Perdonaci Sacko! di Gaetano Placido  (Pubbl. 07/06/2018) 

Sacko Soumaila, un maliano di 29 anni, è stato ucciso da un cecchino a Vibo Valentia. Sacko era un sindacalista, impegnato nella lotta contro lo sfruttamento dei tanti invisibili che, giunti in Italia per sfuggire a guerre e miserie, sono divenuti i nuovi schiavi, vittime di chi li ricatta, toglie loro la dignità, li dissangua fino allo stremo. Pietre scartate dalla società, martiri della criminalità organizzata e di tanti insospettabili benpensanti. Gli stessi che incontri per strada ogni giorno e che senti spesso imprecare contro l’inquinamento dei nostri valori cristiani.

E quando qualcuno, come Sacko, osa chiedere giustizia, rischiando di far saltare il sistema, il sistema fa saltare lui. A futura memoria. Un macabro gioco che ben conosciamo nel nostro terrificante Sud, e non solo. Collaudato in altre occasioni. Si  ricordi la tragica fine di Jerry Essan Masslo , un rifugiato sudafricano, assassinato da una banda di criminali  a Villa Literno il 25 agosto del 1989. Allora l’omicidio generò una vibrata protesta da parte dell’opinione pubblica e i media nazionali seguirono a lungo la vicenda.

Ma per Sacko non è andata così. L’aria è cambiata, è divenuta più putrefatta. Le prime notizie riportate dalla stampa hanno addirittura insinuato l’idea di un regolamento di conti; al più di qualcuno che aveva reagito ai frequenti furti nella tendopoli dei migranti di Vibo Valentia. Solo grazie al tam tam dei social il mistero è stato infine chiarito. Sacko  stava solo raccogliendo alcune lamiere da una fabbrica dismessa per ricostruire delle baracche dopo un incendio nel quale aveva trovato la morte una donna nigeriana. Eppure la verità dei fatti  non ha sortito particolari clamori. Non abbiamo registrato alcun ampio moto d’indignazione popolare. E solo dopo giorni di silenzio il governo del “cambiamento” ha condannato l’accaduto.

 Per questo, chiediamo perdono a Sacko. Chiediamo perdono a lui ed alla sua gente, costretta a guardare il mondo al contrario raccogliendo pomodori per 10 ore al giorno. Sfruttata dai nostrani negrieri. Quelli che esultano al grido dei novelli barbari: “E’ finita la pacchia”.

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