Il gatto la volpe ed il grillo parlante  di Gaetano Placido  (Pubbl. 29/05/2018)

Con il rifiuto della Lega di proporre un nome alternativo a quello di Paolo Savona al dicastero dell’economia è tramontato sul nascere il governo giallo verde. Dopo oltre 80 giorni di tentativi spasmodici, siamo al punto di partenza. Con l’aggravante che la crisi di Governo è diventata crisi Istituzionale. Qualcosa di nuovo e di ben più grave è infatti accaduto. Salvini ed il suo forzato sodale  Di Maio hanno aperto un conflitto con il Quirinale che potrebbe prefigurare esiti devastanti per la Repubblica. Non è mai successo che fossero contestate così aspramente, e secondo alcuni eversivamente,  le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, minacciando il ricorso alla piazza ed al suo impeachment. Termine inglese con il quale si richiede l’avvio di un procedimento giudiziario nei confronti della massima carica del Paese per reati gravissimi. Nella fattispecie la risibile accusa sarebbe quella di alto tradimento. Sergio Mattarella, nel rifiutare la nomina di Savona avrebbe, secondo 5 Stelle ed altri esponenti della destra,  prevaricato gli ambiti della nostra Magna Carta.

Non pensiamo di dover disquisire oltre sugli articoli della Costituzione che assegnano ampia facoltà al Presidente in merito alla ratifica dei ministri (valga per tutti l’art. 92). La legittimità formale è stata pienamente rispettata. Quel che riteniamo opportuno segnalare è come il voto del 4 marzo, con tutte le anomalie di una legge elettorale sciagurata, abbia determinato un mutamento genetico nelle dinamiche politiche italiane. Quando a più riprese, autorevoli opinionisti, hanno segnalato  la deriva populista, xenofoba ed antieuropeista,  sono stati tanti i soloni che hanno bollato queste  preoccupazioni come procurati allarmismi. “Non si vuole fare strada al nuovo che avanza, mettiamoli alla prova”, è stata l’accusa. Alla luce di quanto ora sta accadendo chiediamo: quale ulteriore prova di clamorosa ed sconsiderata inettitudine bisognava attendersi dopo quella offerta dai Pentastellati  e dai Leghisti nella gestione di una trattativa complessa e foriera di incognite per i riverberi che avrebbe avuto sullo scacchiere europeo? Sergio Mattarella ha mostrato in questi tre mesi una prudenza estrema, offrendo ai due principali protagonisti ogni chance per sbrogliare la matassa. Ha consentito a Di Maio di perseguire  la cosiddetta politica dei due forni, guardando prima a destra, poi a sinistra, poi di nuovo a destra. A Salvini ha posto un unico discrimine: il veto su di un ipotetico Ministro che si era distinto per le sue posizioni anti euro e anti UE.  Peraltro proponendo, in alternativa, l’economista Giancarlo Giorgetti, esponente di punta della stessa Lega. Un capriccio, dunque? Una senile impuntatura? No, di certo. Nelle motivazioni da lui stesso espresse ha spiegato che la scelta di Savona, al di là delle sue competenze in materia economica, avrebbe ulteriormente aggravato la nostra già pesantissima situazione debitoria.

Ma c’è qualcosa che probabilmente il Presidente non ha potuto dire, e che rinvia a due altre ipotesi. La prima è che la nomina del professore cagliaritano, con molta probabilità, avrebbe mascherato la malcelata intenzione, a partire dai leghisti, ma non solo, di alimentare nel Paese, durante la legislatura, un ampio consenso per l’uscita dall’Europa. In piena sintonia con le mire  lepeniste e delle nuove destre estreme europee. In che modo? Attribuendo di volta in volta  a Bruxelles la responsabilità del fallimento di un “contratto” di governo che conteneva tutto ed il contrario di tutto. L’attuazione del quale (reddito di cittadinanza, abolizione della Fornero, flat tax, ecc.), avrebbe dovuto avere un costo non inferiore a 100 mld di euro.

La seconda ipotesi, valutata con ogni probabilità da Salvini, è che nel caso in cui il banco, come accaduto, fosse saltato, avrebbe potuto avviare una campagna elettorale tutta in discesa, presentandosi agli italiani come unico alfiere del centrodestra e vittima di una congiura di Palazzo.  

Non sappiamo quanto consapevolmente  il prof. Savona si sia reso disponibile a farsi foglia di fico per coprire il  Re nudo. E non sappiamo neppure quanto il gatto Di Maio,  che a differenza del suo forzato patner ha mirato (costi quel che costi) a scalare la vetta del potere, abbia valutato oculatamente le mosse della volpe leghista. Si, perché, in assenza di una modifica elettorale, il nuovo appuntamento delle urne rischia ora di lasciargli in mano non già  un cerino acceso, ma una trave di fuoco.

Per questo bisogna respingere con forza gli attacchi sconsiderati al Quirinale, evitando che faccia la fine del povero grillo parlante di Collodiana memoria ad opera di coloro che sta dando solo prova di disprezzo per la nostra democrazia.