Trump e… l’elogio della follia di Gaetano Placido (Pubbl. 06/02/2017)

“Da ora in avanti una nuova visione governerà la nostra terra. A partire da questo momento soltanto gli Stati Uniti saranno il “primo”. Il “primo” (first), a questo punto deve essere inteso come “solo” (only) gli Stati Uniti dovranno contare”. Ed ancora: ”insieme faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere forti. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino a prosperare. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere orgogliosi. Faremo sì che gli Stati Uniti tornino ad essere sicuri. Faremo sì che gli Stati Uniti siano nuovamente un grande paese”. Queste le parole di Donald Trump al discorso di insediamento alla Casa Bianca. Espressioni dalle quali emerge, ancora una volta, l’idea di una nazione egemone, dispensatrice, per investitura divina (In God we Trust), di virtù democratiche, di principi e valori liberali, di ricchezza. Purchè sia fatto salvo il proprio particulare, il proprio way of life. Eppure, stavolta, nelle dichiarazioni di intenti del neo presidente, c’è qualcosa di più subliminale: la negazione del resto dell’umanità. Per Trump, oltre l’America c’è il male assoluto, un nemico da annientare, una minaccia costante che va prima contrastata, poi debellata ad ogni costo, stravolgendo antiche e consolidate alleanze con l’Europa, tendendo la mano allo zar di tutte le Russie, alzando muri reali e virtuali, sconvolgendo consolidati assetti geopolitici. Poco importa se non vi è consapevolezza delle conseguenze possibili: un conflitto con la Cina o la Corea del nord, allargamento delle guerre regionali, ripercussioni nucleari. Quel che conta è essere i primi, comunque e dovunque… “da oggi in avanti una nuova visione governi la terra”. Una pericolosa weltanschauung che considera idee come “casa comune”, “cooperazione”, “salvaguardia dell’ambiente” fastidiosa zavorra, soffocanti gravami da relegare nei polverosi archivi della storia passata. Non c’è dubbio che si sia in presenza di una soggettività deviata, egocentrica fino allo spasmo, propria di un businessman che ha immolato l’esistenza sull’altare del “dio danaro”. Un dio privo di scrupoli, di principi etici, un dio unico e solo. Ha ragione Leonard Boff quando, a proposito del fenomeno Trump, sostiene che ormai siamo oltre la società liquida di Baumann: “...quel che sta prevalendo nell’era globale è la ricerca di sicurezza, di ordine, di autorità, di norme chiare e di percorsi ben definiti”. Strade che ripudiano il concetto della complessità, intesa come principio regolatore dei rapporti umani. Ed ancora, si chiede angosciato se “non siamo forse ad un passo dal fascismo come accaduto negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso nella Germania di Hitler e nell’Italia di Mussolini”. A quanti, come l’acclamato politologo Luttwak, tessono le lodi di Trump, bisognerebbe consigliare la lettura dell’Elogio della follia. Il celebre saggio di Erasmo di Rotterdam si apre con un’esaltazione da parte della Follia, che parla in prima persona di se stessa per prendere poi le distanze dai "mortali", lasciando quindi intendere la sua natura divina. La Follia si auto elegge figlia di Plutos, dio della ricchezza e dice di essere stata allevata dall'Ignoranza e dall'Ubriachezza. I suoi più fedeli compagni sono Philautia (la Vanità), Kolakia (l’Adulazione), Lethe (la Dimenticanza), Misoponia (l’Accidia), Hedonè (il Piacere), Anoia (la Demenza), Tryphe (la Licenziosità), Komos (l’Intemperanza) e, infine, Eegretos Hypnos (il sonno mortale). Ed è da questo sonno che bisognerebbe risvegliarsi. Finchè siamo in tempo!