FCA: la fabbrica politica di Useppe  (Pubbl. 15/03/2019) 

La CGIL FIOM è di nuovo fuori dalla trattativa con FCA, la multinazionale dell’auto costruita da Sergio Marchionne. Motivo della rottura è l’indisponibilità della delegazione trattante dell’azienda di considerare l’opportunità di un contratto di lavoro di secondo livello, quello aziendale e di stabilimento, dove ruolo essenziale avrebbe la Rappresentanza Sindacala Aziendale (RSA) con i delegati di fabbrica. Sono passati dieci anni dalla storica rottura delle relazioni sindacali tra FIOM e azienda e tra FIOM e le organizzazioni sindacali di categoria FIM-CISL e UILM, che invece decisero di firmare l’accordo. La questione FCA (l’ex Fiat) si ripropone con forza ma questa volta sotto un segno diverso: a Pomigliano d’Arco, nello stabilimento dove si produce la Panda, lo sciopero indetto dalla FIOM al reparto presse ha registrato adesioni che vanno dal 75 al 98 per cento. Gli operai hanno scioperato perché nonostante perduri il trattamento di cassa integrazione (cig), che comporta una significativa riduzione del salario, l’azienda ha deciso di incrementare la saturazione delle linee di produzione attive aggiungendo ben tre turni di lavorazione, un altro giorno di lavoro, senza ridurre le ore di cig agli operai in produzione e senza richiamare chi è fuori dalla fabbrica. Ne parliamo nella sede della Fiom di Pomigliano con due delegati dello stabilimento, Mimmo Loffredo del reparto presse e Mario Di Costano, operaio del reparto montaggio responsabile territoriale della FIOM e tuttora in produzione.

Chiediamo subito al delegato del reparto presse, quali sono i motivi che hanno portato ad indire lo sciopero.

“Semplice. Oggi il lavoro al reparto presse è organizzato su 15 turni settimanali con 350 operai con regime salariale ridotto, perché c’è ancora la cassa integrazione. L’azienda vuole organizzare il lavoro su 18 turni, aggiungendo cioè una giornata lavorativa alle linee attive senza ridurre le ore di cassa integrazione. È una scelta che non possiamo condividere”.

 Mimmo Loffredo con pazienza ci spiega l’attuale organizzazione. Ogni operaio della linea nel corso del mese deve svolgere il suo lavoro su tre turni. La prima settimana inizia con il turno mattina, dalle 6 alle 13,30 (7 ore e trenta perché la pausa pranzo è a fine turno); la seconda settimana inizia con il turno di notte, 22,00/6,00; la terza inizia il turno pomeridiano, 14,00/22,00. Per ogni turno sono previste 3 pause di 10 minuti: o si va in bagno o si fuma o si prende il caffè, impossibile fare tutte e tre le cose in soli 10 minuti. Settimana corta, 5 giorni su sette, 4 in media con un giorno di cassa integrazione. Le 350 persone del reparto lavorano su un numero ridotto delle 9 linee di produzione disponibili. L’azienda ha deciso di intensificare la saturazione sulle linee già intasate, aggiungendo una nuova giornata lavorativa, i 3 turni aggiuntivi, iniziando la produzione la domenica notte. Le ore di cassa integrazione rimangono le stesse e la produzione aumenta. Nei fatti l’azienda utilizza la cassa integrazione per determinare una riduzione di salario aumentando i livelli di produzione. Ma la legge lo consente?

Siamo al limite. Il nostro stabilimento anche quest’anno è riconosciuto dall’azienda tra i più produttivi, “meritiamo” la gold medal (assegnata in base al sistema di valutazione World Class Manufacturing WCM), tanto che ci riconosce il premio di produzione più alto. Evidentemente non le basta”.

Avete provato a spiegare le vostre ragioni prima di indire lo sciopero?

In fabbrica vige il Contratto collettivo specifico di lavoro CCSL, che non prevede contrattazione con i delegati sulle condizioni e sull’organizzazione del lavoro”.

Ma questo è un trattamento riservato a voi della FIOM o a tutti i delegati di fabbrica?

A tutti. I delegati delle organizzazioni firmatarie si trovano in una condizione a dir poco equivoca: per“meritare” di sedersi al tavolo della trattativa devono farsi garanti in fabbrica di quanto pattuito e nel patto sottoscritto non sono previste revisioni contrattuali nel periodo di vigenza dell’accordo. Nelle assemblee, nel confronto con i lavoratori, loro devono, insisto sul devono, rappresentare le posizioni dell’azienda. Non è prevista nessuna contrattazione decentrata”.

Mimmo, tu sei addetto alla manutenzione e ti chiedo: lasciare linee ferme e intensificare la saturazione delle linee già attive non può aumentare il rischio di fermate tecniche per guasti? Mi risponde indirettamente un delegato anziano, ormai in pensione che entra nella stanza per salutare Mimmo e confrontarsi sulle ragioni dello sciopero. Rivolgendosi al suo compagno afferma con convincente semplicità:

I grandi ingegneri, con la presunzione di poter automatizzare tutto, affidano la gestione del ritmo della produzione alla programmazione delle macchine, ma così, se c’è una fermata, è impossibile recuperare perché le macchine riproducono lo schema iniziale ignorando la fermata. Quando la gestione della produzione era affidata agli operai c’era sempre il modo di recuperare la produzione persa”.

Ritorniamo su un punto dolente. Ci sono altre differenze tra voi della FIOM e gli altri delegati, per esempio quante ore di permesso vi riconoscono?

C’è una differenza abissale. A noi della Fiom vengono riconosciute 8 ore di permesso al mese, ai delegati garanti dell’accordo sono concesse 120 ore mensili”.

A Pomigliano producete solo la Panda, eppure la FCA continua a proclamare la volontà di differenziare la produzione e promette grandi investimenti. A risponderci è il responsabile territoriale Mario Di Costanzo che chiarisce:

Certo la FCA investe, ma ha un piano per 4.5 miliardi, mentre la sola Germania prevede investimenti per 50 miliardi. A Marchionne va riconosciuto il merito di avere intuito che nel processo di globalizzazione i produttori di auto erano in troppi. La FIAT si è fusa con altri grandi marchi, si è trasformata in una grande multinazionale, ma continua a comportarsi come un gruppo di provincia, non investe in ricerca e innovazione e continua la sua battaglia, tutta politica, contro le agibilità sindacali. Le sue novità sono vecchie prima ancora di nascere”.

Le reazioni alle azioni dei lavoratori di Pomigliano sono state ancora una volta contrastanti. I segretari nazionali di CISL e UIL si sono subito schierati con l’azienda. Ancor una volta le sorti del movimento sindacale italiano passano dalla fabbrica, dal settore auto. Che pensate quando tutti proclamano la necessità di ricostruire l’unità sindacale? Ci rispondono quasi in coro:

Se non si ridà la parola alle strutture produttive, se i delegati nei posti di lavoro sono ricattati e ricattabili, se non hanno nessuna autonomia, la parola unità non ha nessun senso”.

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