Protesta contro la Loi Travail. Tiriamo le somme 

di Giuseppe Capuano (Pubbl. il 16/06/2016)

DAL NOSTRO INVIATO

Parigi, 15 giugno 2016.  Sulla partecipazione allo sciopero e alla manifestazione del 14 a Parigi il balletto delle cifre è sempre lo stesso. Un milione per i sindacati, poche migliaia per il governo. Una forbice, direbbero i sondaggisti, troppo ampia. In questi giorni ci siamo confrontati con tante persone e abbiamo conosciuto una realtà sociale e sindacale assai articolata. Abbiamo preso importanti contatti con persone che continueranno a raccontare su zonagrigia.it l’evolversi della situazione. L’esperienza de la Nuit Debout ha avuto il grande merito di portare al centro della discussione le questioni del lavoro giovanile e di come il cambiamento della struttura produttiva stia modificando la società francese ed europea. La Nuit Debout ha fatto scuola. Tante esperienze simili si diffondono in giro per la Francia. Debout, in piedi, fieri, non ci chiniamo, rimaniamo a testa alta ad affrontare un mondo che non ci piace. Questo il ritornello entrato negli slogan, nella propaganda anche di altri movimenti, compreso quello sindacale. Discorrendo con Wolf Jackein, del dipartimento internazionale della CGT, facciamo una domanda secca e diretta. “I giovani di Place de la Republique hanno urlato la loro esclusione dal mondo dei diritti. Il sindacato come reagisce?”  Non mi risponde subito. La risposta deve essere ben ponderata. “Nella CGT il confronto oggi è proprio su questo tema, se il sindacato vuole rimanere il sindacato dei dipendenti, o anche di chi il lavoro non lo ha ancora, o vive condizioni di massima precarietà”. La mobilitazione contro la legge di riforma del codice del lavoro è diventata, per tutti, occasione di sperimentazione di nuove forme di organizzazione e di comunicazione. Si raccolgono per strada adesioni ad una petizione popolare contro la legge ed è possibile aderire anche via internet.  Catherine Perret, dirigente nazionale CGT, ci dice che si sta registrando una forte adesione di giovani all’iniziativa e questo è, per lei, un segnale importantissimo. Chi in Europa sta cambiando le regole nel mondo del lavoro dipendente, lo fa nel nome della produttività, della competitività internazionale. Giriamo la questione a C. Perret. “Non è solo il sindacato a dirlo: c’è un problema di competitività, ma il governo e gli imprenditori continuano a ribadire che la loi Travail è ininfluente.  Noi, al contrario, sosteniamo che se si mortificano professionalità e competenze, a risentirne sarà proprio la competitività aziendale, e quindi niente crescita.”.  Da ciò che ci raccontano sembra che, in generale, la società francese stia cercando una possibile strada per uscire da una situazione stagnante, sul piano economico e sociale. Ai nostri diversi interlocutori abbiamo posto sempre la stessa domanda. Non temete che un così forte scontro sociale e politico, tra sindacati e governo, con i giovani in piazza ed il pericolo terrorista che comunque incombe, possa in qualche modo favorire la destra estrema? Con toni diversi le risposte sono state le stesse: “Potrebbe essere così ma, ad oggi, la destra estrema ha difficoltà a scendere direttamente in campo, a schierarsi apertamente nel conflitto sociale in atto. E’ comunque evidente che la legislazione europea sul lavoro si sta in qualche modo uniformando a pochi semplici principi: licenziamenti più facili, abbassamento del costo del lavoro, meno permessi per assistenza familiare, per malattie, per formazione, per attività sindacale, flessibilità nell’utilizzo del lavoratore, più ore di lavoro ad un costo orario minore”.  Abbiamo incontrato a Parigi Italo Stellon, dirigente storico della CGIL, oggi segretario dell’INCA CGIL dell’intera Francia. È evidente che ormai sulle questioni del lavoro, c’è una linea politico-legislativa europea. Ma il sindacato Europeo dov’è? Ci risponde secco:  “Semplicemente non c’è. Noi della CGIL, con Susanna Camusso in testa, ci battiamo da tempo su questo. Non a caso abbiamo presentato la nostra carte dei diritti a Bruxelles”. Quali i motivi? “Tra le diverse organizzazioni nazionali c’è grande rispetto reciproco, ma le differenze sono tante. Differenze storiche ed organizzative. La strada da fare per costruire un sindacato europeo è ancora lunga”. 

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