Whirpool: che fare? di Giuseppe Capuano  (Pubbl. 11/06/2019) 

Domenica 9 giugno, la prima giornata che di colpo ha anticipato l’estate, i lavoratori della Whirlpool di via Argine a Napoli l’hanno passata in fabbrica. Non erano soli. Le loro famiglie, dai nonni ai nipotini come dal primo giorno di mobilitazione, erano presenti nella grande sala teatro dell’azienda allestita per consentire al Cardinale Sepe di celebrare la messa domenicale in fabbrica. Ci sono anche le delegazioni di altri stabilimenti industriali, i massimi dirigenti sindacali delle Confederazioni Sindacali, qualche giovane dei centri sociali. E tanti giornalisti. Sono dieci giorni che a via Argine si vive con il fiato sospeso a conferma che nel mondo del lavoro dipendente ogni certezza di stabilità, di sviluppo e di crescita è sempre più lontana dalla cruda realtà. Altro che annunci di nuove iniziative produttive, di crescita dell’investimento in tecnologie innovative, di una economia che si differenzia e si modernizza anche con l’aumento dell’offerta turistico-culturale con il conseguente aumento di visitatori e turisti. L’annuncio della chiusura di un importante e storico stabilimento industriale e il presagio di effetti negativi anche per l’impianto di Caserta ad esso collegato è stata una doccia fredda che obbliga ad un maggiore e più attento sguardo all’economia reale. Quattrocentotrenta posti di lavoro diretti a Napoli, duecentocinquanta a Caserta e pare altrettanti nelle piccole e piccolissime imprese che riforniscono lo stabilimento di Napoli. Solo poche settimane fa nell’ex stabilimento della Cirio nello stesso quartiere di San Giovanni, ora sede universitaria che ospita il centro di eccellenza della Apple, c’era stato un convegno della Fiom CGIL di presentazione di una ricerca sugli stabilimenti FCA in Italia. Altra storia, altre dinamiche un unico punto in comune: il difficile rapporto con la proprietà industriale internazionale. Fu quella un’occasione per dare uno sguardo dall’alto dei terrazzi della nuova sede universitaria a un quartiere i cui segni di un’antica vocazione industriale sono ormai riconoscibili solo nelle tante ciminiere in mattoni che si ergono come minareti isolati in un tessuto sub urbano del tutto modificato. Il polo universitario, con i suoi ampi spazi, aule e sale conferenze è esso stesso posizionato in un contesto urbano degradato, con una edilizia povera e disordinata. L’unico elemento di “modernità” condiviso con il territorio è l’assenza di un’edicola per la vendita di giornali, già perche ci dice una persona a cui chiedemmo indicazioni, “l’edicola c’era, lo ricordate bene, ed era proprio qui, ma ha chiuso da tempo, ormai la gente legge i giornali sugli apparecchietti elettronici”. In questo nuovo deserto lo stabilimento Whirlpool è uno, se non l’unico, rimasto attivo. Per una biografia che proprio nell’esperienza in fabbrica e nella crisi industriale della fine degli anni settanta affonda le sue radici, la notizia ci ha indotto ad una reazione empatica con i lavoratori e le loro famiglie, prima ancora che spingerci ad una riflessione politica ed economica. Una empatia verso il drammatico vuoto che la perdita del posto di lavoro determina nelle persone. Il tempo pare fermarsi e tutto ciò che ti gira intorno ti appare improvvisamente estraneo nei tempi e nei contenuti. Donne e uomini lavoratori della Whirpool hanno mostrato subito il loro drammatico scoramento con i volti in lacrime impietosamente colti e cercati dagli obiettivi di telecamere e macchine fotografiche.

L’atmosfera che si respira in questa domenica già appare diversa. C’è rabbia ma soprattutto consapevolezza che si è all’inizio di una lunga battaglia e i segnali di solidarietà finora giunti stanno accendendo uno spiraglio di speranza. Le informazioni che circolano sulle cause che hanno indotto il gruppo industriale a cancellare lo stabilimento di Napoli sono scarne. “Sono anni che seguo le vicende industriali di Napoli, prima come responsabile della federazione dei Chimici della CGIL e ora come segretario della Camere del Lavoro e ti assicuro che le situazioni di crisi vera le riconosci subito. Qui alla Whirlpool è tutto diverso. Lo stabilimento va bene, la produzione c’è e anche le vendite. Per certi versi è inspiegabile ciò che sta avvenendo”. Ad esprimersi così è Raffaele Paudice, eletto nella segreteria di Napoli nell’ultimo congresso CGIL. Sotto un sole cocente, mentre lui cerca di non perdere mai di vista le persone che ci sono intorno, gli chiediamo se tra le motivazioni possibili dell’azienda possono esserci anche ipotetiche inefficienze territoriali. Ci risponde in modo netto e chiaro: “Chi conosce la geografia di Napoli sa che questa sarebbe una motivazione impossibile: dove è situato lo stabilimento i collegamenti con il resto del mondo sono semplicissimi, in fabbrica non ci sono mai stati problemi di microconflittualità, molti lavoratori hanno avuto i padri che hanno lavorato nella stessa fabbrica, magari con gruppi industriali diversi, per l’innovazione e la ricerca le conoscenze ci sono tutte”. Mentre conversiamo arriva un delegato che si scusa ma deve andar via, il mese di giugno a Napoli è tradizione che ci siano le cerimonie per la Prima comunione dei più giovani. “Mio padre lavorava qui prima di me e io ci lavoro da vent’anni. Meno male che ho un incarico tecnico presso un Comune”. Sei architetto? gli chiediamo: “No, sono laureato in conservazione di beni culturali e il mio incarico riguarda la salvaguardia del Paesaggio, in fabbrica lavoro alle linee di montaggio”. Incrociamo Giovanni Sgambati, segretario generale della UIL Campania. Continua a rilasciare dichiarazioni a tanti colleghi che come noi cercano novità sull’andamento della trattativa. “Le grandi multinazionali si preoccupano poco dei disastri umani e sociali che possono determinare le loro scelte. I margini di profitto nel settore degli elettrodomestici è minimo e se devi dar conto solo ai tuoi azionisti, anche un minimo guadagno può fare la differenza”. Ma come, gli chiediamo, in un’economia globalizzata, con prodotti che invadono il mercato mondiale e realizzati in posti lontanissimi dall’Europa o dalle altre economie forti, penso alle auto prodotte nel sud est asiatico, come può essere un impedimento stare a poco più di mille chilometri dal centro dell’Europa? “Ma quelle aziende adottano strategie diverse, vendono quasi sotto costo perché devono conquistare posizioni in fette di mercato, qui ci troviamo in un settore dove la dominanza è conclamata ed è un mercato relativamente stabile. Perciò io insisto nella mia idea di coinvolgere i consumatori in una campagna io compro prodotti dello stabilimento di Napoli”. Come confederazioni sindacali siete uniti? “Sarebbe assurdo il contrario e di assurdo ora c’è solo il comportamento aziendale”. Ad entrambi i dirigenti sindacali poniamo la stessa domanda e cioè se è possibile individuare responsabilità dirette del Governo e del Ministero diretto da Di Maio. I nostri interlocutori riconoscono che sulla questione ben poco avrebbe potuto fare il Governo anche perché, fino a qualche giorno fa, l’azienda non aveva fornito nessuna informazione che potesse far presagire un epilogo così netto. Forse la questione vera è che dalla fine dell’esperienza delle partecipazioni statali, da quando lo Stato italiano ha deciso di privatizzare il suo importante impegno industriale, sono decenni che non vengono proposte e messe in campo vere politiche industriali. Tutto è stato affidato alle regole del mercato. Il termine stesso di multinazionale, finora utilizzato per identificare aziende con sedi industriali in diversi paesi, dovrebbe essere sostituito con aziende sovranazionali, intendendo con questo l’ormai aleatorio rapporto che queste instaurano con il territorio, con le maestranze, con le istituzioni e i centri di governo dove hanno i loro stabilimenti. Quanto accade da anni ha del paradossale: più un’impresa cresce, più importante diventa il suo ruolo nell’indurre processi tecnologici innovativi, più perde ogni rapporto con il territorio, diventando pura espressione di un capitale finanziario perdendo ogni valore sociale. Per quanto possa apparire innovativa e certamente inusuale la proposta del Segretario della UIL, è il segno che, in Italia in particolare, ormai i processi produttivi non vengono più regolati nei rapporti di forza che si instaurano nelle aziende, ma seguono altre strade per lo più inesplorate da parte delle organizzazioni dei lavoratori. Paudice, il segretario CGIL, ad un certo punto della nostra conversazione ci invita ad alzare lo sguardo oltre i confini dello stabilimento: il parcheggio di un grande centro commerciale Sole365 che proprio in questi giorni è sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria per sospetta bancarotta, è immediatamente a ridosso del parcheggio della fabbrica. Una prossimità che sembra quasi il simbolo di quanto accade in città da decenni, il drammatico segno di una strana modernità: capannoni industriali trasformati in centri commerciali. “Dopo la grande crisi del’Italsider, ma forse anche prima, quella di Napoli è una storia di dismissioni industriali. Fortunatamente non c’è nessun nesso diretto tra disoccupazione e criminalità. Hai sentito tu stesso chi sono questi lavoratori, il nostro delegato è laureato e riesce a percorrere anche altre strade. Qua nessuno di loro è a rischio camorra, è tutta bravissima gente. Il problema è che qui è a rischio la struttura sociale della democrazia che non significa andare a votare ogni paio d’anni ma possibilità concreta di collaborare, produrre, confrontarsi, determinare collettivamente il futuro del proprio territorio. Qui, alla Whirlpool, è tutto questo che è sotto attacco”. Le polemiche politiche di questi giorni, viste da questo particolare osservatorio, appaiono lontane milioni di anni luce e non a caso i grandi assenti sono proprio i partiti politici, o quel che resta di loro. Mercoledì 12 a Roma, presso il Ministero per lo sviluppo, ci sarà un nuovo incontro tra i rappresentanti dell’azienda, il Governo e le rappresentanze dei lavoratori seguiranno i loro delegati. C’è da augurarsi una svolta positiva, o almeno l’avvio di una vera trattativa tra le parti anche perché l’estate incombe, con la chiusura per ferie dei maggiori impianti industriali e mantenere in piedi la mobilitazione sarà dura. Ciò che si può e ci si deve augurare è che l’intera città prenda al più presto piena coscienza dell’effetto devastante che potrebbe avere l’ipotizzata chiusura dello stabilimento di via Argine e che questo ennesimo episodio dell’esercizio del libero arbitrio di mercato riporti l’attenzione della politica a ripensare al proprio ruolo nelle vicende economiche e industriali. Se è vero, come qualcuno ha ipotizzato, che la scelta Whirpool di partire dallo stabilimento di Napoli considerato marginale è un modo di testare la possibilità di dismettere la sua presenza in tutta Italia, la risposta non potrà essere di basso profilo, solo di garanzia assistenziale della copertura del reddito dei lavoratori, questa deve essere l’occasione per mettere in piedi nuovi strumenti di politica industriale concorrenziale all’impresa privata, che mostra sempre più di venir meno alle sue responsabilità sociali.

Commento di L. R.
E basta! Un po' di rispetto, un po' di serietà! Dal 2016 ci sono state per le aziende italiane, in particolare quelle del Sud, una serie di agevolazioni fiscali di enorme importanza: faccio riferimento soprattutto all'iperammortamento e al credito di imposta. Programmi di R&S, patent box, assunzione di laureati e consulenze specializzate hanno consentito a molte piccole aziende di riprendere il fiato dalla pressione fiscale e ottenere un credito di imposta vantaggioso, soprattutto ai fini della crescita delle aziende stesse. La Whirpool se ne è avvantaggiata eccome. Chiudere oggi, dopo aver goduto degli incentivi statali è da farabutti. Merita rispetto lo Stato che elargisce i contributi, meritano rispetto i lavoratori che vengono informati di un determinato piano industriale non perseguito, meritano rispetto le aziende che stanno al gioco rispettandone le regole, meritano rispetto i contribuenti che consentono tutto ciò. E' difficile fare impresa al sud, è vero, ma non perchè lo Stato manchi. Anzi. A parità di grandezza (per dipendenti e fatturato), un'impresa con sede legale e operativa al sud riceve molti più agevolazioni di un'impresa del centro-nord. E' difficile per un'altra serie di motivi. Antropologici, più che economici. Ma la Whirpool è ben diversa da un'azienda del Sud Italia. Eppure, mi sembra di capire, pare che si sia ben ambientata al malcostume generale di volere la farina dal re e aspettare che continui a darla per sempre. A questo si associa la più becera usanza dell'era globalizzata: spostare a piacimento aziende e fabbriche lì dove è più conveniente, ben sapendo che ci sarà sempre un luogo più confacente ai propri business plan. Rimanga in Campania la Whirpool, reinvesta il credito di imposta nel paese dove lo ha ottenuto, aumenti le competenze dei suoi operai. Stia ai patti, come lo facciamo noi, piccole aziende del Sud che resistono alla tentazione della globalizzata forza lavoro a basso costo!



commenti sul blog forniti da Disqus