Astensione dal voto, quali le conseguenze? di Gaetano Placido (Pubbl. 09/06/2016)

Archiviata la prima fase della tornata elettorale del 5 giugno, ci sembra utile avviare una riflessione che esuli dalle scontate polemiche su vincitori e vinti. La grande stampa ha già sufficientemente analizzato l’esito del voto. Quel che a nostro avviso è mancato nei resoconti è il dato dell’astensionismo, liquidato come fisiologico ed in linea con altri paesi europei. L’esempio più eclatante, fatto dal notista politico Ilvo Diamanti, riguarda l’elezione a Londra del sindaco di origine pakistana Sadiq Khan, votato da poco più del 51% degli elettori. Ma cosa è avvenuto qui in Italia? L’astensione dal voto ha marcato un ulteriore -5%. Il 62% contro il 67% di cinque anni fa. In sostanza ben 4 italiani su 10 hanno disertato le urne. A differenza di Diamanti noi riteniamo che la disaffezione al voto rappresenti un grave vulnus per la democrazia, capace nel tempo di radicare in maniera irreversibile una concezione populista e demagogica della politica, foriera di risvolti autoritari. Non è nostro costume lanciare gratuiti allarmismi, di certo siamo convinti che non sia possibile chiudere la questione come normale consuetudine politica. La partecipazione, come inneggiava Giorgio Gaber, è sinonimo di libertà e la libertà non ammette deleghe in bianco ma capacità di valutazione ed assunzione soggettiva di responsabilità. Non è certo un caso che l’articolo 48 della nostra carta Costituzionale, quella che si intende rottamare, sancisca che “il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è un dovere civico che non può essere limitato se non per incapacità o per effetto di una sentenza penale irrevocabile o in casi di indegnità morale indicati dalla legge”. Il voto è anche un diritto politico per eccellenza, strettamente legato alle nozioni di democrazia, di sovranità popolare e di cittadinanza. Una conquista che a partire dal secolo scorso ha segnato il passaggio dallo Stato liberale (fortemente elitario) alle moderne democrazie costituzionali, connotando nuove forme di Stato e di Governo. Menzionare le tappe del suffragio universale è un modo per fare memoria di secoli di lotte durissime per conquistare il diritto degli uomini e delle donne a divenire cittadini, affrancandosi da una atavica sudditanza al monarca di turno. Si obietterà che la politica oggi va in una direzione esattamente opposta, relegando i cittadini ad un ruolo residuale, nella migliore delle ipotesi confermativo di scelte calate dall’alto ed assunte unilateralmente, senza alcun possibile contraddittorio. (Vedi la modifica costituzionale che innalza il numero delle firme per la presentazione di leggi di iniziativa popolare o di referendum abrogativi, n.d.r.). Tuttavia è sconcertante vedere come queste modifiche trovino consenso, spesso anche in un’opinione pubblica avveduta, o siano avvolte da una coltre di silenzio/assenso. E’ comprensibile che una politica autoreferenziale, lontana dall’esercizio del bene comune, non incentivi al voto, ma guai ad offrire giustificazioni ad una tendenza che riporterebbe indietro l’orologio della storia. Anche se, come ha osservato Eugenio Scalfari in un recente editoriale, “La Storia”, per dirla alla Mark Twain, “non si ripete mai, al massimo fa le rime”.