I MOVIMENTI POPOLARI:UNA STRADA PER LA DEMOCRAZIA di Giuseppe Capuano (Pubbl. 14/03/2017)

Incontrare l’instancabile Padre Alex Zanotelli, classe 1938, non è stato semplice per i suoi tanti impegni. Ci accoglie nella sua dimora, un angusto spazio ricavato intorno alla scala a chiocciola del campanile della chiesa in piazza Sanità a Napoli. “Un tugurio ascetico”, così l’hanno definito, ci dice sorridente. Padre comboniano, missionario in Africa, direttore della rivista Nigrizia per molti anni, non sempre ha incontrato il favore delle gerarchie ecclesiastiche per le sue scelte radicali al fianco degli esclusi. Una vita raccontata nei tanti libri scritti con amici e compagni di lotte. Quando i vertici del suo ordine sacerdotale gli imposero, per raggiunti limiti di età, di lasciare le missioni all’estero decise di stabilirsi a Napoli. Sul tavolino un’agenda che trabocca di appunti, comunicati, lettere. Entriamo subito nel vivo dell’intervista.

D. Nel suo recente articolo “Costruttori di pace non possiamo rimanere in silenzio”, pubblicato da Nigrizia, Lei pone la necessità di rilanciare il Pacifismo attivo. Come si coniuga l’idea di pacifismo con quella di attivismo?

R. In verità io parlo di non violenza attiva che è cosa ben diversa. Il pacifismo, per quanto nobile, è un’idea statica che non rimuove i conflitti e le disuguaglianze che invece vanno resi espliciti per cercare attivamente di rimuoverli, sempre praticando la non violenza. È quanto hanno fatto Gandhi, Luther King, ma anche i giovani tunisini contro il regime oppressivo del loro paese. Una pratica che ho imparato da quel Gesù che è stato il primo a praticare la non violenza attiva contro l’imperialismo romano. Il porgere l’altra guancia è la capacità di rialzarsi e sfidare.

D. Un gesto rivoluzionario come quello dei braccianti di Di Vittorio che non si tolgono il cappello davanti al padrone, ma nei luoghi da dove si scappa dalla guerra e dai genocidi come si fa a porgere l’altra guancia?

R. Trovare la giusta risposta è una necessità storica, che ci potrebbe riscattare dalle nostre colpe passate e presenti su tante vicende delittuose sulle quali non abbiamo riflettuto abbastanza. L’Europa “cristiana”, con la colonizzazione, ha distrutto interi popoli e con il post colonialismo è stato forse anche peggio. In Medioriente poi pesa ancora troppo la costruzione dello Stato di Israele a discapito del popolo Palestinese. Abbiamo dominato il mondo e abbiamo seminato rabbia e ora abbiamo l’obbligo di comprendere le altre religioni per mitigare gli animi ed essere più tolleranti.

D. Nel suo libro Korogocho, frutto della sua esperienza nella bidonville di Nairobi, c’è un intero capitolo dedicato alla “società civile organizzata” in cui analizza la complessità del rapporto tra movimenti, società civile e politica. Oggi pare proprio che la società civile non riesca ad incidere sulle decisioni politiche.

R. Oggi più che di società civile mi interessano i movimenti popolari e come coniugare il lemma popolare con quello di interesse generale, questo è il vero cambiamento paradigmatico: si è popolari perché si combatte per il bene comune (l’acqua il clima, la povertà). Papa Bergoglio, nel suo discorso del 5 novembre 2016 all’assemblea internazionale dei movimenti popolari, ci incita a occuparci di Politica, a lottare sulle questioni generali che riguardano tutti: “Voi, organizzazioni degli esclusi, siete chiamati a rifondare le democrazie… Non cadete nella tentazione della casella che vi riduce ad attori secondari…”

D. Ma qual è il ruolo delle organizzazioni politiche, dei partiti, della rappresentanza storica?

Iniziamo col dire che oggi la politica dei governi non è capace di scegliere in autonomia dagli interessi finanziari. Se c’è qualche persona autenticamente interessata al bene collettivo difficilmente arriva ai vertici e se per caso dovesse riuscirci, viene accerchiato, isolato, escluso, reso inattivo. È purtroppo una triste realtà. Bisogna aver pazienza e sapere aspettare, ci vorrà tempo perché le cose cambino. È questo non solo un problema di persone ma di gruppi. Quanta fatica abbiamo dovuto fare nel pur importante movimento per l’acqua pubblica per evitare che un gruppo prevalesse su un altro, chiudendo così ogni dinamica. Il salto politico non è solo nella forma, nel creare una formazione che si presenti alle elezioni, ma nei contenuti. La questione dell’acqua pubblica, ad esempio, era ed è cosa complessa dalle mille implicazioni. Il salto politico era ed è riuscire a coinvolgere tecnici esperti, proporre un’organizzazione del servizio diverso.

D. Ma politici di qualità si diventa. I giovani dove possono oggi formarsi?

R. Non ho un’unica risposta. Certo anche nei movimenti i giovani possono formarsi, ma ci vuole la scuola, l’università, le comunità. Le chiese potrebbero svolgere un ruolo essenziale. Anche i sindacati quando riescono ad esprime istanze di tutela non solo per i propri iscritti, facendosi portatori di interessi generali.

D. In suo scritto Lei dice: io sono le persone che ho incontrato. Cosa intende?

R. E’ un’idea di comunità interiore ed universale. Ma oggi chi parla di comunità, stato, nazione, famiglia, appartenenza politica, religiosa e culturale l’associa sempre con la parola difesa, che significa muri fisici o burocratici, esclusione, chiusura.

D. Forse è in crisi l’idea stessa di comunità. Un’idea superata?

R. No, non si tratta di superare l’idea di comunità, l’idea della società liquida di Bauman non mi ha mai convinto del tutto. Anche dalla scienza, dalla biologia vengono nuove idee su queste questioni.

D. Si riferisce anche alle recenti ricerche sulle comunità “aperte”, l’esempio delle vespe di Panama che proprio Bauman cita?

R. Si, anche. La ricchezza biologica si costruisce attraverso la mescolanza non attraverso l’isolamento, lo scambio fluido tra le persone e i popoli. Gli alveari si rinnovano inglobando gli estranei non difendendosi da loro.

D. Da cittadino del mondo ci parli di Napoli. Come è cambiata in questi anni?

R. Trent’anni di consumismo, di berlusconismo hanno lasciato un profondo segno anche in questa città. Se vai in giro per i vicoli ti rendi conto che nei bassi sono sintonizzati 24 ore su 24 su Canale5. Nel frattempo crescono le disuguaglianze e l’indifferenza. La città è divisa in modo fisicamente visibile tra ricchi e poveri. Napoli è due città in una: la parte ricca e quella povera. Il confine non è sempre netto come tra centro e periferia perché esiste anche una periferia interna, la parte degradata dei quartieri storici.

D. E il ruolo della borghesia?

La borghesia napoletana non si rende conto dei danni che sta provocando con la sua indifferenza. A Napoli abbiamo una popolazione universitaria di 200 mila studenti. Ma dov’erano questi giovani quando abbiamo organizzato le nostre manifestazioni contro la camorra, per la sanità pubblica e tanto altro? Oggi Napoli è diventata la capitale europea del traffico di stupefacenti, il che significa rafforzamento degli interessi della criminalità organizzata e diffusione della droga anche tra i giovani benestanti in città. Accanto alla disuguaglianza cresce la violenza o meglio l’adesione a uno stile di vita che vede nella morte il suo potente tratto identitario. Come ha detto il giudice Quatrano nel processo contro la paranza dei bambini di Forcella: “Esiste un filo più sottile ed esistenziale che lega i giovani che corrono in armi nelle vie del centro storico di Napoli («le stese») per uccidere e farsi uccidere, e i militanti del jihad: entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l’unica chance per dare un senso alla propria vita e per vivere in eterno”. Questo è un fenomeno che cresce.

D. Che fare allora?

R. E’ indispensabile un appello alla Politica europea, per incalzare lo Stato ad aiutare i Comuni, non solo a far quadrare i bilanci in un asettico approccio contabile, ma a strappare i ragazzini e i giovani dalla strada e ricostruire con loro valori comuni.Ci vorrebbero scuole aperte fino alle otto di sera con insegnanti appassionati, interessati alla formazione dei propri allievi. Insomma ci vorrebbe un vero piano Marshall per la scuola. Altro che scuola-lavoro. Ma pare che di questo nessuno si occupi veramente.

D. E la chiesa, che ruolo ha?

Anche la chiesa napoletana ha rinunciato ad essere nel territorio. Dove sono gli oratori? I preti giovani si preoccupano dell’estetica della liturgia ma non saprebbero da dove cominciare per avere un rapporto reale con le persone che soffrono, che chiedono aiuto.

Chiudiamo la conversazione in un bar della Sanità. Il quartiere che Padre Alex ha scelto ed amato, dove passeggiando per le sue vocianti ed intricate stradine ti accorgi che la sua figura è circondata da un alone di profondo rispetto. Ovunque ti giri le persone lo riconoscono…come uno di loro.


Commento di Saverio Castellone

L'idea che p. Alex ha circa il ruolo della Politica per organizzare società inclusive e comunitarie è possibile ma ci vogliono politici con una mentalità "utopica", che pensino al futuro e non alle prossime elezioni, per dirla con De Gasperi. Anche il ruolo di altre agenzie educative è fondamentale per una società più giusta (chiesa, scuola, sindacati, ecc.). Mi viene in mente, caro p. Alex, un paesino spagnolo di circa 3000 anime, in Andalusia, Marinaleda. In questo Comune, dalla fine della dittatura franchista ha governato sempre lo stesso sindaco. Questa comunità cittadina ha realizzato il socialismo: 0% disoccupati, mutuo soccorso per l'assistenza al più debole, la terra a chi lavora. Questo è il socialismo! Non è il marxismo-leninismo, tanto ingiusto e disastroso. E' il socialismo delle persone che pensano col cuore e poi con la mente. Certo, è una goccia nell'oceano. Ma è la prova che un po' di Regno dei Cieli può già esserci in mezzo a noi! Bisogna "faticare" molto, caro Alex, a rischio dell'impopolarità, dell'insuccesso. Sono d'accordo con te. Ma io non ce la faccio più..... forse sono diventato vecchio dentro.

Commento di conrusso@unina.it

Finalmente popolare batte populismo, quest'ultimo termine è diventato un tormentone, molti lo usano per lo più in senso dispregiativo ma è segno nei discorsi pubblici di pigrizia e carenza di analisi. Quest'intervista ha il pregio di restituire alla parola "popolare" la popolarità che merita. I popoli possono scontrarsi ma proprio per questo anche incontrarsi, possono escludere ma anche includere. Ampliare o ridurre orizzonti, affettivi ed etici. Credo sia questo che l'intervista voglia sottolineare. Popolarità come ampliamento e cura dei beni comuni e perchè no anche della stessa politica, un supremo bene comune dal quale ci sentiamo espropriati.