Arif e il suo transito invisibile di Lorenzo Paolo Di Chiara *  (Pubbl. 02/06/2018)

Quasi la totalità dei minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia sono mossi da un preciso mandato della loro comunità: ricevono dai genitori o dai familiari i soldi per il viaggio in clandestinità e portano con loro la speranza di riscatto per tutti i membri della famiglia. Altri minori invece partono da soli mossi dalla voglia di vivere dignitosamente la propria esistenza. Nel 2015, a Roma in un centro di prima accoglienza in un colloquio sociale abbiamo conosciuto Arif, un ragazzo afgano. Un incontro che è prassi comune per tutti i ragazzi intercettati sul territorio nazionale e passaggio indispensabile per ottenere un permesso di soggiorno per minore di età o per la formale richiesta di status di rifugiato politico. Parla la lingua dari, o farsi, o detta più semplicemente persiano. Indispensabile per creare una reale comunicazione la presenza del mediatore culturale. Riportiamo il suo racconto. Arif è scappato dalla provincia di Bamiyan, area divenuta celebre per la distruzione dei Buddha ad opera dei talebani nel 2001. Durante l’incontro è difficile non essere coinvolti emotivamente: viso teso, labbra rotte, screpolate forse dalla sete o dal sole che gli ha levigato il viso di fanciullo, oppure ancora per carenza di vitamine; sguardo perso, mai diretto con l’interlocutore, proprio di chi non sa nulla di dove si trova e cosa ne sarà di lui. Emana insicurezza, ansia di chi non ha mai conosciuto la parola “serenità”. Questo primo impatto suscita una reazione di pudore per l’impossibilità nell’immediato di alleviarne la sofferenza. Il suo racconto è semplice. Parte con un tozzo di pane secco e del formaggio in tasca, d’inverno con la neve che riempie il paesaggio montano della sua zona. Arriva in primavera in Italia, quasi cinque mesi dopo, in un porto non precisato, verosimilmente quello di Bari. Non è un clandestino, ma uno dei nuovi invisibili della nostra società. Ci pare impossibile che nessuno abbia visto un ragazzino così scarno in viso, dalle movenze stanche di chi ha sulle spalle tutta la sofferenza della propria terra, senza nulla con sé, se non il mandato di trovare un futuro migliore, lontano da casa, con quel tanfo di sudore che proviene da quella pelle gialliccia mista al marrone della polvere dell’Afghanistan. Ci pare impossibile che nessuno si sia fermato nel tentare di creare un ponte di aiuto. Osservandolo bene capiamo che quelle gambe che tremano ad ogni passo che fa non sono fratturate ma il segno della sua tremenda stanchezza Non ci sa dire quanti anni ha, nel suo paese non esiste neanche l’anagrafe. Dodici, quattordici anni? Non esiste alcun metodo scientifico che consenta una determinazione certa dell’età dei ragazzi come lui perché le differenze di maturazione scheletrica, accrescitiva e puberale, fra soggetti della stessa età sono frequenti, ampie e fisiologiche. Il metodo più utilizzato è la valutazione della maturazione ossea del polso e della mano che comporta un margine di errore di piu’ o meno 2 anni. I ragazzi afgani sanno che per arrivare alla fortezza Europa devono fare dei viaggi tremendi, cui spesso alcuni di loro non sopravvivono, ma sono tali gli orrori e le paure che vivono in casa loro che quel viaggio diventa l’unica cosa da fare, un lumicino al quale bisogna assolutamente aggrapparsi per sentirsi vivi. Arif parla solo se gli viene posta una domanda. Ha una paura bestiale degli adulti. Ci racconta l’orrore della guerra e dei talebani. È quasi sicuramente orfano e ci racconta la morte dei suoi sette fratelli a seguito del bombardamento aereo del suo villaggio. Ci dice di aver deciso di partire pochi anni dopo la strage della sua famiglia, appena si è sentito pronto, anche perché ormai della sua terra, della sua famiglia, dei suoi affetti non gli era rimasto che la polvere e i sassi. Ha attraversato le montagne dell’Afghanistan, poi l’Iran, Turchia e arrivato in Grecia. Vince la paura del mare che lui proprio non conosce e insieme a dei suoi coetanei lo attraversa con un gommone pieno di toppe. Beve l’acqua senza sapere che fosse salata e si sentirà male. Questa parte del racconto gli strappa un mezzo sorriso. In Grecia s’introduce furtivamente nella stiva di una nave che non sa che lo porterà in Italia. Ci racconta che l’unica parola che diceva alle persone che incontrava lungo il suo cammino era Europa, la sua fortezza, la sua speranza, luogo di un possibile riscatto, “simbolo” di una terra, secondo i racconti che aveva ascoltato, dove poter ritrovare la volontà di vivere. È riuscito a sopravvivere nella completa solitudine, arrangiandosi e scappando dalla polizia iraniana che lo voleva arrestare e riportare al confine. Lui adesso vuole risposte alle sue speranze. Ha lottato per garantirsi un futuro e la sua vicenda di coraggio suscita in noi la voglia di difendere i diritti suoi e dei suoi compagni. Di Arif abbiamo presto perso le tracce. Abbiamo poi saputo che circa dopo un anno da quel nostro colloquio, in un altro centro di accoglienza, ha acquisito lo status di rifugiato per motivi umanitari ma oltre a questo non sappiamo null’altro. A lui come a tutti i ragazzi costretti a questo transito invisibile, ci piacerebbe non solo augurare buona fortuna ma avere la concreta possibilità di aiutarli a ritrovare la speranza. È ciò che meritano le migliaia di persone che ci mostrano continuamente la loro voglia di dignità, unica loro grande forza.

 

* Studioso di Politiche Sociali presso la Sapienza di Roma.