Il dolce volto dell’integrazione di Guido Caridei *  (Pubbl. 11/03/2018)

Napoli è una città dai tanti volti. Qui i rapporti umani sono più immediati e anche con lo straniero ci sono meno barriere. Così nei dintorni di Piazza Mercato si può fare la conoscenza della comunità somala. La sua presidentessa Abdulle Asli Ahmed è un esempio di integrazione, vive a Napoli dagli anni ’80 e dell’integrazione fa uno scopo di vita. L’ho incrociata casualmente nei vicoli alle spalle della piazza, nei pressi dall’istituto superiore Isabella D’Este. In un’ala di un antico palazzo vi è una delle moschee della città, gestita dall’Associazione Culturale Islamica “Zayd Ibn Thabit” che è anche un centro di assistenza per immigrati.....L’imam Agostino Gentile predica un’educazione islamica per il dialogo. Il presidente dell’associazione Massimo Cozzolino ha un passato da militante comunista prima e da francescano poi; all’indomani degli attentati diParigi rivolse una bella lettera al console francese, dalla quale è scaturita una fruttuosa frequentazione. Di questo universo fa parte anche la comunità somala. Il locale dove si riunisce la comunità è un punto di riferimento per somali e non solo. Lo hanno scelto come luogo di aggregazione anche alcuni residenti italiani del quartiere. Ci si va pure solo per una chiacchiera tra amici, un sorso di caffè aromatizzato alle spezie orientali o un piatto di riso alla somala con carne e verdure....Quando qualcuno ti sfugge alla vista, è perché si è ritirato in preghiera, un po’ come tanti buoni cattolici.

Qui Asli Ahmed mi ha concesso un’intervista.

Asli, come si è svolta la tua vita in Italia?

Vivo qui da 35 anni, ho sposato un italiano e vivo in un comune condominio. Le mie figlie sono nate e cresciute qua. Due di loro adesso vivono a Londra e la terza vive in Algeria dove ha la sua famiglia. Sono stata mediatrice culturale e ora presiedo la comunità somala in Italia.

Come era la vita di una bambina in Somalia?

Ho avuto una infanzia spensierata. Noi bambini giocavamo nel cortile, dove le famiglie stringevano amicizia e si riunivano. Non c’era la paura di stare in strada come succede oggi. Mio padre era un commerciante e forniva pasti per le mense scolastiche e i ristoranti. Mio fratello frequentava il liceo scientifico italiano dove insegnavano professori italiani.

Cosa ti spinse a venire in Italia?

L’italiano è la seconda lingua in Somalia e una volta non occorreva il visto per venire qui. A Napoli avevo parenti che lavoravano alla Cirio e all’Albergo Vesuvio sul lungomare.

Com’è ora la situazione politica in Somalia?

Da 27 anni c’è la guerra civile e quasi mai se ne parla. Dopo la caduta di Siad Barre avvenuta nel ’91, il paese è stato lasciato in balìa del terrorismo locale e internazionale. 500.000 persone sono venute via dalla Somalia in questi anni. A Ottobre 500 persone sono morte a Mogadiscio per una sequenza di attentati. Nessun paese occidentale si impegna per il contrasto al terrorismo, né gli Stati Uniti, né l’Europa. Poi succede un singolo attentato in Europa e tutti pensano che noi siamo terroristi. Io cerco di spiegare che questi non sono musulmani, sono "fanatici". È un’altra cosa!!

Le stragi degli integralisti colpiscono i musulmani come i cattolici. Ma questo agli Europei non viene spiegato abbastanza e la disinformazione fomenta il pregiudizio.Quali sono oggi i legami tra l’Italia e la Somalia?

La Somalia è stata una colonia italiana e la cultura italiana è ancora molto conosciuta e amata. Da noi si mangia anche la pasta. E sarei felice di far conoscere meglio il mio paese agli italiani! Poi mi rattrista vedere che ormai l’Italia sta 20 anni indietro rispetto ad altri paesi europei. Quando sono arrivata non era così! Altri paesi hanno progetti di inserimento e offrono una sanità efficiente, sia per i loro cittadini sia per gli immigrati. E anche nei confronti di noi somali il clima è cambiato, alcuni italiani ci vedono come concorrenti.

Mi stai dicendo che, nei paesi meglio organizzati, si riesce a dare servizi agli stranieri, senza che questo significhi sottrarli ai cittadini nativi. C’è ostilità nei vostri confronti in Italia?

A volte. La maggior parte delle persone è serena con noi. Però oggi c’è gente che ti guarda con sospetto. Ti capita che ti dicano “vai via terrorista, torna al tuo Paese!”. Ma in quale paese devo tornare, se il mio posto è questo? Vivo qui da 35 anni in un palazzo a Fuorigrotta dove tutti mi conoscono...Noi preferiremmo poter vivere liberi in Somalia, ma la guerra ci costringe ad andarcene dal nostro paese. Non avrebbero diritto anche i nostri giovani di vivere in pace in Somalia? Invece, dopo aver affrontato un viaggio pericoloso, se hanno la fortuna di trovare un lavoro, devono rinunciare alla loro vita. Metti le nostre giovani donne, sono bellissime, lavorano giorno e notte in famiglie che le accolgono come persone di casa. Loro ricambiano con dedizione ma secondo te le giovani non desidererebbero una famiglia tutta loro? Spesso passano di qui anche profughi appena arrivati in Italia. Mi raccontano tante storie, di cosa gli è accaduto durante il viaggio e delle torture subite in Libia. E finisco per piangere sempre!

Come vedete allora il vostro futuro qui?

Noi vogliamo solo integrarci ed imparare la lingua. A settembre all’Isabella d’Este aprirà la scuola serale con il professionale alberghiero e il tecnico moda. È un’opportunità per noi. Nel settore design inizieranno pure i corsi biennali di specializzazione, organizzati insieme alle imprese e aperti a tutti i diplomati. L’Italia fa tantissima accoglienza ma non cura la successiva integrazione. Metti un giovane profugo arrivato qui che vuole imparare la lingua. Anche se io organizzo un corso gratuito di italiano in lingua somala, lui riceve solo 2,50 euro al giorno ma con quelli non si paga neanche il biglietto di andata e ritorno per venire al corso, da un centro di accoglienza in provincia. In altri paesi per i profughi organizzano una buona istruzione. In Italia danno 35€ a chi gestisce il centro di accoglienza, ma alcuni non sono neanche riscaldati. Con questo freddo i miei connazionali vengono a passare la giornata qui per stare al caldo. Poi sogniamo di tornare prima o poi a rivedere la Somalia. Un giorno io ci tornerò. Inviterò anche la tua famiglia, verrete a conoscere la mia terra. Vedrete una natura proprio affascinante!

“Chissà, Asli! Sarebbe bello un appuntamento con l’Africa! I tuoi occhi si colorano di nostalgia per il tuo paese e di rimpianto per la pace che non c’è.

Un giorno ci tornerò. La vita non è stata giusta con me. Ho lasciato il mio paese 35 anni fa, da 40 anni non vedo mia sorella che vive in Australia e adesso anche le mie figlie sono lontane. La mia quarta figlia, morta molto giovane di tumore, è sepolta a Roma. Non c’è un cimitero per i somali a Napoli, così quando uno di noi muore occorrono anche cifre salate per il trasferimento della salma.

È un fiume in piena, Asli. Si è dovuta adattare molte volte nella vita ma si è conservata affabile e combattiva. È innamorata del suo popolo. Ogni giorno la trovate impegnata ad aiutare un connazionale a districarsi in una pratica burocratica, dall’asilo politico all’assistenza medica. E dopo aver fatto tutto quanto necessario, conclude il suo pensiero con: Inshallah! (Se Dio vuole).

*L'intervista è tratta dal blog "Partenope XXI secolo" di GuidoCaridei, sul quale sarà possibile leggere la versione integrale. 

Commento di Saverio Castellone

A mio avviso, rispetto ad altre sinistre europee, quella italiana è "nata" male sin dal dopoguerra. Le sinistre socialiste di altre nazioni dopo la II guerra mondiale, comprendendo che il capitalismo non si poteva sconfiggere a breve termine (e lì dove era stato applicato il marxismo-leninismo, es. URSS, si era creata una oligarchia repressiva al potere), hanno istituito il salario minimo garantito (reddito di cittadinanza) consapevoli che il "sol dell'avvenire" era lontano all'orizzonte e i poveri non potevano attendere perché avevano fame. Infatti, dopo la guerra, in Gran Bretagna, i conservatori, che per i media di allora, erano i favoriti, a sorpresa, persero le elezioni e vinse il labor party. La sinistra italiana, condizionata dal PCI, voleva un proletariato cosciente e politicizzato per mirare alla rivoluzione e capovolgere il sistema capitalistico. Mi ricordo negli anni '70 del secolo scorso conobbi delle ragazze svedesi che frequentavano l'università a Stoccolma e vivevano dignitosamente con un reddito di cittadinanza, quando ne parlai ai miei "compagni" del collettivo dissero che i socialdemocratici scandinavi erano dei reazionari e così facendo non si creava una classe operaia cosciente per affrontare la rivoluzione. Stessa reazione ebbero alcuni amici cattolici (poi confluiti quasi tutti nella DC) con motivazioni diverse, sostenendo che il reddito di cittadinanza rendeva soprattutto noi meridionali dei fannulloni e che molti ne avrebbero approfittato, e poi i soldi dove si prendevano? Ed io aggiungo: "Ma per creare posti fasulli negli Enti pubblici e nelle industrie statali i soldi c'erano perché i notabili democristiani dovevano fare le raccomandazioni....". La tesi dei DC di allora, fateci caso, con un linguaggio diverso, è stata quella del Partito Democratico in questa campagna elettorale. E quella del PCI di allora di certa sinistra odierna (sul sito web della sinistra rivoluzionaria che chiedeva voti agli Italiani per il 4 marzo 2018 è scritto: "IL REDDITO DI CITTADINANZA è L'OPPIO DEL POPOLO)....... Parlo solo del reddito di cittadinanza perché chi cerca lavoro da anni in un'economia di mercato non ha più speranze, soprattutto al Sud! Poi ci sono gli incazzati "neri" che hanno votato Lega perché la sinistra non ha saputo governare il fenomeno dell'immigrazione (questi fanno paura!)..... Ma non voglio dilungarmi.....

Commento di effepiro@libero.it

Bravi. Un servizio come questo è molto utile e andrebbe diffuso nelle scuole per fare ragionare i ragazzi, che spesso vengono impauriti e aizzati contro i migranti