Crollo ponte Morandi. Ne parliamo con il prof. Luciano Nunziante  di Giuseppe Capuano (Pubbl. 11/09/2018)

È passato appena un mese dal crollo del ponte di Genova con il suo carico di morte. Il disastro è stato il più eclatante tra una serie di eventi che negli ultimi anni hanno portato alla luce le condizioni in cui versa il sistema delle infrastrutture in Italia. Condizioni critiche, complesse e non riducibili esclusivamente al dilagare del malaffare, del pur diffuso connubio tra costruttori senza scrupoli e politici e amministratori corrotti. A Genova è crollato un ponte ben progettato e ben costruito.

Abbiamo chiesto al prof. Luciano Nunziante, decano di Scienze delle Costruzioni dell’Università Federico II di Napoli, di aiutarci a capire cosa sia realmente accaduto. “Si tratta di forze opposte che vanno bilanciate: il cemento precompresso è una tecnologia che unisce le caratteristiche di materiali diversi, l’acciaio e il cemento, consentendo di realizzare opere prima inimmaginabili”. Ci spiega. “L’ingegner Morandi è stato un maestro nell’utilizzare questa tecnologia. In pratica il risultato ottenuto con il cemento precompresso è stato quello di ridurre gli spessori delle parti sospese, rendendole più leggeree quindi allungabili in modo prima impensabile. Il problema è che negli anni ’50 e ‘60 quando si progettava non si calcolava come la fatica sopportata nel tempo da una struttura ne avrebbe modificato la resistenza. Il cemento precompresso, nelle sue diverse componenti si corrode, lo scorrimento dell’acciaio lungo la struttura crea microfessurazioni nella copertura cementizia. Quest’insieme di fattori, se non si interviene, possono determinare crolli e cedimenti della struttura in punti nevralgici della sua tenuta provocando eventi tragici come quello di Genova”.

È un progetto sbagliato allora? “No, non è sbagliato il progetto, tant’è vero che ha resistito per 50 e più anni. La questione è che vanno adottate misure di controllo periodico e di verifica. Il cemento non è nato per essere eterno”.

Il dramma di Genova era quindi prevedibile? “Senza entrare in questioni che ora riguardano la Magistratura, è necessario capire che ogni struttura costruita in cemento precompresso, in genere in cemento armato, deve essere sottoposta a controlli costanti e periodici”.

Ma c’è un obbligo, un protocollo tecnico che stabilisce che chi progetta deve prevedere anche l’osservazione costante del costruito? “No. È possibile prevedere la durata ma è obbligo di chi gestisce, possiede la struttura, prevedere l’osservazione delle modificazioni. A volte basta una strumentazione semplice per predisporre dei sistemi di controllo. All’Università di Napoli abbiamo progettato nuove strumentazioni e diversi sistemi di calcolo, di lettura e di interpretazione dei dati raccolti che è l’operazione essenziale”.

C’è una differenza tra quanto avviene in Italia e nel resto del mondo? “Purtroppo sì. In Francia, Germania come in tutta Europa, ma anche nel resto del mondo c’è una grande attenzione alla gestione del costruito, pur con differenze importanti. La salute del cemento armato è sempre sotto controllo. In Italia invece no”.

È come se i nostri progettisti, i nostri gestori, i proprietari, si sentissero ancora ai tempi del Brunelleschi: il costruito è per l’eternità. E’ pur vero che in Italia abbiamo l’esempio della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano che dal 1387 si prende cura della Cattedrale nel suo intero ciclo operativo. È proprietaria della cava di pietra originaria e provvede periodicamente a sostituire tutte le parti che hanno subito un pericoloso deterioramento. “Importante questo riferimento al grande passato ma bisogna stare attenti. I nostri ingegneri hanno lavorato e lavorano in tutto il mondo. Siamo maestri nell’uso del cemento. In Italia ci sono tanti punti di eccellenza, e tra questi certamente c’è Napoli, Milano, Torino. È la mentalità economica che è sbagliata. Il costruito si interpreta come accrescimento di un patrimonio in modo fermo. Le spese per il controllo e la manutenzione si considerano uno spreco. Questo è vero sia quando si tratta del patrimonio pubblico che di quello privato. Magari si finanziano i grandi restauri ma poi non c’è una lira per la manutenzione ordinaria e i soldi spesi vengono sprecati perché non si ripara quel piccolo danno che in poco tempo può far degenerare il tutto. Basta farsi un giro per Napoli. Dopo il crollo del cornicione della Galleria a via Toledo che portò alla morte di un giovane in gita scolastica, tutti i condomini, dal più povero al più ricco hanno provveduto a mettere reti di protezione sotto i balconi e lungo i cornicioni. Si è eliminato il pericolo imminente ma non si capisce che quelle cadute di materiale superficiale possono essere segnali di disfacimento della struttura. Si tampona ma non si interviene”.

Cosa anderebbe fatto invece? “Seguendo ovvie priorità, ponti, dighe e altre grandi strutture dovrebbero essere immediatamente studiati e predisposti sistemi di controllo permanente per poter decidere dove e quando intervenire. La stessa cosa bisognerebbe imporla a tutti i condomini. Si è resa obbligatoria l’assicurazione ma andrebbero resi obbligatori i controlli e gli interventi di manutenzione”.

Truffe a parte, è possibile conoscere lo stato reale del costruito in Italia? “C’è l’obbligo di legge di depositare al genio civile i progetti, i calcoli delle strutture costruite. Delle grandi strutture pubbliche i dati sono più facilmente reperibili. Quando però si tratta di edifici privati la cosa si fa più complicata per il grande caos che caratterizza l’organizzazione degli uffici pubblici. I disegni, i progetti ci sono ma chi sa in quale armadio, in quale cantina.”

Torniamo alle truffe. È possibile capire se il costruito corrisponde al progettato? “Ricordo che quando ci fu il terremoto in Irpinia fummo chiamati ad effettuare dei controlli sulla staticità degli edifici rimasi in piedi. Una notte ci trovavamo in uno dei tanti paesi distrutti. Centinaia di persone cercavano un ricovero e l’unica struttura rimasta in piedi era una scuola in cemento armato. I vigili del fuoco chiesero il mio urgente parere. Entrai nella scuola con due strumenti, uno in grado di misurare lo spessore dei tondini interni alla struttura in cemento e un altro in grado di misurare la consistenza della parte cementizia. In poco tempo fummo in grado di dichiarare con scientifica certezza l’agibilità della struttura consentendo a decine di famiglie di trovare ricovero in una notte freddissima su per le montagne. Gli strumenti ci sono ma bisogna avere la volontà”.

Lei è internazionalmente noto per la sua produzione scientifica e per aver messo a punto un sistema per valutare le fratturazioni nelle cavità in tufo e un sistema di calcolo che consente di progettare gli interventi per consolidare la muratura delle cavità. Esiste una mappatura del nostro territorio? “No, almeno non in dettaglio e sistematica. È urgente predisporla”.

Ma in Italia esistono tecnici in grado di realizzare questo sistema di controllo e vigilanza? “Lo ripeto, in Italia non siamo carenti per conoscenze tecnico scientifiche. I tecnici ci sono e sono anche bravi. Quello che manca è una impostazione lungimirante, la capacità di predisporre politiche di programmazione e la volontà di investire per la sicurezza e la qualità della vita”.

Professore, non vorrei essere irriverente, ma i nostri bravi ed esperti tecnici hanno però costruito cose orribili e devastato un territorio. “È vero. Il punto è questo. La non eternità del cemento armato può giocare a favore per porre rimedio agli errori del passato. Verifica e controllo può anche significare programmazione di piani di demolizione. Ma non basta demolire va anche riqualificato il territorio. Si sono abbattute le strutture di Baia Domizia, tutte costruite abusivamente su terreni demaniali. L’Italsider di Bagnoli è chiusa da tantissimi anni. Ma la riqualificazione, il risanamento del territorio? Siamo fermi da decenni”

Torniamo un attimo da dove abbiamo iniziato. Secondo Lei per la caduta del ponte di Genova sarà possibile individuare delle responsabilità? “Qualche decennio fa fu lo stesso Morandi, a segnalare i punti critici di alcune sue realizzazioni. Da quanto leggo la Magistratura sta percorrendo la strada giusta. Ci sono sicuramente responsabilità del gestore ma ci sono anche tante responsabilità delle autorità preposte al controllo. Bisognerà indagare in profondità. In Italia abbiamo un grande problema che continuiamo a non affrontare: l’efficacia e trasparenza della catena di comando e controllo.”

Lei dice che il cemento armato non è fatto per durare in eterno. Negli altri paesi cosa accade? Negli altri paesi accade semplicemente che le strutture vengono abbattute non perché deteriorate ma per valutazioni economiche: un terreno ha cambiato valore, un edificio ha dei costi di manutenzione eccessivi rispetto ai suoi scopi di utilizzo e allora si preferisce abbattere, ricostruire e riqualificare. Cosa difficilissima in Italia per motivi culturali, politici e perché siamo poco avvezzi a valutazioni di questo tipo”.

Professore noi ci conosciamo da tempo immemorabile. Ricordo quando era possibile incontrarsi nelle sezioni dei partiti, nelle aule universitarie alle assemblee studentesche, nelle assemblee operarie dove si affrontavano grandi temi, si discuteva delle scelte da contrastare formulando proposte alternative. Le questioni che Lei ha sollevato in questa nostra conversazione un tempo sarebbero stato oggetto di un confronto politico diffuso. Oggi  invece?“ Errori sono stati fatti tanti anche nel passato. Oggi penso che il nostro sguardo è rivolto verso un orizzonte temporale schiacciato sul presente che appare come un groviglio di continue emergenze. Certo il cemento non è eterno, ma chi come me si è occupato del costruire è abituato a ragionare sulle conseguenze future delle decisioni prese oggi, cosa che come società non facciamo più. Sono decenni che chi governa e gestisce la cosa pubblica non propone, non attua scelte di ampio respiro temporale. Questo potrebbe esserci fatale”.

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