometteva, insinuandosi come un bruco parassita nella mela che all’inizio rimane lucida, invitante, ma nel frattempo, si svuota e marcisce.  Le considerazioni di Rodotà devono essere allora lette e rilette.  In tempi dove la chiesa torna ad occuparsi con forza della questione sociale, per noi il punto di crisi permane il sistema della produzione e l’inevitabile iniqua distribuzione della ricchezza prodotta. Passare dal percepito al reale è la grande sfida che incombe sulla sopravvivenza stessa del mondo abitato dagli umani. Una sfida sociale, culturale, filosofica e politica. Una sfida che richiede preparazione e formazione e la consapevolezza essenziale della nostra finitezza culturale e biologica.