Unità sindacale: una necessità ineluttabile! di Useppe (Pubbl. 11/04/2017)

Giovanni Sgambati, classe 1959, di Torella dei Lombardi, piccolo comune dell’avellinese, nell’ultimo congresso straordinario della UIL, seguito al commissariamento della struttura, è stato eletto in Campania Segretario Generale della Confederazione. La sua storia è quella di altri militanti e dirigenti dei movimenti politici a sinistra del vecchio Partito Comunista che alla fine degli anni ’70 aderirono alla UIL di Giorgio Benvenuto. Lo incontriamo nella sede regionale dell’organizzazione in una palazzina nel Porto di Napoli.

 Il 2016 è stato un anno nero per le organizzazioni sindacali della Campania. CGIL CISL e UIL sono state tutte e tre commissariate dalle strutture nazionali. C’è qualcosa che unisce queste tre vicende?

La nostra è stata una crisi organizzativa forte e significativa. Abbiamo gestito male il nostro bilancio non rendendoci conto che le cose intorno a noi erano cambiate. Troppe spese, meno entrate e pessima gestione di quei centri di servizi che invece di essere una fonte di introiti per l’organizzazione si sono rilevanti centri di spesa insostenibili.  Questo è un dato politico, sia ben chiaro. La crisi economica, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero in città come in provincia ha allontanato le persone dal sindacato e le nuove regole nel rapporto con l’INPS avrebbero richiesto una gestione più manageriale, più qualificata dei servizi, cosa che non abbiamo fatto per tempo.

Non è quindi una crisi generale del ruolo delle organizzazioni sindacali?

 Le cose sono correlate. Troppe volte i gruppi dirigenti si sono posti più il problema della loro autoconservazione che quello di cogliere i mutamenti in atto. Questo ci ha reso meno “attrattivi”.

 Con la crisi delle forme classiche dei partiti politici di massa ci si sarebbe aspettati che le organizzazioni sindacali, strutture organizzate e diffuse in tutto il territorio, avessero svolto un ruolo di maggiore aggregazione. Perché, invece, alla crisi dei partiti ha corrisposto anche una crisi della rappresentanza sindacale?

Perché non abbiamo saputo esercitare fino in fondo quell’autonomia che proclamiamo nei nostri Statuti. Nel corso degli anni invece che il sindacato al Governo abbiamo avuto dei sindacalisti al Governo, che è cosa ben diversa.

Quando Lei parla di sindacato parla al plurale ma l’unità sindacale esiste ancora? Per decenni Berlusconi ha puntato a dividere il movimento sindacale e poi è venuto Renzi che ha delegittimato tutti allo stesso modo.  Non sente, come dirigente UIL, delle responsabilità soggettive in questo processo?

La crisi dell’unità sindacale ha origini più antiche di quelle legate ai governi degli ultimi anni. La mia data di riferimento è il 1984 quando le organizzazioni sindacali si divisero sul referendum sulla scala mobile. Allora solo pochi grandi dirigenti, Lama in testa, capirono quanto l’intero Paese stava perdendo. Il resto è stato una conseguenza, e devo dire neanche troppo sofferta, anzi molti dirigenti e militanti hanno vissuto la rottura come una liberazione da vincoli reciproci. Un errore storico. Renzi ha colto un problema di rappresentanza delle Organizzazioni Sindacali e l’ha saputo sfruttare a suo vantaggio. Come dirigente UIL riconosco al nostro segretario Generale, Carmelo Barbagallo, il merito di essersi impegnato nella ricostruzione dell’unità sindacale. Dopo sette anni le Organizzazioni sindacali, presentandosi unite sono riuscite a strappare l’accordo del 30 novembre scorso per il rinnovo del contratto di lavoro dei pubblici dipendenti. Anche in sede regionale va detto che i rapporti unitari pagano. Il Protocollo siglato tra CGIL CISL UIL con il presidente della Regione Campania De Luca, il Ministro per il Mezzogiorno De Vincenti e le organizzazioni imprenditoriali per attivare politiche attive del lavoro nella Regione è un risultato importante per tutti.

Il mondo è cambiato: neoliberismo imperante, predominio della finanza. Ma anche poche ipotesi di governo alternative. Non crede che qualche sforzo in più andrebbe fatto proprio da parte del Sindacato?

Dobbiamo recuperare molti ritardi e per farlo abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di guardare oltre noi stessi. Un sindacato solo rivendicativo non serve a nessuno, soprattutto non serve ai lavoratori. Al nostro Congresso abbiamo deciso di dare poco spazio ai soliti interventi dei delegati. Ci siamo aperti all’esterno, alle associazioni, alla società. Con un gesto che va ben oltre il suo valore simbolico, il rappresentante dell’associazione LIBERA di Don Ciotti ha ricevuto una delega e ha potuto votare. Io sto chiedendo a tutte le strutture di dimezzare i tempi delle discussioni interne e di trasformarle in discussioni sui posti di lavoro. Dobbiamo ricominciare a porre l’interesse generale al centro della nostra attività e azione politica.

Ma c’è una crisi di elaborazione, di proposta.

Certo, per questo bisogna investire in conoscenza. Personalmente, e non per vezzo intellettuale, collaboro gratuitamente con l’editore napoletano Pironti per cercare di rimettere in moto un processo di riflessione e di elaborazione culturale.

Tra i mutamenti giudicati “epocali”, ai primi posti c’è la questione delle nuove povertà e l’inarrestabile flusso di migranti in fuga da guerra e miseria verso l’Italia e l’Europa. Questioni che stanno lacerando la società Italiana e anche il mondo del lavoro. Che ruolo possono avere le organizzazioni sindacali?

Nuove povertà e le questioni legate a flussi migratori sono questioni diverse che possono trovare una sintesi positiva nella quale il sindacato può svolgere un ruolo essenziale. La nostra idea di sindacato partecipativo, che per certa sinistra sembra essere una parolaccia, significa sapersi far carico dell’insieme dei problemi della società e delle imprese.  Nei primi anni ’70 i sindacati metalmeccanici strapparono il famoso accordo che consentiva ai lavoratori di utilizzare 150 ore all’anno per motivi di studio. Ci presero in giro ma quello fu un accordo che servì anche alle imprese. Erano gli anni in cui il sistema industriale italiano era alle prese con le grandi ristrutturazioni tecnologiche ma la massa della forza lavoro operaia era analfabeta.  Noi ottenemmo l’estensione del diritto allo studio e le imprese una manodopera più qualificata a cui affidare lavorazioni più complesse. Anche oggi occorre ritrovare un nuovo asse d’intesa tra imprenditoria, sindacati e istituzioni. Il sistema produttivo italiano ha bisogno di riqualificarsi per rimanere competitivo. I tanti precari sono uno spreco di risorse oltre che fonte di diseguaglianza e di nuova povertà. I nuovi immigrati, con politiche intelligenti di inclusione possono diventare una grande risorsa mentre si continua a trattare la questione come una faccenda di ordine pubblico. Il sindacato confederale può avere un grande ruolo per invertire questa tendenza. Tante possono essere le ipotesi per rinnovare, come estendere esperienze produttive “storiche” piccole ma di qualità, coinvolgendo i giovani qualificati e anche le persone che vengono in Italia alla ricerca di pace e di lavoro. Dobbiamo lavorare unitariamente per riuscire a trascinare il mondo imprenditoriale, le istituzioni e tutti i lavoratori, vecchi e nuovi, italiani e stranieri, in questo processo di rinnovamento.

La sua storia di dirigente sindacale è iniziata, da giovanissimo, nella FLM, il sindacato di categoria dei metalmeccanici che per anni ha raggruppato Fiom-CGIL, UILM, FIM CISL. Quella antica esperienza forse aveva anticipato i tempi. Sono quasi trent’anni che il muro di Berlino è caduto, è finita la guerra fredda, i partiti storici si sono sciolti ma rimangono tre grandi confederazioni sindacali la cui storia è legata a divisioni ideologiche oggi scomparse.  Non è forse venuto il tempo di ragionare in termini di sindacato unico?

Chi fa sindacato deve misurarsi con la realtà. L’idea di un sindacato unico può essere un’aspirazione ma se si iniziasse oggi un tale processo ci vorrebbero almeno tre generazioni di dirigenti per realizzarlo. Oggi possiamo seriamente perseguire l’unità sapendo che questa è una necessità ineluttabile.

Qui all’ingresso della vostra sede, sotto il simbolo della Uil, compare la scritta “il sindacato dei cittadini”.  Che significa questo nella pratica quotidiana della UIL?

È quello che dicevo all’inizio. Bisogna saper perseguire l’interesse generale sapendolo coniugare all’interesse particolare. Bisogna ribaltare le proporzioni. L’80% delle rivendicazioni deve riguardare questioni generali, lotta alla disoccupazione, qualità dei servizi, battaglie per la legalità. Il 20 % può anche riguardare le vicende dei singoli gruppi o persone. Il contrario di quanto avviene ora. È una sfida alla quale non possiamo rinunciare. Un’anticipazione. Il prossimo 1° maggio ricorre il 70° anniversario dell’eccidio di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, dove proprio nel giorno della festa dei lavoratori, nel 1947, furono uccise decine di persone. Il sindacato napoletano, con una scelta unitaria, ha pensato di organizzare la manifestazione nella zona del quartiere delle Case Nuove e l’ospedale Loreto Mare ormai conosciuto in tutta Italia per lo scandalo delle persone che marcavano il cartellino e svolgevano un’altra attività. Eticità e legalità, una questione centrale che riguarda la difesa dei diritti dei lavoratori.

In questi giorni i giornali hanno pubblicato la notizia che nello stabilimento della FIAT-FCA di Pomigliano d’Arco non verrà più prodotta la Panda la cui produzione andrà in Polonia. Un’altra sconfitta?

Assolutamente no. Si tratta di una scelta programmata per portare in Italia la produzione di alta gamma del gruppo. A parte tutte le possibili polemiche bisogna riconoscere che quello di Sergio Marchionne è l’unico gruppo industriale che ha investito nel Mezzogiorno per complessivi 4 miliardi di euro. Su questo, ogni polemica è del tutto pretestuosa.

Rettifica.

Nell’articolo Unità sindacale: una necessità ineluttabile!” a firma di Useppe pubblicato il 11/04/2017 in riferimento all’accordo tra Governo Regione Campania e Organizzazioni Sindacali è stato erroneamente indicato che l’accordo era già stato firmato, mentre si trattava di una anticipazione del Segretario Giovanni Sgambati e che tra i firmatari comparivano anche le organizzazioni imprenditoriali, cosa non vera. Ci scusiamo per l’errore.