Un Paese in frantumi (?!) di Gaetano Placido (Pubbl. 19/10/2017)

"E’ una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta". Questo il lapidario commento di Susanna Camusso alla manovra finanziaria licenziata dal Consiglio dei Ministri. A pesare su un giudizio senza attenuanti, con minaccia di ricorso allo sciopero generale, c’è sicuramente anche la scelta del Governo di non bloccare l’aumento dell’età pensionabile, nonostante fossero trapelate in precedenza notizie rassicuranti. La Cgil ha letto in questo niet la volontà della maggioranza, PD in primis, di interrompere il dialogo timidamente riaperto con il Sindacato. Dialogo che avrebbe in qualche modo potuto “giovare” anche agli stessi Democratici, sempre più in difficoltà rispetto alla prossima tornata elettorale. Renzi, d’altro canto, deciso a conquistare il consenso del voto moderato, ignora le sollecitazioni che provengono dalla sinistra del suo partito di avviare un confronto di merito sui temi del lavoro, dell’occupazione e dei diritti civili. Non a caso lo Jus Soli è rinviato sine die, nonostante sia cresciuto nel Paese un movimento di forte rivendicazione di un diritto negato ai figli di immigrati nati in Italia. La rincorsa ai veti incrociati di forzisti, leghisti, e pentastellari è giudicata dai bersaniani di Mdp un errore gravissimo che spingerà inesorabilmente l’elettorato di sinistra sempre più verso l’area dell’astensionismo. Stiamo parlando di circa 2 milioni di voti. Così come preoccupante è apparso l’attacco condotto da Matteo Renzi all’autonomia di Bankitalia con la richiesta di rimozione dall’incarico del governatore Visco. Un modo più o meno schermato volto anche a riaffermare la sua supremazia sull’attuale Premier (Gentiloni, stai sereno?!) e che ha visto la contestazione di esponenti Dem come Veltroni e Calenda, oltre che dell’ex Presidente Napolitano. “Non può essere la politica”, hanno poi tuonato i demoprogressisti, “a lottizzare un incarico così delicato per l’economia e per gli stessi equilibri istituzionali della nostra democrazia”. Del resto la strada prescelta per arginare lo tsunami 5 Stelle non è stata certo quella del varo di una piattaforma politica innovativa, capace di risollevare le sorti finanziarie della nazione da una crisi tuttora invasiva, quanto piuttosto quella di una riforma elettorale che, nell’idea dei sostenitori (di destra come di centro sinistra), favorisca le coalizioni, mettendo all’angolo i Grillini. Un’idea velleitaria che non tiene conto della fluidità e della estrema mobilità del consenso elettorale. In ogni caso un primo test importante verrà dalle elezioni amministrative siciliane.

Ma Se Sparta piange, Atene non ride. Anche nel centro destra la fibrillazione cresce. Berlusconi, pur incandidabile, tenta di vincere la partita con il suo diretto competitor leghista, rincorrendo il tema posto dal prossimo referendum autonomistico Lombardo/Veneto. L’ex cavaliere ha dichiarato che occorre effettuare referendum in tutta Italia per “spostare la competenza di ben 11 materie dal centro alla sede giusta, quella regionale”. Un modo per scippare a Salvini la primogenitura di un’operazione che, nell’intento taciuto di molti esponenti della Lega, sarà l’occasione per riesumare   antiche e mai sopite aspirazioni secessioniste.

In questo marasma nei prossimi mesi rischiamo di assistere all’epilogo della seconda Repubblica, vittima di una Politica estranea al grido di dolore che proviene da un Paese alla disperata ricerca di una normalità ormai del tutto negata.