Brexit: un disastro annunciato di Gaetano Placido (Pubbl. 24/06/2016)

Alla fine quello che si temeva è accaduto. Gli inglesi hanno approvato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. In una notte il sogno di grandi statisti, da De Gasperi a Spinelli, da Adenauer  a Schumann, senza trascurare lo stesso Wiston Churchill, è sembrato infrangersi. Esultano gli euriscettici francesi ed  olandesi. Salvini ha subito chiesto anche da noi un referendum. Tuttavia noi di zonagrigia.it non ci associamo al coro di quanti vorrebbero attribuire al popolo britannico la responsabilità di aver respinto un progetto che dal dopoguerra in poi ha garantito al vecchio continente oltre 70 anni di pace e prosperità, dopo secoli di divisioni drammatiche e di conflitti fratricidi. La ripulsa verso l’UE ha ben altri artefici.  Gli stessi che in queste ore frenetiche stanno affondando le borse e provocando un disastro finanziario dagli sviluppi non prevedibili. Come si fa a non ammettere che le sciagurate politiche recessive di questi anni di profonda crisi, unite ai veti della Merkel imposti a Bruxelles sulla possibilità di mutualizzare il debito pubblico,  di alleggerire l’austerity, di prorogare il rientro dal deficit dei paesi in difficoltà, hanno solo prodotto nei cittadini europei  sentimenti di paura per  la perdita di quelle garanzie sociali (welfare, in primis) che erano diventate il tratto identitario dell’Europa post bellica? Di qui, il dilagare  di impulsi nazionalisti e della rincorsa spasmodica all’interno dei propri recinti statuali. Così come la  tragedia dei profughi in fuga dalla fame e dalle tante guerre che incendiano il mondo, incrociando condizioni  di incertezza presente e futura, ha prodotto atteggiamenti xenofobi e razzisti sconosciuti alle passate generazioni. Il  contesto storico che abbiamo vissuto in tutti questi anni avrebbe meritato una ben diversa classe dirigente: meno autoreferenziale, più lungimirante, incline a contrastare i dictat delle oligarchie finanziarie e bancarie che, violando diritti e tutele acquisite, stanno riportando indietro l’orologio della storia. Di qui la perdita di senso di parole come solidarietà, equità, giustizia sociale, avulse dal vocabolario  antropologico di questi tempi oscuri. Che fare?  Occorrerebbe un sussulto etico che provenisse dal “basso”, in grado di sovvertire una logica di “perdizione”. Sono tante le esperienze “alternative”, le realtà  del volontariato e dell’associazionismo no-profit, anche di finanza etica, oscurate da “media” asserviti, per la quasi totalità, ai cosiddetti poteri forti. Basterebbe anche solo scalfire questo “muro di silenzio” per fare in modo che le tante voci di speranza, che pure esistono in mezzo a noi, non  “gridino più nel deserto” ma possano parlare al cuore e, soprattutto, alla mente dei popoli.