Intervista a Davide Grasso, lo scrittore combattente. (parte 3^) a cura di Giuseppe Capuano (Pubbl. 19/06/2018)

Paragoni la tua esperienza a quelle delle Brigate internazionali nate nel 1936 per difendere la Repubblica Spagnola dall’aggressione fascista del generale Franco. Le cose son molto cambiate da allora. Non ci sono più i partiti comunisti e socialisti, non c’è più l’unione Sovietica, non c’è più l’Internazionale. La tua come quella di tanti altri combattenti solidali non è forse il segno estremo di come in Europa, in Italia la deriva liberista, l’appiattimento alle logiche delle compatibilità capitaliste da parte di quel che resta della sinistra stia facendo dei danni enormi compreso l’aver tolto speranza, voglia di impegnarsi per cambiare questo nostro modo diseguale. È il segno estremo della crisi delle democrazie?

In verità il paragone con la Spagna è ambivalente proprio per questo: c’è anche in Rojava l’idea internazionalista e un clima eccezionale da questo punto di vista – estremamente rigenerante per chi lo vive – ma gli internazionalisti del Rojava, più ancora di quelli salafiti che almeno alle spalle hanno una struttura globale, sono individui atomizzati provenienti da un universo frammentato, iper-precario sotto ogni punto di vista (politico, economico, lavorativo, culturale, ecc.). Va detto che non tutti gli internazionali Ypg hanno da ridire sul capitalismo o sul liberismo, c’è anche chi non vuole una rivoluzione tra essi, ma soltanto combattere Daesh, che vedono come la barbarie massima di questi anni. Molti però sono invece comunisti, anarchici, socialisti e più che il senso di impotenza nelle loro società credo vivano la necessità di dare dignità alla propria vita e alla propria militanza, perché la militanza politica antagonista in occidente è spesso fatta anche di molte parole, di tante astrazioni e astrusità, e di poca pratica, soprattutto di poco slancio, c’è tanta meccanica dell’attivismo, è snervante per molti, ci si sente soffocare a volte, e si vede che alcuni di questi limiti sono radicati in una cultura profondissima che affonda le sue radici almeno fino agli anni Settanta e al 1968, una cultura che al momento sembra molto difficile rivedere in maniera critica. Se c’è una cosa che unisce gli internazionali politici con quelli apolitici nelle Ypg, credo sia, invece, l’ateismo, o l’agnosticismo quanto meno. Certo ci sono migliaia di musulmani, soprattutto curdi ma non solo, che entrano nelle Ypg o nelle Forze siriane democratiche da vari paesi, e tra gli occidentali ho notato due o tre cattolici, ma per lo più gli internazionalisti delle Ypg non sono persone religiose e diffidano di ogni pensiero che si voglia “rivelato” o “assoluto”. Anche in questo rappresentano bene la nostra generazione in occidente, e mi identifico benissimo con loro.

Nel tuo libro ricostruisci con lucidità e precisione, con un linguaggio accattivante la storia millenaria di quelle terre, dei suoi popoli. Una storia di guerre, sopraffazioni, conquiste, resistenze. Le tue osservazioni sono attente e puntuali. Ti chiedo allora che idea hai dei motivi che spingono a questa continua escalation dei venti di guerra? A me pare che ogni spiegazione “classica” sia ormai insufficiente a interpretare gli attuali avvenimenti.

Non saprei. In verità, credo che l’elemento economico sia sempre molto rilevante, e non perché lo ha detto o scritto questo o quello, ma perché si vede dai fatti ed è piuttosto comprensibile. Dopotutto, siamo fatti di quello che mangiamo e per mangiare dobbiamo anche trasformare la natura. In questo senso la questione energetica, i gasdotti, il petrolio, hanno un ruolo fondamentale in tutto questo: perché un ruolo fondamentale lo hanno le multinazionali, i fondi di credito e gli stati, e queste istituzioni si attivano con in mente cose molto semplici e concrete – risorse energetiche e forza lavoro. Per avere il diritto di sfruttare l’ambiente senza intralci, magari acquistando petrolio o gas a prezzi favorevoli, è necessaria la stessa cosa che è necessaria per sfruttare la forza lavoro: popolazioni docili, in questo caso perché terrorizzate o sfollate. Sui milioni di profughi che affollano l’Asia dall’Aghanistan e dal Pakistan alla Palestina, passando per l’Iraq e la Siria, c’è un business enorme. Per il Medio oriente sarebbe possibile anche un futuro diverso, dove la pace sia fondata su un maggiore benessere, come in Europa e Nord America (fatte salve le contraddizioni sociali che abbiamo anche qui, ma sono infinitamente diverse). Il destino dei mediorientali è molto peggiore del nostro, anche a causa dello sbilanciamento coloniale della modernità: e finché non ci muoveremo in qualche modo per assottigliare questo baratro non ci sarà speranza per nessuno. Anche l’occidente andrà in rovina. È solo una questione di tempo. Laggiù gli stati e le multinazionali pagano e foraggiano anzitutto le strutture claniche patriarcali e clientelari, che rendono impossibile alla radice l’evoluzione intellettuale e sociale, in primis delle donne e dei giovani. In secondo luogo vengono promossi movimenti a sfondo confessionale che impongono leggi che non permetteranno mai un miglioramento reale delle condizioni di vita. È quello che fanno l’Arabia Saudita e l’Iran, Israele (che supporta da decenni, sia pure in forma non pubblica, l’emergere di movimenti islamisti dentro e fuori la Palestina – per potersi costruire un nemico su misura) e la Turchia. Usa, UE, Russia e Cina (quest’ultima, che appare più defilata, vende armi e competenze militari all’Iran, ad esempio, ed ha superato le importazioni Usa di greggio dall’Arabia Saudita), si sovrappongono come potenze globali, senza cambiare nulla della sostanza. Questo è il sistema capitalistico gestito dagli stati-nazione che la rivoluzione della Siria del Nord cerca di mettere in discussione, sola contro tutto il mondo. L’unica speranza è che, mentre migliaia di ragazze e ragazzi muoiono combattendo per difendere le conquiste politiche e sociali del Rojava, ogni volta da un nemico diverso, i seminari che organizzano su tutto il territorio liberato e i tentativi di promuovere un risveglio politico fuori dal Medio oriente abbiano successo, e la determinazione a cercare una via d’uscita da questo sistema economico e politico si diffonda nei tempi che ci attendono.

Fine.

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