Voltiamo pagina! di Sergio Pollina (Pubbl. 01/09/2019)

Un termine ormai entrato a far parte del nostro lessico famigliare (come direbbe Natalia Ginzburg) è senza dubbio “fake news”, cioè notizie false o infondate, e il cui mezzo di trasmissione, al posto dei topi di una volta che trasmettevano le micidiali epidemie, è la rete. Sebbene il termine sia piuttosto recente, ciò che esso descrive, cioè la diffusione di false storie per danneggiare il nemico o l’avversario, non lo è. Luciano Canfora fa addirittura risalire uno dei primi esempi noti di disinformazione al tempo di Pausania e di Serse, quando il primo – oggetto di una falsa notizia – fu processato e ucciso dal re persiano (La storia falsa, 2008).

Lungi dall’essere un innocuo passatempo, e con l’avvento dei social media, ciò che oggi dilaga on line è un mondo di post-verità, al cui interno le notizie false o distorte sono usate per orientare in maniera significativa le decisioni individuali, soprattutto in relazione allo scontro politico e alle scelte elettorali. Si comprende, quindi, come non sia saggio sottovalutare la pericolosità e l’impatto fortemente negativo che esse hanno su miliardi di persone che ormai quotidianamente attingono quasi esclusivamente alla rete per essere informate di ciò che accade nel mondo. Esempio classico è l’uso che ne fanno i “potenti della terra” che con disinvoltura cercano di distruggere il loro avversario politico riversandogli addosso ogni sorta di nefandezze e di falsità, come Donald Trump che condusse una velenosa campagna contro Barak Obama, asserendo falsamente che non fosse nato negli Stati Uniti ma in Kenya, o contro la rivale Clinton, accusandola d’essere corrotta e molto altro.

Ma non v’è dubbio alcuno che è a un grande scrittore britannico del secolo scorso che dobbiamo la descrizione più vivida e terrificante di ciò che accadrebbe se permettessimo che le fake news diventassero – come sembra che possa accadere – un sistema di governo. Parliamo di George Orwell e del suo celeberrimo 1984, che lui scrisse nel 1949. Rileggendo questa splendida opera distopica non si può fare a meno di notare come ciò che, quando lo leggemmo, sembrava pura fantascienza, ora si sia avvicinato in modo preoccupante alla nostra realtà. In Italia vi è un partito, più di tutti gli altri, che ha fatto del modello orwelliano la cifra della sua attività politica, creando addirittura una struttura, chiamata “la bestia”, che ha ricoperto e ricopre una fondamentale funzione strategica a favore del capo della Lega, Matteo Salvini. Ma, ritornando a Orwell, notiamo come i meccanismi di propaganda, indottrinamento, condizionamento delle masse operati nel romanzo dall’ipotetico governo inglese sono oggi potentemente all’opera nel nostro, almeno finché è durata la “longa manus” del dittatorello della Val Brembana (in memoria di Totò). Qualcuno ha definito il ministero dell’interno, fino a quando è stato retto da Salvini, il “Ministero della paura”. Un ministero che basandosi sullo slogan del partito descritto da Orwell, e cioè “l’ignoranza è forza”, è riuscito in poco tempo a far emergere il lato peggiore di molti italiani, istituendo invece della “settimana dell’odio” di Orwell, l’anno intero dell’odio; odio contro il “nemico politico”, odio contro i migranti, odio verso le organizzazioni umanitarie, odio contro chiunque ostacoli la sua ascesa verso l’ottenimento dei “pieni poteri” di mussoliniana memoria. Il nemico acerrimo del “Grande fratello” padano è Matteo Renzi, l’Emmanuel Goldstein di 1984, poi sono i governi democratici europei e l’intera Unione Europea, che si oppongono al suo farneticante progetto sovranista. E, come nel romanzo il faccione del grande fratello traboccava dagli schermi televisivi di tutte le case del paese, a noi è stata inflitta per quattordici mesi la punizione di non poter seguire un notiziario senza vedere il ras di via Bellerio in tutte le salse: in costume da bagno, in costume di pompiere, in costume da poliziotto armato di kalashnikov, in costume di guardia forestale, in costume di padre un po’ troppo indulgente che fa giocherellare l’infante quasi maggiorenne con i mezzi della polizia; poi, dismessi gli abiti di scena e dopo averci mostrato che egli è il vero, unico, genuino arcitaliano, impersonato magistralmente a suo tempo dall’indimenticato Alberto Sordi, eccolo che si esibisce mentre mangia nutella, agnolotti, polenta, ogni tipo di (rigorosamente) italica specialità, dopo aver dimenticato (lui forse si, noi no), nei suoi interminabili giri propagandistici al sud che prima non avrebbe preso nemmeno un caffè con i napoletani che puzzano come i cani, né un cannolo con i siciliani a cui augurava un lavacro purificatore con la lava dell’Etna. Ma dopo il Salvini casereccio, eccolo trasformarsi nell’implacabile inquisitore di dostoevskijana memoria che punta il dito accusatore contro i nemici del popolo, brandendo crocifissi e baciando rosari; e poiché è lui che rappresenta il popolo, i nemici di quest’ultimo sono i SUOI nemici e quindi scatena contro di loro orde di “haters” alla guerra santa contro i più disgraziati del mondo, per eliminare i quali non c’è nemmeno bisogno delle lave del Vesuvio e dell’Etna, ma bastano le acque del Mediterraneo. Questa situazione che vede uno scontro asperrimo fra “grullini”, “pidioti” e “truci” (come ironicamente ci ricorda Michele Serra) mi fa tornare alla mente un aforisma di Oscar Wilde, che sarebbe bene che tutti tenessero presente: “Mai discutere con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”.

Noi speriamo che questa tremenda esperienza di governo “orwelliano” non si ripeta mai più, per il bene dell’Italia e dell’Europa, che con i “gialloverdi” (con predominanza del verde tendente decisamente al nero) ha segnato forse irreversibilmente gli italiani, creando una profonda frattura tra di loro, rendendoli due compagini nemiche che hanno presto dimenticato i tanti che sono morti per farne un paese unito e dimentico di odî e lotte fratricide. Speriamo di aver voltato pagina.

 
 
 
 

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