Governo Gentiloni: “Morto il RE, W il “RE”!!! di Gaetano Placido (Pubbl. 14/12/2016)

Morto il “RE”, W il “RE”. Potrebbe essere questo il motto di un governo che nasce all’insegna della continuità. Chi dopo il terremoto referendario attendeva scelte in controtendenza, in grado di recepire un esito elettorale di forte dissenso verso gli errori del passato, è rimasto senza parole. Poco o nulla è mutato. 12 ministri riconfermati. La sola Giannini a pagare per il disastro della riforma della Scuola che, per mero paradosso, era stata definita la “Buona Scuola”. Così come per paradosso, quasi a scandire una sorta di “delirio di onnipotenza”, è stata promossa Maria Elena Boschi, fautrice della clamorosa sconfitta del SI. Riconfermata anche Marianna Madia al dicastero della Pubblica Amministrazione dopo aver incassato la scomunica della Consulta alla sua riforma. No, caro Gentiloni, non è certo questo il “governo di responsabilità”, come lo hai definito, che attendeva la maggioranza degli italiani. Non abbiamo ascoltato nelle tue parole di esordio al Parlamento un solo cenno di autocritica. Del resto emblematico l’abbraccio rivolto al neo premier dall’ ex premier. Non siamo certo avvezzi ad elogiare le esternazioni di Massimo D’Alema, ci mancherebbe! Non abbiamo dimenticato l’invito pressante di Nanni Moretti che lo invocava di dire finalmente qualcosa di sinistra. Ma bisogna riconoscere che il suo commento a caldo, “stavolta si va a sbattere”, è una facile “profezia”. Si potrebbe dire, parafrasando Tomasi di Lampedusa: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisognava che nulla cambiasse”. Il risultato sarà, verosimilmente, per quanto non auspicabile, il moltiplicarsi del qualunquismo ed il rafforzamento di movimenti e partiti già in agguato per cavalcare la rabbia popolare. La rabbia di quelle decine di milioni di disoccupati, di vecchi e nuovi poveri, di precari, giovani e meno giovani (tantissimi nel martoriato mezzogiorno), che vivono una condizione esasperata e disperata. Inutile quindi rivendicare maggiore rispetto per le Istituzioni, quando non si ha il coraggio di difenderle lanciando segnali tangibili di fiducia. Ma, forse, la fiducia che il Premier voleva ottenere era solo quella di un Parlamento fatto di una maggioranza legale, non più reale. E questo non è un buon viatico per affrontare la fine anticipata di questa ennesima, sventurata legislatura.