Intervista a Davide Grasso, lo scrittore combattente. (parte 2^) a cura di Giuseppe Capuano (Pubbl. 10/06/2018)

Ad un certo punto scrivi “Gli antri oscuri dell’Islam sono gli stessi del cristianesimo e dell’ebraismo. I recessi profondi dell’Europa sono gli stessi del Medio Oriente. Era stato su quell’altura contesa, bellissima e maledetta, chiamata oggi spianata delle moschee o monte del tempio-(…)- che il padre delle tre religioni rivelate che abitano Gerusalemme, Abramo, aveva messo il coltello alla gola di suo figlio. Dio gli aveva ordinato di sgozzarlo in suo onore, (…) Dio - non la sua coscienza- l’aveva infine fermato (…) Così, su quella che sarebbe divenuta la città del tempio (…) il fondamento perverso della nostra cultura aveva mostrato ai posteri l’archetipo del tagliagole dell’Isis, il patriarca di tutti i Jihadi John”. Ma se è così il fronte è molto più ampio, non solo in Siria, nel Kurdistan ma anche in Europa, in Italia dove sempre più minaccioso serpeggia l’oscuro male dell’integralismo.

Il fronte per il cambiamento è mondiale, anche se in Europa, ad esempio, dobbiamo ancora scavarlo. In Europa abbiamo una tecnocrazia sfidata da neofascismi di varia natura. Tutto qui. Non esiste una proposta di cambiamento in avanti, di miglioramento: solo depressione o regressione. Però è chiaro che la lotta deve essere portata avanti ovunque. I concetti di Dio o di nazione, che il 1989 e il 1991 hanno sostituito a quelli di socialismo e di classe, sono forieri per lo più di lutti e tristezza, e sono patrimonio dei neofascismi europei e arabi o dell’islamismo mediorientale o nordafricano. Sebbene i neofascisti europei odino gli islamisti, nei fatti, non sono che espressione della loro stessa mentalità. Naturalmente la religiosità e un senso di appartenenza nazionale, così come le varie forme di identità, devono far parte di un nuovo pensiero dell’alternativa e di una nuova ricerca di comunismo, ma è necessaria sia una critica della religione e dello stato-nazione su basi adeguate ai tempi, sia un’autocritica profonda del comunismo, dell’anarchismo e del socialismo, che parta proprio dal 1989-1991 e, per gli anarchici, da quasi due secoli di fallimenti. Il Pkk e le Ypg hanno affrontato questo nodo e gliene va dato atto. Qui in Europa questo nodo ci attende.

Più volte nel tuo racconto fai riferimento alla tragica notte del 13 novembre 2015, alle stragi di Parigi, ai morti del Bataclan. La tua scelta di partire per combattere nasce dall’esigenza di difendere quel territorio di libertà che la generazione erasmus, una generazione sacrifié alle logiche di un profitto senza scrupoli che ha disseminato l’Europa di milioni di lavoratori precari, si mostra al tempo stesso consapevole, orgogliosa del proprio disincanto vissuto come possibilità di libera navigazione tra culture, lingue e linguaggi. Ti identifichi con questa descrizione?

Perfettamente. L’esperienza della guerra contro Daesh mi ha insegnato molto, è un patrimonio da cui non tornerò mai più indietro. Tra le altre cose, mi ha insegnato la profondità dell’ipocrisia dell’attuale arcipelago di gruppi politici radicali in Europa, nei quali sono cresciuto e al quale ancora appartengo. Diciamo di identificarci con il precariato giovanile, vorremmo coinvolgerlo in percorsi politici e cerchiamo di lisciargli il pelo in tutte le salse, ma se viene trucidato per strada non sappiamo che dire. Nella sinistra ci sono persone che credono che la difesa dei morti del 13 novembre e della guerra contro Daesh sia un terreno di destra. Questo non significa soltanto cedere alla destra uno spazio politico immenso, ma anche rinunciare alla difesa di noi stessi, e chi non sa difendere sé stesso e le persone prossime come potrebbe candidarsi ad avere un ruolo politico nel mondo reale, o poter essere considerato credibile quando afferma di voler difendere persone lontane? Non pochi di noi sono in giro a bere e ad ascoltare musica un giorno sì e l’altro pure, ma se poi ci si ribella a chi spara o accoltella altri che fanno lo stesso (gli stessi che avremmo potuto trovarci al fianco allo sciopero o in corteo, o con cui avremmo potuto fare amicizia), restiamo in silenzio perché temiamo – così almeno alcuni militanti di sinistra mi hanno detto – di “giustificare il consumismo capitalista”, “la merce” o “il tempo mercificato”. Queste affermazioni, di fronte a centotrenta donne e uomini rimasti a terra nel sangue, e a tutti i feriti (oltre 400) e i traumatizzati di quella notte, o di fronte ai fatti di Manchester e Londra, tradiscono un vuoto morale immenso. Se si ritiene che vivere in Europa sia un peccato da pagare con la morte, allora bisogna lasciare l’Europa. Se si ritiene che passare il venerdì sera per strada o davanti a una birra sia una forma inaccettabile di vita, perché “mercificata”, allora si abbia il coraggio di affermarlo apertamente mettendosi nel ridicolo, e soprattutto di non farlo a propria volta, come invece fanno con somma ipocrisia tutti quelli che dicono queste cose. Sono discorsi demenziali che nessuno crede anche soltanto possano esistere, nella società là fuori, a testimonianza di quanto grande è diventata l’alienazione e l’auto-ghettizzazione mentale dei micro-mondi “alternativi”, che tuttavia almeno in alcuni casi si considerano già piuttosto radicati nella società, forse perché manca della società una visione realistica e d’insieme. Un’altra cosa che mi è stata detta, da alcuni (sono opinioni singole, che non rappresentano l’insieme delle persone che attraversano questi mondi) è che andando a combattere per reagire alla strage del Bataclan io avrei rischiato di legittimare la retorica dello stato – quella dello stato francese, ad esempio – su quei fatti e sulla necessità di una “guerra al terrore” che nasconde interessi neocoloniali. È tutto il contrario. Io sono partito perché non c’era scelta proprio in questi termini: o si partiva, o si delegava allo stato la risposta. Quando la gente arriva con le armi, bisogna rispondere con le armi. Non era stato attaccato lo stato, né il governo. Eravamo stati attaccati noi, i civili. Qualcuno deve proteggere le persone, perché le persone (anche quelli che fanno questi discorsi, peraltro) non vogliono che gli si spari addosso e le si faccia a pezzetti. Quindi o si è in grado di assicurare una protezione, o la si delegherà sempre allo stato, e poco importa che la delega sia implicita o esplicita. Ora io non è che partendo per arruolarmi nelle Ypg pensavo di costituire da solo, e soltanto con questo, una forza autonoma di difesa della gioventù precaria europea, ci mancherebbe! Pensavo però di compiere un atto che aveva un significato politico, oltre che personale: siamo in grado di prenderci delle responsabilità, soprattutto noi militanti, e non è vero – come pensano, pur con buone ragioni, in Medio oriente – che siamo delle mere appendici dei nostri stati. Anziché chiedere a Hollande di bombardare Raqqa, o limitarsi a dire “Non bombardate Raqqa!” senza offrire un’alternativa, ho detto: vado a Raqqa o dove altro serve per combattere questi nemici miei, non dello stato, nemici miei. E lo faccio in una forza autonoma, rivoluzionaria, poiché le forze autonome rivoluzionarie hanno un ruolo da spendere nel mondo di oggi.

2         Continua.

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