Intervista a Davide Grasso, lo scrittore combattente. (parte 1^) a cura di Giuseppe Capuano (Pubbl. 07/06/2018)

Lo scorso aprile su zonagrigia.it abbiamo recensito il libro di Davide Grasso “Hevalen, amici, compagni della rivoluzione curda”, dove l’autore ci racconta la sua esperienza di combattente al fianco del popolo Curdo e della sua “rivoluzione”. Abbiamo contattato Davide Grasso che ci ha gentilmente concesso questa intervista. Il suo racconto testimonia un’esperienza drammatica. La pubblicheremo in tre parti.

Le notizie che ci provengono dalla Siria e dal Kurdistan, sono imprecise, approssimative. Puoi aggiornarci?

In questo momento la Turchia sta attaccando le montagne curde in Iraq, con l’appoggio del governo di Baghdad e dello stesso Governo regionale del Kurdistan in Iraq (Grk, retto da partiti curdi conservatori) per affrontare il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Centinaia sono già i morti tra le forze turche ad opera della guerriglia da dicembre 2017, ma migliaia di civili hanno dovuto lasciare i villaggi sulle montagne della catena Zagros per i bombardamenti turchi. In Siria, invece, la Turchia ha occupato il cantone rivoluzionario di Afrin sostituendolo con un consiglio islamista tutto maschile. Dove prima c’erano comuni popolari, cooperative socialiste e congressi delle donne, ora viene imposta la legge coranica nelle forme più soffocanti attraverso conversioni forzate, violenze, rapimenti e torture. Tantissime sono le persone sparite nel nulla o i cadaveri di abitanti della zona trovati con un colpo alla nuca nei cortili delle loro case. La resistenza delle Ypj e delle Ypg** continua in forma di guerriglia clandestina, riuscendo a colpire sia i militari turchi che i miliziani jihadisti che essi hanno usato come fanteria durante l’invasione e ora usano come forza di polizia al grido “Allah akhbar!” (Dio è il più grande). La Turchia sta anche praticando una colonizzazione d’insediamento sostituendo la popolazione di Afrin, in gran parte fuggita a marzo nella vicina regione di Sheeba, sopra Aleppo, con famiglie siriane legate alla Fratellanza musulmana che si erano rifugiate in Turchia per sfuggire alla repressione di Assad. Si tratta quindi di una pulizia politica oltre che etnica: le persone vengono cacciate dalle loro terre, esattamente come i palestinesi da parte di Israele, per sostituire non solo un popolo con un altro (questo il caso della Palestina), ma un’idea politica pluralista e secolare con un’altra, teocratica e islamista (è il caso di Afrin). Tuttavia il responsabile di queste operazioni di ripopolamento per conto della Turchia, Jamal Zakhlol, è stato ucciso in un agguato dalle Ypg. È possibile donare alla Mezzaluna Rossa Kurdistan Onlus con un semplice click on line per contribuire al sostegno pratico degli sfollati di Afrin.

Nella premessa del tuo libro dove racconti la tua esperienza di combattente al fianco del popolo Curdo, scrivi “non è un racconto romanzato, ma è un racconto reticente”. La guerra è sempre sporca, di sangue, di morte, è il momento della massima degenerazione. Capisco la tua reticenza. Ma quella armata è l’unica resistenza possibile, nel Kurdistan come in tanti altri luoghi nel mondo?

Assolutamente no. Molti generi di resistenza sono possibili e sono sempre complementari l’uno all’altro. Si pensi alla resistenza intellettuale. Se non siamo in grado di formare una rappresentazione delle cose dotata di una qualche coerenza, radicarla nell’osservazione della realtà e tenerla viva con l’apporto dell’esperienza, saremmo permeabili a qualsiasi sollecitazione ideologica e non potremmo costruire e difendere una vita degna. La resistenza politica senza resistenza intellettuale (che non è data dal diploma o dalla laurea, poiché la conoscenza può giungere per ben altre vie) è debole, ed anche quando la resistenza o la lotta armata sono purtroppo necessarie – si veda il caso della Siria o della Turchia – non possono essere ciò cui si riduce la proposta politica. Del resto se si arriva all’estremo di usare le armi, devono pur esserci delle ragioni chiare e difendibili, altrimenti le armi si identificano soltanto con la perversione e la smania di potere.

La dannazione del popolo Curdo sembra ancora una volta riproporsi. Prima utilizzato come esercito di difesa e di contrattacco agli invasori e poi, portato a termine valorosamente il proprio compito, viene abbandonato e ogni aspirazione indipendentista sanguinosamente repressa. È così anche questa volta?

Non è il destino del popolo curdo, ma la condizione di chiunque conduca una lotta. Per condurre una lotta occorre rafforzarsi, e per rafforzarsi è sempre necessario praticare alleanze: in alcuni casi con settori sociali o movimenti politici, a volte anche con stati. Non sempre queste alleanze sono con movimenti affini, spesso è necessario sfruttare le contraddizioni nel campo nemico e schierarsi tatticamente e magari, su vicende specifiche, con un nemico contro l’altro. Le Ypg sono espressione di quello che oggi è il movimento rivoluzionario più competente e intelligente del pianeta. Sanno perfettamente che tanto gli Usa quanto la Russia, con cui si sono alleate rispettivamente a est e a ovest dell’Eufrate tra il 2015 e il 2017 nella lotta contro il jihadismo, sono nemici del loro progetto. Non per niente non è scritto da nessuna parte che il progetto andrà in porto, perché tentare una rivoluzione che intende mettere in discussione il capitalismo e lo stato in un mondo dove nessuno lo sta facendo è molto difficile. Il movimento confederale che unisce curdi e arabi nella Federazione democratica della Siria del Nord è costretto a cercare appoggio tra i propri nemici perché non ha amici rilevanti sul piano internazionale, e per questo gioca su equilibri molto fragili. Ad Afrin, ad esempio, la Russia ha chiesto alla rivoluzione di rinunciare, di deporre le armi e sottomettersi alla restaurazione dello stato siriano e, di fronte al rifiuto del movimento, ha ritirato i suoi soldati per lasciar spazio all’invasione jihadista-turca. 500 civili sono morti e oltre 1.000 combattenti, 300.000 persone sono senza una casa. Benvenuti nelle vicende che tutti i movimenti rivoluzionari hanno conosciuto nella storia, e sempre purtroppo conosceranno. In questo mondo le pratiche rivoluzionarie e la coerenza politica si pagano. Il popolo curdo esprime più di altri questa condizione perché da un secolo l’economia mondiale si basa sul petrolio, e il Kurdistan è una terra ricca di petrolio, quindi tutti cercano di opprimerla per controllarla.

 

*YPJ – Unità Protezione delle Donne (dal curdo YekîneyênParastinaJin), è una milizia di sole donne formatasi nel 2012 in Rojava.

**YPG L'Unità di Protezione Popolare (in curdo: YekîneyênParastina Gel), comunemente conosciuto con il solo acronimo di YPG, è la milizia della regione a maggioranza curda nel nord della Siria e forza armata del Rojava.

1 Continua

Vai alla seconda parte         Vai alla terza parte

commenti sul blog forniti da Disqus