Biotestamento: una conquista civile! di Achille Aveta (Pubbl. 27/11/2017)

Perché la legge sul biotestamento ha trovato consensi convinti e trasversali in ampi strati della società civile, facendo tirare un sospiro di sollievo a tanti cittadini? Innanzitutto, credo, perché con questa legge abbiamo tutti, favorevoli e contrari, respirato un po’ di sana politica, quella che, per usare le parole di Ezio Mauro, esce «dall’infinita battaglia navale di polemiche intestine e di calcoli di schieramento per ritrovare una presenza e un peso nelle vicende quotidiane dei cittadini, portandole in Parlamento per affrontarle ancorandole a valori riconoscibili e riconosciuti. Come appunto deve fare la politica quando funziona». Un faro che riaccende le speranze sul recupero della dignità dell’uomo in un contesto sociale connotato da restringimento degli spazi di welfare, di riduzione progressiva e costante dei diritti del lavoro, sempre più precari, e dal preoccupante riaffacciarsi sulla scena di ideologie aberranti e reazionarie, connotate da egoismo ed esclusivismo, che distinguono tra “noi” e “gli altri”e che fomentano paure e rabbia. Inoltre, regolamentando il diritto di decidere anticipatamente se e come farci curare quando siamo malati terminali e di far rispettare le nostre decisioni anche nel caso in cui non fossimo più capaci di farle valere di persona, le “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, approvate in via definitiva dal Senato il 14 dicembre scorso, hanno trasferito concretamente la riflessione etica dalle aule dei convegni e delle commissioni al capezzale del malato, che è il topos dove sorgono i dilemmi, il luogo in cui le discussioni etiche si concretizzano in decisioni che portano a particolari comportamenti. Chi ha seguito il lungo dibattito che ha preceduto ed accompagnato il varo di questa legge avrà notato che si è quasi sempre posta l’enfasi sul diritto di rifiutare le cure, eppure la legge tutela il diritto alle cure e al mantenimento in vita anche senza speranza di guarigione, purché al riguardo siano state formulate specifiche dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT). Quindi, quella appena varata non è una “legge sull’eutanasia”! In conclusione, non si può che condividere il commento di Roberto Saviano, postato su Facebook: «Questa è l’Italia che vogliamo, un Paese più umano, che ama i suoi cittadini e che ne rispetta il dolore».