Sindacati francesi contro la Loi Travail: non arretreremo mai! 

di Giuseppe Capuano (Pubbl. il 13/06/2016)

DAL NOSTRO INVIATO

Parigi, 10 giugno 2016. Calcio d’inizio dei campionati europei. Gli scioperi continuano. La città è sommersa dai rifiuti. Il sindaco socialista, Anne Hidalgo, che si è schierata apertamente contro la LoiTravail (vedi “Il Punto”), prova a ripulire la città con l’intervento di società estere. L’ampio fronte sindacale in lotta ha allentato il blocco e sta consentendo a gruppi di lavoratori di ripulire le strade. È questa una novità assoluta, un segno di grande responsabilità. Il Governo è sempre più isolato, anche perché decidendo di ricorrere all’articolo 43.9 della Costituzione – che prevede l’approvazione di un testo di legge senza passare per il voto - ha fatto irritare tutte le forze politiche. Nello schieramento sindacale oggi ci sono anche sigle che rappresentano alti dirigenti. Ne parliamo, separatamente, con autorevoli esponenti di due diverse organizzazioni sindacali, freneticamente impegnati in questo ultimo venerdì prima della manifestazione nazionale del 14 giugno a Parigi. Li incontriamo alla “BourseduTravail” di Montreuil. Richard Delumbée è il segretario dell’unione locale della CGT, il più rappresentativo sindacato francese. Vi aspettavate una così ampia adesione allo sciopero? “Solo in parte e per due motivi. Il primo è che la nuova legge riguarda solo il settore privato, l’altra è che il sistema produttivo francese è molto cambiato in questi decenni e sono davvero poche le grandi aziende dove è più facile organizzare i lavoratori. È vero però che ormai il settore pubblico in Francia è ridotto all’osso”. Il vero obiettivo di questa legge?  “Le imprese francesi per anni hanno delocalizzato le produzioni materiali all’estero nei paesi dove salari e diritti dei lavoratori erano e sono minimi. Ma ci sono produzioni non delocalizzabili: servizi, progettazione, costruzioni. Con questa legge si vuole introdurre anche in questi comparti condizioni lavorative cinesi. È un progetto folle!” I giovani della NuitDebout hanno esposto un cartello che dice “non lottiamo per difendere i nostri diritti perché diritti non ne abbiamo”. È davvero così? “È questa la loro percezione estrema. La società è ormai frammentata. Il Codice del lavoro si applica a tutti, solo che se sei l’unico dipendente di una azienda non sai come e a chi rivolgerti per la tutela dei tuoi diritti”. C’è una trattativa in corso? “Noi siamo disponibili ad estendere i diritti, non certo a ridurli. E’ il Governo che si è sottratto al confronto”. Che futuro immaginate? “Dalla nostra abbiamo la maggioranza del Paese, le categorie che aderiscono sono le più disparate e il fronte sindacale si mostra unito. Sono preoccupato, ma fiducioso”. Scendiamo al piano inferiore per incontrare Patrick Dupuits, di Solidaires (sindacato autonomo non confederale). Stesse domande ma risposte simili. A proposito di NuitDebout, Dupuits riconosce le difficoltà nel costruire un rapporto duraturo con i giovani per la grande frammentazione del mondo del lavoro. Perché i giovani dovrebbero partecipare alla vostra battaglia? “La legge vuole intervenire proprio in quei settori dove maggiore è la presenza giovanile: la ristorazione, il turismo e anche la ricerca ad alta specializzazione. A Place de la Republique non abbiamo però visto molti ragazzi. “È fisiologico, è periodo di esami, nelle scuole e nelle università”. Nella discussione accenniamo al fatto che quanto avviene in Francia non è un caso isolato. Vedi in Italia il Job Act. Dupuits alza il tiro. Nel nostro statuto affermiamo con forza che un altro mondo è possibile. Solidarietà, giustizia, ecologia e giustizia sociale sono valori perseguibili solo se si smette di fare compromessi con il capitalismo”. Ad entrambi abbiamo chiesto se nella vertenza in corso hanno coinvolto altri Paesi. Ci hanno risposto che alla manifestazione nazionale del 14 giugno hanno invitato delegazioni italiane, greche, tunisine, ecc.  “Non è una battaglia semplice”, hanno concluso, “la situazione e davvero complicata, ma non si può più arretrare, sarebbe un grave errore storico”.

2. Continua