Prima che sia troppo tardi di Gaetano Placido (Pubbl. 01/06/2017)

Due fatti accaduti in queste settimane sono da segnalare emblematicamente ai lettori. Uno riguarda il decreto che de facto reintroduce i Voucher, dopo che un precedente atto di cancellazione aveva bloccato il referendum abrogativo della Cgil, facendo rientrare dalla finestra ciò che era stato cacciato dalla porta ed impedendo ai cittadini la loro libera espressione di voto. L’altro riguarda la norma, approvata in commissione Bilancio alla Camera, che reintegra i direttori “stranieri” di alcuni Musei bocciati dal TAR che, peraltro, aveva anche stigmatizzato procedure di reclutamento opache e poco trasparenti. Se a ciò si aggiungono le manovre in corso per approvare rapidamente un nuovo “pasticcio elettorale”, ad esclusivo vantaggio dei proponenti, si comprende come siamo in presenza di uno scenario politico inedito che dà un altro possente schiaffo alla nostra traballante democrazia. E’ pur vero che la Repubblica fin dal suo nascere ha dovuto fare i conti con l’aggressione ai suoi assetti istituzionali: la cosiddetta Legge Truffa (1953), il tentativo di golpe (Piano Solo 1964), la strategia della tensione con le bombe degli anni ’70/80, il terrorismo brigatista (1974/1988), gli attentati di mafia (1992/1993). Ma il contesto, fino agli anni ’90, era diverso. Gli anticorpi della democrazia, nonostante la fase di tangentopoli, erano saldamente ancorati al corpo sociale del Paese. La dialettica politica, i corpi intermedi, avevano non solo ruolo di cittadinanza, ma anche radicamento capillare nella società civile. Un sistema autoimmunitario che a partire dalla seconda e/o terza repubblica si è andato progressivamente sgretolando, dando la stura ad una gravissima patologia che sta tuttora logorando il nostro tessuto democratico. In questi ultimi mesi, il tentativo di scardinare la Costituzione, respinto dal referendum del 4 dicembre scorso, viene riproposto con l’identico obiettivo di demolire l'architettura istituzionale dei “poteri” e dei loro contrappesi. Alla centralità del Parlamento, della rappresentanza, della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali si sta sostituendo la centralità del Governo, il quale invece di essere legittimato dal Parlamento, sempre più ambisce ad esercitare su quest’ultimo ogni forma di prevaricazione. La divisione e l'equilibrio dei poteri rischia sempre più di cedere il passo all'accentramento delle decisioni politiche (e non solo) nella sola figura del Premier, ridimensionando ogni forma di controllo. Un processo, lo ribadiamo, inedito, perché si sta consumando nel pieno di una crisi economica, sociale e culturale che inevitabilmente tende a narcotizzare un’opinione pubblica stanca e demotivata, costretta a fare i conti con una “quotidianità” insostenibile, senza prospettive di miglioramento, nella quale allignano le radici dell’indifferenza, dell’astensione dal voto, della rassegnazione. Che fare? Occorre un sussulto di razionalità. Occorre, partendo dal basso, mettere da parte ogni differenza identitaria ed ogni interesse corporativo, per convergere su di un programma di iniziative politiche che abbia al centro il tema della riappropriazione di una reale democrazia partecipata, per riconquistare diritti negati e dignità di popolo. In sostanza una rivoluzione culturale. Prima che sia troppo tardi.

Commento di Tina Russo

Che fare? Di fronte a questo accorato appello, che senza remore accogliamo, resta però il problema della rappresentanza. L'avvocato Ambrosio assassinato nelle circostanze mai abbastanza note a tutti, ci diceva che lui faceva politica non per i partiti ma per il suo paese. La sua storia come quella di tantii morti per le stesse dinamiche, ci insegna che l'isolamento ci rende vulnerabili. Fare il proprio dovere per servire l'interesse generale è indispensabile ma non basta, questo va sostenuto da strutture organizzate ( partiti, sindacati, associazioni) che abbiano la capacità di contrastare politiche inique che depauperano risorse umane e naturali, valori che oggi misurano in maniera innovativa il PIL di un paese. Mai si riflette abbastanza sulle conseguenze a lungo termine di scelte sbagliate.

Commento di Saverio Castellone

Gentile redazione, ho 60 anni ed ho vissuto in diretta gli avvenimenti bui del nostro Paese a partire dagli anni '70 fino a tangentopoli, avendo militato prima in lotta continua e poi avendo esercitato la carica di Consigliere comunale nella mia piccola cittadina. So che, per quanto fossero insidiose le trame tra servizi segreti deviati/mafia/politica conservatrice, la Costituzione aveva i suoi contrappesi nei partiti, nei sindacati e in pezzi di Magistratura. Ogg lo so, questi equilibri sono a rischio ma anche per la mentalità fascista imperante, atteso che, secondo fonti autorevoli di rivelazioni dati statistici, il 25 aprile è da eliminare per metà di italiani. Tuttavia, vorrei soffermarmi su una questione: la reintroduzione del voucher. La questione sembra marginale rispetto al contesto dell'articolo, ma io credo che dalle piccole cose si fa politica, oltre a quella di avere una mentalità creativa e lungimirante. Premetto che non conosco bene la normativa sui voucher. Nonostante ciò, parto da fatti reali. Conosco esercizi pubblici gestiti da piccoli imprenditori (ristoranti, pub, ecc...) dove durante il fine settimana, in serata, lavorano studenti universitari per mantenersi agli studi. In questo caso come deve comportarsi il piccolo ristoratore per garantire un minimo di tutele a questi lavoratori saltuari per scelta o per esigenze di studio? Fin quando non cambia sistema economico-sociale non si possono criticare alcune normative