Roma e la questione Rom di Lorenzo Paolo Di Chiara  (Pubbl. 08/05/2019) 

Piccoli e grandi ghetti urbani come i borghetti, cioè alloggi spontanei sia in legno che in muratura da sempre esistiti nelle periferie romane, e le odierne baraccopoli, costruite invece con materiali di recupero, rappresentano una caratteristica costante del panorama urbano e sub urbano romano, anche se per la prima volta vengono registrati ufficialmente solo a partire dal Censimento della popolazione del Regno al 10 giugno 1911: popolazione legale dei singoli comuni del regno. Le persone che abitavano questi luoghi erano, almeno fino agli anni 70, cittadini italiani, in particolare romani sfrattati dal centro storico e migranti interni principalmente provenienti dal sud e da altre regioni dell’Italia centrale. Questi casotti autocostruiti con mattoni, legno e lamierato avevano solo l’aspetto di piccole abitazioni. All’interno di questi agglomerati c’era la presenza di piccoli orti, animali domestici, galline e maiali, per l’integrazione della dieta: una testimonianza dell’origine agreste dei suoi abitanti, rappresentato anche attraverso la pellicola Ladri di biciclette di Vittorio De Sica (1948). Dal punto di vista della condizione occupazionale, si trattava di persone già inserite nel mondo del lavoro come edili, manovali, operai, un vero e proprio proletariato urbano. Intorno alla rivendicazione del diritto alla casa si sono organizzati nell’Italia repubblicana centinaia di movimenti popolari, che hanno trovato negli anni una interlocuzione con i partiti politici popolari, dalla DC, al PCI al PSI ai sindacati. Movimenti che riuscirono ad ottenere risultati concreti. Nel corso della decade 1970/1980 l’allora amministrazione capitolina, guidata dal sindaco Luigi Petroselli, intraprese l’azione di distruzione dei vecchi borghetti, garantendo a migliaia di cittadini l’accesso all’edilizia popolare attraverso la legge 513/1977, con criteri di assegnazione che fossero un mix tra chi non aveva casa e chi era stato sfrattato. Con Petroselli per la prima volta vennero inclusi in questa azione anche gruppi di Rom italiani, che vivevano anch’essi nelle baraccopoli. Sembrava che la storia degli insediamenti informali a Roma fosse finalmente giunta alla fine. Naturalmente, e purtroppo, non era così. Dagli anni 80 l’Italia entra a far parte delle mete ambite all’interno dei processi di migrazione. I ghetti urbani romani man mano conosceranno una nuova rinascita, e i migranti maghrebini, sud asiatici, africani ed est europei sostituiranno gradualmente gli ex abitanti italiani. Ex fabbriche, capannoni abbandonati, terreni incolti e le sponde fluviali del Tevere e dell’Aniene diventeranno asilo della nuova popolazione impossibilitata a poter accedere ad un alloggio regolare, ricorrendo perciò ai nuovi accampamenti Le baraccopoli degli anni 70 non hanno nessuna similitudine con quelle che possiamo vedere oggi nelle nostre città, sia per tipologia di costruzione, sia per chi ci vive in condizione di fragilità e per come la politica gestisce le situazioni che si vanno creando. La questione si è per certi versi complicata. Le baraccopoli romane contemporanee sono abitate da chi è rimasto escluso dal processo attuato negli anni ’80, tra cui cittadini italiani Rom e chi è giunto in Italia molto dopo seguendo il nuovo flusso delle migrazioni extraeuropee. La differenza esistente fra le antiche baraccopoli del dopoguerra e quelle odierne sta proprio in questi mutamenti strutturali, sociali ed economici che hanno ristretto drammaticamente l’accesso a occupazioni regolari e rappresentano la materializzazione del più esteso, globale, processo di precarizzazione e di pauperizzazione del lavoro. Una popolazione che non è dato di sapere se avrà mai accesso a un impiego regolare. Questioni antiche che si accavallano con quelle contemporanee. La vera svolta è possibile individuarla nel fatto che la questione del diritto alla casa si sia trasformata in una questione di sicurezza: le baraccopoli non sono più vissute come uno scandalo civile da eliminare restituendo dignità alle persone che ci vivono, ma in luogo simbolo dell’invasione degli stranieri pericolosi, sporchi e criminali. In questa logica anche i Rom italiani sono stati risucchiati nella recrudescenza di atteggiamenti razzisti sempre più diffusi. Il richiamo all’arcaico stereotipo dei nomadi sporchi, con il carrozzone, è sempre più forte, come spiega l’antropologo Leonardo Piasere nel libro L'antiziganismo, edito nel 2015 da Quodlibet. L’antiziganismo non ha mai ammesso l’irragionevolezza dei suoi pregiudizi e, come un fiume carsico, ha continuato a scorrere nel sottosuolo di tutta Europa per irrompere sovente in superficie e stigmatizzare, emarginare, travolgere vite umane colpevoli di essere semplicemente diverse. A noi rimane il ricordo triste di due simboli di questa indigestione xenofoba della vicenda di Torre Maura, la protesta scoppiata a seguito del trasferimento in un centro di accoglienza di settanta cittadini italiani Rom. La protesta di alcuni abitanti spalleggiati dalla destra e l’immagine dell’uomo iroso, che calpesta i panini per la mensa dei Rom nel centro d’accoglienza. Figura quasi memorabile, ha trovato posto lì dove era difficile trovarne nel lunghissimo elenco dei meschini, dei casi umani che la vita trasforma in aguzzini, kapò ed orchi. Lui c’è riuscito. È difficile ritrovare una più infame immagine.

commenti sul blog forniti da Disqus