Guerra di parole: la cronaca di una sfida di Giuseppe Capuano (Pubbl. 08/05/2018)

È venerdì 4 maggio, è il giorno della guerra di parole tra i carcerati di Poggioreale e gli studenti della Federico II. Per noi, per gli studenti del gruppo di fuoco che salirà sul palco, per i loro amici che li seguiranno dalla platea, è la prima volta in un carcere. Un carcere che svelerà una parte del suo mondo nascosto. A introdurci in quella realtà sarà il bar di fronte all’ingresso per i visitatori: L’angolo della libertà. Poggioreale è penitenziario maschile, e nel bar ci sono donne e bambini in visita a mariti, figli, a padri. I loro volti, le loro movenze, il loro vociare è simile a quello delle donne fuori ai grandi ospedali napoletani all’ora di visita, nei cimiteri nei giorni di festa. Non c’è il minimo segno dell’eccezionalità, sembra che abbiano fatto questo per tutta la loro vita. Il carcere, la grande istituzione totale, è come la La livella di Totò. In fila per i controlli ci sono i componenti della giuria, i promotori dell’iniziativa, i giornalisti e il pubblico invitato. In piccoli gruppi attraversiamo un lungo corridoio e a ogni passaggio si apre e si chiude un cancello. Lungo il percorso intravediamo un’infermeria, una sala degli agenti di custodia, una stanza dove un detenuto disabile s’intrattiene con il suo avvocato. Tutto è incredibilmente pulito e l’atmosfera tranquilla. L’incontro si tiene nella chiesa del carcere. Quattro file di panche: due riservate ai detenuti spettatori, due per gli esterni. I carcerati hanno età e atteggiamenti diversi. Ci osservano a tratti incuriositi, a volta beffardi, ma non riescono a celare il desiderio di un qualsiasi contatto. Gli studenti e gli altri ospiti sono visibilmente disorientati e impacciati, è forte e pregnante la presenza degli "altri". Presentazioni, spiegazioni delle regole del gioco: inizia il duello. Due round di venti minuti ciascuno. Un gruppo pro e un gruppo contro il reddito di cittadinanza, il tema scelto quest’anno come oggetto del confronto retorico. Due round perché i ruoli si scambieranno: chi argomenterà le ragioni a favore del reddito di cittadinanza dovrà poi sostenere la posizione contro e viceversa. Ovazioni soprattutto per il gruppo dei detenuti che ha rappresentato con navigata naturalezza l’arte oratoria. Capacità di convincere con pacatezza, creare un varco per entrare nelle riflessioni altrui e mostrarne la loro incongruenza, lasciare aperta la possibilità di un dialogo e quando l’interlocutore mostra i primi segni di vacillamento a quel punto colpire con frasi e gesti che non lasciano possibilità di replica, ecco la guerra. Sul campo ci sono vinti e vincitori con l’onore di armi costruite con parole. Per la giuria scegliere il vincitore non è stato facile. Per il terzo anno consecutivo vince la squadra dei detenuti.  L’iniziativa ha rimarcato uno spaccato della società civile che non ignora chi sta in difficoltà ed è posto ai margini, mostrando l’impegno di donne e uomini delle istituzioni, del mondo della cultura e dello spettacolo e della più varia imprenditoria che, tra mille contraddizioni, inefficienze e punti oscuri, rendono questa nostra Italia luogo di sperimentazione avanzata per il rispetto dei diritti umani e civili. Pregevole e apprezzabile, infine, la partecipazione di studenti universitari. Certo l’iniziativa non cancella le cronache degli orrori, la disastrosa situazione della giustizia italiana, ma rappresenta uno dei tanti possibili spiragli di luce aperti nella vita di tante persone che di luce ne vedono sempre meno. Il carcere a volte necessario per impedire il perpetuarsi di attività delittuose deve promuovere il reinserimento, la rieducazione di chi ne varca i cancelli come prescritto dalla nostra alta tradizione giuridica. La sfida era retorica, ma il tema prescelto ha drammaticamente mostrato i problemi del fuori: l’assenza di lavoro, le condizioni di vita cui costringe la precarietà. Ha evidenziato come oggi Politica non sia più sinonimo di lungimirante azione per modificare lo stato delle cose ma un riconcorrersi sulle frasi ad effetto per raggiungere il maggior consenso elettorale. Abbiamo assistito all’incontro e poi origliato mentre la giuria prendeva la sua decisione: nessun favoritismo, una vittoria meritata. “Tutti”, a giudizio della linguista Valeria della Valle presidente della giuria, “hanno parlato in un italiano corretto, non hanno mai usato parole di altre lingue, e l’intonazione napoletana ha arricchito l’espressione”.  La cosa sorprendente è che tra i due gruppi non emergeva una diversa competenza linguistica. C’è forse da chiedersi se questo più che un segno di vitalità della nostra lingua non sia forse il segno di una semplificazione eccessiva nella comunicazione verbale. I detenuti hanno probabilmente  vinto anche perché con la loro esperienza di vita hanno imparato a saper convincere senza essere convinti. Si sono mostrati a loro agio nel cambiare posizione da contro a pro il reddito di cittadinanza. Per gli studenti la coerenza delle argomentazioni nel cambiare punto di vista ha mostrato il fianco al "nemico". Stentavano a trovare argomenti ideo-logici efficaci quanto quelli che li avevano sorretti nel primo round: sostenendo il contrario sembravano ancorati in un mare aperto e agitato. Certo come ha fatto notare una delle studentesse in gioco, i detenuti erano una squadra costituita da persone unite da una quotidiana frequentazione mentre il gruppo degli studenti si è formato in modo del tutto occasionale. In fondo si è evidenziato un paradosso: gli studenti, liberi e privilegiati sono apparsi più timidi dei detenuti. Che ben venga allora il recupero dell’antica ars oratoria. Mentre la giuria discuteva, il presidente dell’associazione Carcere possibile onlus, conversando con i due gruppi in gara a microfoni accesi ha ricordato l’importanza oltre che della dialettica anche della dialogica, la capacità di usare le parole giuste per suscitare nell’altro interesse per le proprie motivazioni, innestando processi di reciproco ascolto. 

Commento di Guido Tarantino

Caro Giuseppe, articolo bello ed interessante, per come lo hai reso e, per i contenuti che hai descritto. Ci sono, solo quando faticosamente li inventiamo e li perseguiamo come i bei sogni, i c.d. spazi di democrazia e di solidarietà che, altro non sono, che l'espressione del desiderio di giustizia che alberga, probabilmente, in ogni essere.

Commento di Lorenzo Di Chiara

Articolo lucido e vivo, mostra la realtà di due gruppi di individui, chi dentro ha una visione coesa e chi fuori invece, a macchia di leopardo esprime forme diverse di espressione. La differenza è nella liberta di e la libertà da...interpellando Bauman si può concludere con una sua frase "apprendere a disapprendere".