Elogio della mediazione di Elio Mottola (Pubbl. 22/01/2018)

Quando si parla di mediazione si pensa sempre all’acquisto di case o di altri beni importanti; nella versione più elevata si considera la mediazione diplomatica tra stati nazionali o la mediazione politica (prima che fosse demonizzata), nelle quali vengono contemperati interessi divergenti o comunque diversi l’uno dall’altro.  Raramente riflettiamo sulla circostanza che la mediazione è presente quotidianamente nella vita di ciascuno di noi. In quali aspetti della nostra vita sociale siamo costretti a mediare? Sicuramente nei rapporti interpersonali, nei rapporti di lavoro, addirittura nei rapporti familiari e, in definitiva, in tutti gli aspetti della convivenza. Ma non basta. Non ci accorgiamo che la mediazione ci accompagna persino nella nostra sfera individuale. Che cosa ci permette, se non la mediazione, di accettarci così come siamo e di rinunciare ad essere come vorremmo. Persone di bassa statura che vorrebbero essere più alte o, almeno, meno basse; bruttini che vorrebbero essere belli e magari aitanti; miopi che vorrebbero essere nati con una buona vista e così via per tutti quelli che sarebbero voluti venire al mondo almeno sani e senza patologie congenite. È la mediazione interiore che consente a questi più o meno sfortunati soggetti di tirare avanti decentemente o, nei casi più gravi, di sopravvivere. Se poi ci inoltriamo nel terreno delle nostre aspirazioni, quante e quali mediazioni dobbiamo, talvolta dolorosamente, attivare per tollerare un lavoro totalmente diverso da quello che avevamo sognato e che coincideva con le nostre ambizioni e con le nostra attitudini? Adolescenti portati verso la pittura che finiscono col fare gli impiegati; giovani sportivi che finiscono dietro al banco di una tabaccheria o in un’edicola. Per non parlare della mediazione necessaria a chi, pur svolgendo l’attività che gli è più congeniale, non ha raggiunto i risultati sperati in termini di successo o di carriera.

Ma la mediazione ci permette anche di colmare lo scarto che immancabilmente esiste tra ciò che vorremmo fare per gli altri ed il poco, o molto poco, che riusciamo a fare concretamente, per pigrizia, per mancanza di iniziativa o di coraggio, per il prevalere di spinte egoistiche rispetto alla vocazione alla generosità che pure spesso si manifesta. E quale miracolosa mediazione ci permette di tirare avanti con un reddito dieci volte inferiore a quello che avevamo sognato?

Chi non è in grado di mediare è condannato a soffrire e possiamo dire, in estrema sintesi, che la capacità di mediare è forse la vera chiave della felicità. “Chi si accontenta gode” è forse la massima espressione della saggezza umana, con la postilla: “…o, almeno, soffre meno”. E bisogna tuttavia ammettere che esistono manifestazioni della personalità che male si adattano alla mediazione. Sono le attività dello spirito, la meditazione, l’arte, la poesia. Sappiamo peraltro quanto questa incapacità abbia creato infelicità e disperazione in tanti artisti e pensatori. E tuttavia non pochi di questi personaggi hanno  dovuto  accedere a qualche forma inconsapevole di mediazione; specialmente nell’arte,  quante volte una natura rivoluzionaria  o iconoclasta, piuttosto che negare il passato e tutte  le regole vigenti,  si è piegata alla mediazione di infrangerne solo alcune, per esprimersi, sì, in maniera originale e innovativa, ma senza distruggere tutta la storia pregressa e mantenendo così qualche speranza  di essere compreso ed apprezzato almeno da una parte dei suoi contemporanei?

Rivalutiamo, quindi, il concetto di mediazione, augurandoci che anche in politica si possa recuperare il senso alto della mediazione, compito che spetta, in primo luogo, agli elettori, i quali dovrebbero sempre scegliere, entro i limiti in cui la scelta è loro consentita, chi meglio può tendere a realizzare, in una prospettiva non certo di breve periodo, questa sacrosanta ambizione.