Dell’assenza di Giuseppe Capuano (Pubbl. 10/12/2018) 

Se fossi un artista, se fossi in grado di segnare una tela con la vernice, rappresenterei la vita di ognuno come il percorso di un bicchier d’acqua versato: irruento nel suo primo cadere, in grado di scompaginare tutto ciò che gli è a tiro e poi il suo altrettanto rapido placarsi fino a scomparire. Forse sarebbe meglio avere a disposizione una cinepresa, quelle in grado di cogliere il percorso anche del più veloce degli schizzi. Riguarderei incantato per migliaia di volte quelle immagini e cercherei di memorizzarne ogni passaggio, ogni singolo fotogramma, ogni singolo bit. Quel passaggio d’acqua, per quanto breve, fulmineo, insignificante per dimensioni peso e volume presto mi accorgerei che insignificante non è. Prima di tutto perché ogni suo guizzo è parte del più grande degli insiemi, un insieme che da lui e da milioni di altri trae la sua forza e la sua magnificenza. Ogni guizzo scompagina, abbevera e distrugge, rinfresca o scioglie. Nel suo scorrere lento si deposita e lascia traccia. Quando è veloce porta via le tracce di altro. Non è mai solo e isolato. Quando finisce di passare lascia sempre un senso di vuoto.

Di tempo trascorso ne ho accumulato tanto, e tanti sono i guizzi che mi hanno bagnato, le vite di altri che mi hanno sfiorato, dissetato, rinfrescato, scaldato, a volte disturbato e travolto, o semplicemente infastidito. Ogni guizzo ha avuto il suo tempo nel mio tempo, nel fantasioso intreccio del suo scorrere. Contarli, classificarli per rilevanza sarebbe operazione stupida e inconcludente. Quando però mi assale la coscienza del mio vivere, ne percepisco tutta l’assenza. Il vuoto prende il sopravvento dopo le lacrime, versate o per pudore trattenute. L’assenza prende il posto della presenza con la stessa forza, anzi con forza maggiore perché non so come contrastarla. La presenza l’accetti o puoi rifiutarla, puoi decidere di condividere una parte del tuo percorso o decidere di prendere subito altre strade. L’assenza rimane, muta e immutabile. E ti ritrovi a simulare confronti o litigi, a prendere posizione in ipotetiche possibili discussioni. Una partita a scacchi simulata dove immaginare mosse e contromosse dell’avversario. Son passate ancor poche settimane dall’ultimo volta che con lui mi sono incontrato e confrontato. Un confronto non alla pari. Lui nel suo letto d’ospedale, io libero di andare e venire. Io potevo scegliere di incontrarlo, lui no. Io sapevo, lui forse immaginava, forse sapeva ma ben camuffava. Il pudore, la dimestichezza con la vita pubblica e sociale ci accumunava e ci rendeva reciprocamente discreti nelle nostre comunicazioni. La notizia della sua morte mi è giunta per telefono, la mattina presto, e con una fretta senza senso mi sono precipitato in ospedale, come se fosse ancora possibile salutarlo, far qualcosa di utile. Ma lui non c’era più e mai più l’incontrerò. Scrivere, dovevo scrivere e ricordarlo, per me non per lui. Per me non c’è arrivederci, ma coscienza di parte di un percorso importante fatto insieme. Insegnamenti tanti, soprattutto la sensibilità nel capire le ragioni degli altri e i limiti di ogni azione isolata, eroica. Mi piacerebbe ancora "litigare" con lui, sapendo che dopo si è più amici di prima. Saper rimanere sempre un passo indietro per non spaventare, insospettire, far mettere sulla difensiva il tuo interlocutore; imparare a gestirsi le conoscenze e l’esperienza non come strumento di sopraffazione o di vanto narcisistico, ma come una leva in più per sostenere le proprie idee, sopravvivere da persona libera e non come servo sciocco. Ecco la tua assenza è tutto questo, peccato che non puoi sentirmi, caro Gaetano.

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