Gite scolastiche di Vito R. Ferrone  (Pubbl. 29/04/2019) 

I viaggi d’istruzione sono parte integrante del progetto educativo della scuola italiana. È un’idea buonissima, ovviamente. Viaggiando si impara, e si impara molto. Si cresce. Hai la possibilità di conoscere luoghi nuovi, belli, incantevoli e, il più delle volte, di uno spessore culturale senza pari. I nostri baldi giovani hanno la possibilità concreta di conoscere usi, costumi, persone e culture diverse. Imparano, cioè, la tolleranza. Come si può essere contro tutto questo? Difatti nessuno lo potrebbe, e nessuno lo è. Far viaggiare i ragazzi è importante, per certi versi decisivo. Il punto allora qual è? Perché finora siamo quasi alla fiera delle ovvietà.

Il punto è: perché tanti docenti si rifiutano categoricamente di accompagnare i ragazzi nei viaggi di istruzione? E non sto parlando di quelli che possiamo definire “lavativi” - qui sarebbe interessante aprire una discussione, perché a fiutare l’aria, pare proprio che tutti i docenti siano dei lavativi: diciotto ore settimanali, quando vanno; tre mesi di festa all’anno; Pasqua, Natale ed Epifania; ponti e viadotti … lasciamo stare, che altrimenti non la finiamo nemmeno per il duemila e trecento - ma di quelli che tra le incomprensioni di troppi e il sarcasmo di altrettanti troppi, faticosamente e con dignità professionale ed umana fanno, e bene, il loro lavoro. E sono tanti. Ma proprio tanti. Perché?

Perché questi benedetti viaggi più che dei viaggi di istruzione sono dei viaggi di distruzione, quantomeno fisica, per i docenti che hanno deciso di partire con i propri allievi. Perché, nonostante l’impegno, l’attenzione, la generosità, l’esperienza, la disponibilità diurna e notturna dei docenti, c’è sempre qualcosa che può andare storto.

Immaginare cosa potrebbe accadere con la mamma, il padre, la nonna e magari pure la zia, se il figlio adorato o la figlia venerata - e siamo decisamente agli eufemismi - si fa una bua o poco più di una bua, è da togliere il sonno. Per non parlare degli avvocati. Dei così detti mass media e della rete.

Degli avvocati non saprei. Fanno solo il loro lavoro. Forse. Dei responsabili dell’informazione, una parola pure bisogna usarla, e degli inciuci della rete una cosa si può dire: sono i più limpidi e accorati detentori della sovranità illimitata e articolata del possibile. Delle possibilità. Tranne di una, si capisce. L’unica possibilità non contemplata è che i docenti non abbiano nessuna responsabilità, o colpa, se qualcosa va storto. Anatema!

Com’è possibile che un ragazzo alle 4.17 del mattino si venga a trovare, magari ubriaco, in una camera che non è la sua? Dov’erano i docenti accompagnatori? Alle 4.17 del mattino ancora a dormire! A poltrire in un letto! I soliti lavativi, mo’ ci vuole.

Come è possibile che un ragazzo minorenne - minorenne lo vogliamo sottolineare o no? - inciampi - inciampi!- camminando sul marciapiede? Questo incidente poteva essere evitato? Domanda di rito. Domanda che prevede una sola risposta: certo che poteva essere evitato. Si lascia un minorenne camminare sul marciapiede così? Non scherziamo proprio. Se solo i professori fossero stati un poco, più di un poco, non siamo meschini, per carità, si tratta di minori, attenti, più presenti, più ragionevoli, più intelligenti, più palestrati.

E non sia mai si viene a sapere, e con i segugi “de noantri” si verrà sicuramente a sapere, che quegli sciagurati dei docenti accompagnatori con protervia e imprudenza hanno costretto i ragazzi a salire sul marciapiede, mentre questi tranquilli sciamavano in mezzo alla strada. È la fine. Inchieste, dibattiti, ragionamenti, analisi psicologiche, approfondimenti legali, sociologici o presunti tali dove ognuno dà il meglio di se stesso.

Se non fosse salito sul marciapiede, se non fosse stato costretto dai docenti a salire sul marciapiede, quel ragazzo non sarebbe inciampato e non si sarebbe slogato il polso. Fosse solo il danno fisico! E gli aspetti morali, psicologici e - perché no? - psichiatrici, ce li vogliamo dimenticare? Un caravan serraglio di opinioni, pareri, consigli, convinzioni, e incazzatura civile. Di gente che parla e straparla ad ogni ora del giorno e della notte, ivi compreso il pomeriggio, e su tutte le frequenze cognite e incognite, oltretutto come se fossero tanti Newton a discettare di gravità. Questo sarebbe. Questo è.

Che poi. In un’epoca di eroi mediocri - tanto che basta una telefonata ad un comandante di una nave da crociera per essere definito “un eroe” - uno si chiede come deve essere, come dovrebbe essere, definita della gente che decide di rischiare? Delle persone che hanno deciso, come ebbe a dire un dirigente scolastico - avveduto e preoccupato - di “sfidare la fortuna” e “di mettere a rischio la pensione”. Come?

State sereni. Nessun prof vorrebbe nessun appellativo di eroe. Era per dire. E allora? Niente. Così. I docenti sono stanchi, rotti ed annoiati dalla mancanza di rispetto. Tutto qui. Dalla sostanziale mancanza di rispetto di un tempo che non ha più nessuna vergogna della propria ignoranza e del proprio egoismo. Che non riconosce, né ha nessuna intenzione di farlo, ai prof nessuna autorità. Basti pensare alla caterva di ricorsi contro valutazioni di non ammissione o di ammissione con debito alla classe successiva di interi consigli di classe. E alla necessità burocratica e normata di confrontarsi sempre e comunque durante l’intero anno scolastico e di giustificare o quasi ogni propria azione con la famiglia, o con chi per essa. Un morire. Senza alcuna possibilità di resurrezione. Perché, nella maggioranza dei casi, la famiglia o chi per essa, è deresponsabilizzata a prescindere. Si è auto deresponsabilizzata con decisione.

Dovevo rispondere ad una domanda. Chissà se l’ho fatto. Anche perché ci sono tanti docenti che vanno con i loro ragazzi incontro all’ignoto di un pur ben preparato viaggio d’istruzione. Come la mettiamo? Chi accompagna i giovanotti e le fanciulle è bravo, e chi non lo fa non lo è?

“Volevo ringraziare per averci insegnato le vere lezioni di vita pillole di saggezza che porteremo con noi nel percorso della nostra esistenza”.

Al di là di tutto l’unico motivo è in quelle parole. Per chi va, e per chi non va. Ai viaggi di istruzione. L’unico motivo che costringe e permette di misurarci con i nostri ragazzi sono quelle parole. Fatevene una ragione tutti voi che discettate, analizzate, intervistate, approfondite e, purtroppo, decretate. Fatelo in silenzio, magari. Grazie.

commenti sul blog forniti da Disqus