Nero più nero  di Elio Mottola (Pubbl. 12/07/2018) 

Il flusso migratorio proveniente dall’Africa spaventa gli europei. Non tutti per la verità sono “incazzati neri“ (espressione di moda che inverte i termini della più verosimile: “neri incazzati”) perché numerosi indicatori statistici ci dicono che, entro certi limiti, l’immigrazione è addirittura necessaria per compensare i tassi di crescita demografica di poco superiori allo zero, che caratterizzano l’Europa. È evidente che queste statistiche poggiano sulla ragionevole prospettiva che gli immigrati vengano assorbiti dal sistema produttivo bisognoso di mano d’opera per lavori che i pochi indigeni europei in età lavorativa giudicano inadeguati alle loro più o meno legittime aspettative. Va da sé che gli immigrati regolarmente inseriti nel lavoro assicurano, oltre al risultato diretto della loro attività retribuita, anche la massa contributiva necessaria a sostenere la spesa delle pensioni in atto nei Paesi europei. Ma le statistiche non hanno un grande impatto emotivo sul corpo elettorale che, tra l’altro, è costituito in larga misura proprio da pensionati, per cui prevalgono i messaggi che suscitano la paura di vederseli in casa propria a contendere il posto di lavoro ai propri figli e nipoti. Tutti conosciamo in che termini oggi la questione viene posta e i differenti orientamenti che si fronteggiano, da quello della Lega, disumano ed irridente per aumentare i consensi, a quello dei 5 Stelle, che ipocritamente non si sono mai sbilanciati per non perdere consensi, fino a quelli “di sinistra” che perdono comunque consensi, pur oscillando tra forme più o meno inique di contenimento del fenomeno (Minniti) ed istanze umanitarie volte al prioritario salvataggio delle vite umane ed al riconoscimento del diritto dei migranti a fuggire non solo dalle guerre e dalle dittature ma anche dalla povertà e dalla fame, della quale noi europei, compresi quelli dell’est che hanno la memoria corta, ci siamo evidentemente dimenticati (Boldrini). In questo scenario emerge ciclicamente, con sfumature che vanno dalla provocazione cialtrona alla pia illusione, la proposta: “Aiutiamoli a casa loro”. Che poi sarebbe la cosa più giusta se “casa loro” non fosse stata messa sottosopra da due secoli di colonialismo tuttora in atto. E, d’altra parte, l’idea di promuovere lo sviluppo dell’economia africana non è una novità legata al fenomeno migratorio. Già dagli anni ’50 numerosi furono i progetti di razionalizzare l’agricoltura africana, dove possibile, attraverso un più oculato utilizzo delle scarsissime risorse idriche. Fatto sta che questi progetti erano funzionali non all’emancipazione delle popolazioni locali dalla povertà ma agli interessi del capitale europeo, che mirava a realizzare profitti attraverso la coltivazione intensiva dei soli prodotti esportabili. Non parliamo poi di come lo sfruttamento delle risorse energetiche abbia alimentato feroci dittature colluse con gli interessi del capitalismo, piuttosto che costituire un’occasione di crescita economica e sociale degli africani. Non si vede dunque perché oggi, in un clima economico dominato dalla finanza internazionale, l’invito ad aiutare le popolazioni africane a casa loro dovrebbe essere credibile. E quindi, fatta eccezione per un doveroso ed improrogabile piano di coinvolgimento degli africani nel contenimento delle nascite onde evitare, o almeno ritardare, la disastrosa entropia demografica che minaccia il pianeta (ma chi ci potrebbe riuscire?), non si può fare altro che attendere il riequilibrio naturale della situazione, che si realizzerà quando l’Europa, venuta meno l’Unione, sarà diventata il nuovo “Continente nero”, oscurato dagli stati nazionali tornati ad essere nazisti e fascisti a loro insaputa. Le guerre cruente e devastanti, che si scateneranno tra essi per preservare identità nazionali ormai inesistenti, renderanno l’Europa poco attraente: molti stanno lavorando, non solo in Italia e in Europa, a questa soluzione che appare certamente la più facile da realizzare.

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