Stampa di "Palazzo" 

di Franco Mennitto (Pubbl. il 12/04/2016)

Se l’Italia è al 73° posto nel mondo per libertà di stampa, fra la Moldavia e il Nicaragua con la perdita secca di ben 24 posizioni in un solo anno, qualche motivo di certo ci sarà. Indubbiamente, ci sono ragioni dovute alle intimidazioni mafiose e camorristiche, che costringono molti giornalisti a rischiare la vita e a girare con la scorta, quando accordata. Molte sono le intimidazioni dovute, poi, alla politica che tenta di censurare i giornalisti liberi attraverso cause per diffamazione: nel 2014 le denunce sono aumentate da 84 a 129. Ci sono, infine, le cause strutturali e storiche, peculiari del nostro Paese, come la mancanza di editori “puri”. Infatti, i grandi giornali, sempre più catene editoriali multimediali, sono di proprietà di banche e gruppi industriali che, attraverso un complicato gioco di scatole cinesi, siedono in più consigli di amministrazione. E certamente non per mecenatismo o per difendere l’art. 21 della Costituzione, ma per tutelare i propri interessi e usare i mezzi di comunicazione come strumento di pressione. La battaglia iniziata in questi giorni per il controllo del “Corsera” è la prova evidente dei veri interessi che si nascondono dietro le proprietà dei mezzi di comunicazione. Il risultato di tutto ciò non è solo la posizione non certa lusinghiera dell’Italia nella classifica della libertà di stampa, ma anche la scarsa qualità del giornalismo nostrano. Due casi che, come napoletani, ci riguardano da vicino. Il primo ministro viene in città, in piena campagna elettorale, con le sue slide taumaturgiche a illustrarci come risorgerà, questa volta per davvero e grazie a lui, l’area di Bagnoli e a sottolineare, con arroganza, le incapacità di quanti lo avevano preceduto. E giù diapositive con effetti speciali: lavori in tempi record, bonifiche sicure, mare bandiera blu, rispetto dell’attuale piano regolatore,  camorre tenute a bada. E nessuno a chiedergli con quali soldi si faranno le opere, del possibile stravolgimento del piano regolatore, del rischio che corre Nisida, del perché dell’ennesimo commissariamento con il comune esautorato mentre chi, come taluni suoi amici di partito, ha sperperato soldi e perso tempo, oggi viene indicato come l’ultima opportunità per risollevare la città. Nessuno, timidamente, a domandargli che fine faranno i veleni ospitati nel sarcofago della colmata, manco fosse Chernobyl, o chi pagherà i debiti finora contratti. Quisquiglie, a leggere la stampa locale, tutta intenta a celebrare il fiorentino della provvidenza, e senza disturbare con domande banali per non essere accusati di gufare. Ecco quindi il forum celebrativo a Il Mattino, quotidiano di proprietà del costruttore Caltagirone, proprietario dell’ex Cementir e dunque di certo interessato ai lavori di Bagnoli. Nessuna domanda scomoda sul giornale, foto scelte dagli uffici stampa e cronache che ricordano i migliori film Luce degli anni Venti: «Renzi dopo essere sceso dall'auto si è fermato a stringere la mano agli abitanti del quartiere che lo hanno accolto con un applauso». Intanto, a Napoli c’era chi in piazza protestava contro Renzi. La gran parte in maniera pacifica, un gruppo minoritario in modo più violento, ingaggiando con le forze dell’ordine, schierate in difesa dell’ennesima zona rossa, un lungo scambio di pietre e lacrimogeni, con il ricordo che va sempre ai tragici giorni del G8 di marzo 2001. Un lungo corteo di studenti, centri sociali, disoccupati, comitati, antagonisti dei quali si possono o meno condividere le ragioni e i metodi, e per noi l’uso della violenza non è mai giustificabile, ma che non è possibile squalificare, accomunando tutti con insinuazioni ridicole. Come quelle avanzate da Stefano Folli su La Repubblica del 7 aprile che, richiamando una pagina triste e buia della nostra storia, come i moti di Reggio Calabria degli anni ’70, riporta a galla i “boia chi molla” di fascista memoria e addirittura conclude il suo articolo una frase sibillina: «La verità è che i centri sociali, non sappiamo quanto infiltrati dalla camorra, si sono messi al servizio di un gioco politico distruttivo». Un’offesa al buon senso e all’intelligenza, una criminalizzazione di un intero movimento che racchiude non solo la partigianeria e l’autoreferenzialità, ma anche la sciatteria dei nostri giornali. La camorra, che ha ben altri interessi malavitosi, così come era successo con i movimenti antinceneritore di Acerra o con quelli antidiscarica di Chiaiano e di Terzigno, viene citata a sproposito, ignorando che poi, in questi casi, la magistratura ha rinviato a giudizio non chi chiedeva trasparenza e protestava ma governatori, commissari e prefetti. É anche grazie a questo tipo di informazione che l’Italia è fra la Moldavia e il Nicaragua nella classifica della libertà di stampa nel mondo. Al 73° posto.

 
 

foto di Luca Somma