Terra schiava di Lorenzo Paolo Di Chiara (Pubbl. 31/07/2018)

Ogni anno soprattutto con l’estate, il mare calmo e condizioni metereologiche favorevoli, il Mediterraneo si trasforma in un gigantesco sepolcreto o, nel migliore dei casi, in un luogo dove transitano migliaia di disperati. I primi atti del nuovo Governo del nostro Paese sono stati di aperta ostilità nei confronti di tutti coloro che hanno tentato, tentano e tenteranno di varcare quel confine d’acqua. Atti forti e ostili quelli del Governo che invece di innescare un processo di condivisione del carico sociale ed economico legato ai flussi migratori tra i paesi dell’Unione Europea ha dato legittimità e forza alle posizioni “protezionistiche” più oltranziste, alimentando la fobia dell’invasione dello straniero. Mentre però si urla contro i migranti, i clandestini, si scoprono sempre più inquietanti legami tra chi organizza i viaggi dei disperati e le organizzazioni malavitose italiane ed europee e un non meno inquietante rapporto con le organizzazioni che gestiscono il mercato del lavoro nelle campagne e nei cantieri in particolare nel Sud d’Italia dove continua a regnare il sistema del caporalato che riduce ad uno stato di semi schiavitù migliaia di persone. Ne discutiamo con il Professor Francesco Carchedi, docente presso la Facoltà di Sociologia dell’ Università la Sapienza di Roma, che anche quest’anno è stato il coordinatore scientifico del IV Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto.

Prima di entrare nel merito del vostro ultimo lavoro potrebbe spiegarci cosa sia oggi il caporalato e quanto e dove sia ancora diffuso?

Il caporalato, nella sua accezione originaria del termine, è un sistema illecito di reclutamento di lavoro, sottopagato nel settore agricolo ed edilizio. Oramai sul piano dell’opinione pubblica la parola caporalato è riduttivamente usata come sinonimo di sfruttamento. Lo sfruttamento però, purtroppo, ha un campo di azione molto più vasto. Il caporalato è un dispositivo di sfruttamento sui tempi lunghi. In sociologia della devianza il caporalato si può definire come un fenomeno criminale a tutti gli effetti, partorito da un complessivo meccanismo di asservimento della manodopera. Trova in alcune regioni italiane un suo preminente radicamento culturale e materiale. I territori storicamente connotati maggiormente con questo fenomeno sono: Puglia, La Capitanata, dove si concentra il numero più alto di braccianti sotto caporale, il Salento, l’Agro pontino, l’Astignano, la Romagna, il Ragusano e il Catanese, la Piana di Albenga, la Lombardia, il Veneto, la Piana di Gioia Tauro, l’alta Campania, il Vulture. È possibile dunque stimare che in queste aree tra i 110.000 e i 154.000 addetti nel settore agricolo a tempo determinato o avventizio sono occupati in modo vessatorio: da un lato perché sottopagati e ingaggiati per l’intero arco della giornata, dall’altro perché reclutati illegalmente e quindi impossibilitati a qualsivoglia rimostranza di natura sindacale. Il caporalato è dentro i fenomeni della contemporaneità, di cui si nutre e che a sua volta stimola.

Il Rapporto si intitola Agromafie e Caporalato. Quanto è forte il legame tra criminalità e gestione del mercato del lavoro in agricoltura?

 Illegalità e caporalato nel settore agricolo sono purtroppo in continua espansione. La crisi ha aggravato ulteriormente le condizioni di migliaia di lavoratori impiegati nelle stagionalità di raccolta, qui penetra la mano della criminalità organizzata. Lo sfruttamento della manodopera è il primo anello dell’accesso mafiosa in agricoltura. Un recente studio di Transcrime, autorevole centro di ricerca sulla criminalità transnazionale, ha stimato che solo in Italia i ricavi delle organizzazioni mafiose non siano inferiori a 33 miliardi di euro, pari all'1,7% dell'intero prodotto interno lordo. Le “agromafie” -cioè il complesso dei fenomeni mafiosi che hanno come obiettivo l'accaparramento di illecito profitto attraverso la produzione, la trasformazione e la commercializzazione di prodotti alimentari- e lo sfruttamento della manodopera attraverso il caporalato gestito dalle organizzazioni mafiose si inseriscono in questo più ampio contesto. Il caporalato diventa una sorta di via di uscita dal diritto del lavoro che tiene distante il sindacato, inteso come mediatore di legalità. Qui il caporalato si trasforma da strumento arcaico di reclutamento a fenomeno criminale, capace di unire la visione di mercato generale, reclutare i neo schiavi, i disgraziati dei gironi delle povertà globale. L’organizzazione mafiosa è frutto di quel “pensa globale e agisci locale”.

È stato possibile individuare un rapporto diretto tra i flussi migratori e i mercanti del lavoro agricolo?

 C’è un connubio tra l’immigrazione e gli schiavisti. Basti pensare che l’emigrazione verso un futuro migliore ha un costo elevato per chi intraprende questa odissea, pagata quasi sempre ad organizzazioni criminali, le quali organizzano i viaggi clandestini. Arrivati a destinazione, gli immigrati hanno bisogno immediatamente di lavorare, per ripagare i debiti del viaggio della speranza. In situazioni di estremo bisogno, scarsa presenza in alcune zone del paese di associazioni sindacali e l’assenza di agenzie di reclutamento dei lavoratori che operino in maniera efficace ed efficiente, fa sì che la criminalità, in certe regioni italiane, controlli il territorio. Non è un caso che il reclutamento dei braccianti possa avvenire nei centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA). La condizione di sfruttamento è il perno di un genere di imprese che riesce a competere solo contraendo il costo del lavoro. Bisogna riflettere sul perché in un paese industrializzato e tecnologicamente avanzato come il nostro, solo gli extracomunitari fanno certi lavori. Il sistema riesce a fermare in Italia manodopera straniera che altrimenti sarebbe espulsa e ne attrae di nuova intercettando i flussi in entrata.

Che tipo di aziende agricole si rivolgono ai caporali?

 Le imprese più grandi solitamente, come emerge dall’indagine. Prima dell’inizio delle stagioni di raccolta, determinano il costo da pagare alla manodopera (il c.d. “borsino”), in base alle caratteristiche dei prodotti e ai distretti agro-alimentari di riferimento. Determinato il costo del lavoro (il “salario di piazza”) una buona parte delle imprese che operano nei singoli distretti agricoli tendono ad adeguarsi. O meglio le grandi imprese che fissano il costo del lavoro ad una data quota di fatto costringono tutte le altre a conformarsi su tale quota, poiché al di fuori di essa si rischia l’emarginazione. Soltanto le aziende più solide possono distaccarsi dal “borsino”, e dunque dall’ingaggio di caporali che devono in sostanza gestirlo secondo le direttive che ricevono. Secondo le informazioni acquisite dall’indagine le imprese che agiscono in tal maniera ammonterebbero al 10% di quante operano nei singoli distretti, ed un altro 15/20% sono spinte ad adeguarsi per mantenere gli standard concorrenziali del proprio ambito di produzione. Circa un quarto delle imprese agricole dei distretti esaminati reclutano manodopera mediante caporali.

Economisti e futurologi pongono spesso una questione: l’incessante processo di innovazione tecnologica renderà sempre meno necessario ricorrere al lavoro umano nei processi produttivi Questo è vero anche per i settori oggetto del vostro rapporto o la questione è puramente politica, di rapporti di forza, di costo del lavoro?

 Indagare sulle condizioni di lavoro in Italia è una vera discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, sommerso, schiavista, moralmente deprecabile, con assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni dell’ordine del giorno, che si abbattono su più generazioni, costrette a lavorare sempre di più ma a guadagnare sempre meno, anche se viviamo in una società dove il potenziale produttivo già consentirebbe di lavorare meno mantenendo un tenore di vita dignitoso. Le politiche che hanno provocato l’inasprirsi delle disuguaglianze sociali spostando reddito e ricchezza dai lavoratori, che li producono, alle imprese, che a loro volta hanno scelto consapevolmente di trasformarli in vere e proprie rendite. Risultato di questo è l’avanzare di forme di sfruttamento. Sbaglia chi ritiene che il caporalato non abbia effetti negativi sul sistema agricolo nel suo complesso. Il ricorso al caporalato è una risposta dal respiro corto alla necessità di traguardare rendite anche minime da parte di un numero imprecisato di imprese agricole. Sono violate le norme di libera concorrenza.

Si stima siano tra 20 a 45 milioni di persone ridotte in schiavitù nel mondo intero. Sono varie le iniziative attuate per certificare la filiera produttiva che garantisca non solo qualità del prodotto ma anche il rispetto dell’ambiente e il rispetto delle condizioni dei lavoratori. L’obiettivo è quello di far leva sulla sensibilità del consumatore per indurre un comportamento corretto delle imprese. Secondo Lei sono utili queste iniziative e, se si, come si possono moltiplicare e diffondere?

Bisogna pensare che in agricoltura il costo del personale ha un peso non di poco conto nella determinazione dei costi. Soprattutto quando il potere contrattuale dell’imprenditore agricolo è basso. Le neo create Organizzazioni dei produttori (Op) dovrebbero organizzare la programmazione, coadiuvare i singoli produttori per l’intero processo produttivo, garantire attraverso lo strumento dell’unione condividere i rischi ed innovare. Dovrebbero appunto, ma soprattutto nei distretti del profondo Sud ha scarsa funzionalità. Grazie alla campagna promossa da TERRA!, Flai-Cgil, daSud e dalla campagna #FilieraSporca una parte importante della grande distribuzione organizzata si è impegnata ad abbandonare la controversa pratica delle aste online al doppio ribasso sui prodotti alimentari. La frammentazione degli agricoltori ed il malfunzionamento delle organizzazioni di produttori rendono la filiera sempre più debole e poco competitiva. A questo si aggiunge qualche giorno di pioggia. Oppure una riduzione dei costi di fornitura per rendere più allettante l’utilizzo del caporale. D’altro canto bisogna anche e soprattutto pensare e credere ad una filiera trasparente, dove tutti i passaggi siano alla luce del sole, questo induce tutte le aziende e fornitori ad aumentare le responsabilità nei confronti dei consumatori. Adottare misure legislative che prevedano un’etichettatura che fornisca indicazioni non solo sull’origine del prodotto ma anche sui singoli fornitori. Un’etichetta narrante che accompagni il consumatore verso la consapevolezza, riduca al minimo le possibilità che il singolo prodotto sia raccolto con manodopera sfruttata. Per divellere il caporalato alla radice non è sufficiente una legge, per quanto avanzata, serve un’azione politica e culturale in grado di ripresentare l’intero comparto.


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