I parvenu della politica di Achille Aveta (Pubbl. 30/01/2019) 

L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, nella propria Risoluzione n°2261 (2019), adottata il 24 gennaio 2019, a proposito dell’Italia ha espresso forte preoccupazione per "l'aumento degli atteggiamenti razzisti, della xenofobia e delle posizioni anti Rom nei discorsi pubblici, in particolare sui media e su Internet e dei discorsi d'odio da parte di politici" (si veda in particolare il par. 9.2.6). È bene ricordare che il Consiglio d'Europa, fondato nel 1949 e composto da 47 Stati membri, è un'agenzia internazionale estranea all'Unione europea e non va confuso con organi dell’UE (per esempio, il Consiglio dell'Unione europea).

Le osservazioni espresse da una così autorevole Agenzia internazionale fanno ripensare ai commenti, che talvolta accade di ascoltare, su politici, parlamentari e dirigenti di partiti i quali, nell’assolvimento delle funzioni proprie del ruolo, si comportano alla stregua di parvenu della politica, nel senso di persone che, elevate rapidamente a una condizione sociale “superiore”, dimostrano di non avere ancora acquisito le maniere, lo stile, la cultura e quant’altro converrebbe al nuovo status. A ben vedere costoro si riconoscono per alcuni tratti distintivi, che prescindono dall’appartenenza partitica di ciascuno.

Per cominciare, osservate il loro comportamento in occasione di presenze in video e audio: è frequente il ricorso a insulti rivolti all’interlocutore e all’uso di slogan rabbiosi, che non ammettono interlocuzione critica; tale condotta denota, spesso, l’indisponibilità al dialogo e l’assenza di rispetto per l’altro nonché la presunzione derivante dalla rappresentazione totalizzante delle proprie tesi come “verità”. I parvenu della politica si distinguono anche per il loro modo di interpretare il confronto politico; sembrano non sapere che l’affermazione delle proprie posizioni non può, non deve cancellare la dignità umana di chicchessia; non è lecito trascurare i diritti umani fondamentali così come non si possono ignorare le norme dell’ordinamento giuridico, tantomeno le regole della diplomazia internazionale.

Altro elemento distintivo del tipo di politico di cui discutiamo sembra essere l’approccio alle agenzie di intermediazione sociale: l’indifferenza nei confronti delle rappresentanze di categorie di imprenditori e lavoratori denota una sostanziale distanza dai problemi del mondo del lavoro e insensibilità a questioni come l’aumento delle disuguaglianze, l’illecito sfruttamento del lavoro, la piena tutela della libertà e dignità di ogni persona.

Inoltre, i parvenu della politica si caratterizzano per il loro atteggiamento nei confronti del populismo, inteso come predominio di un sostanziale disprezzo per la democrazia rappresentativa e rifiuto, forse ignoranza, di ogni elemento storico (Resistenza, Costituzione, organizzazione visibile e trasparente degli interessi …) che sia stato finora la concreta espressione di un’identità nazionale al di sopra delle parti. Per dirla con Alberto Asor Rosa, stiamo assistendo alla retrocessione e all’inabissamento del “popolo” nella “massa”: «Il “popolo”, storicamente inteso, è un organismo estremamente complesso, fatto di classi, ceti sociali, orientamenti culturali e ideali, categorie professionali, ecc. spesso in lotta fra loro, ma al tempo stesso sempre, o quasi sempre, riunificati alla fine sotto il segno di un interesse comune (non a caso il concetto di “popolo” è storicamente connesso con quello di Nazione). … Ora di quella complessità, e al tempo stesso di quella finale unitarietà, non esiste quasi più nulla.»

E allora? È la “massa” il vero protagonista dell’attuale momento storico nel mondo occidentale, quella realtà umano-sociale – come osserva Asor Rosa – in cui prevale una caratterizzazione individuale in senso stretto, di singolo individuo accanto a singolo individuo, un agglomerato confuso e oscillante, che risponde solo a quei messaggi che corrispondono di più ai propri fondamentali modi di essere; quindi, «siamo di fronte al compito sovrumano che consiste non nel combattere il “populismo”, ma nel tentare di ricostituire e rimettere in piedi un “popolo”, sottraendolo alla dissoluzione nella “massa”». Il rischio che si corre, come ha ricordato Rosy Bindi nel suo intervento al Congresso nazionale della CGIL, è quello di trasformare il “popolo sovrano” nel “popolo del sovrano”.

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