La Recitazione 

di Vincenzo La Camera (Pubbl. 31/03/2016)

Pervenire ad una buona interpretazione esige un lungo lavoro. E’ necessario “smontare” il personaggio per poi rimontarlo in modo efficace, cogliendone le caratteristiche fondamentali ma anche quelle meno evidenti. Occorre aver chiaro il suo ruolo nella vicenda e comprenderne la funzione: deve stimolare simpatia? sdegno? divertimento? Per caratterizzarlo in modo efficace vanno elaborati alcuni aspetti troppo spesso trascurati: quanti anni ha il personaggio? Come cammina e come gesticola? Quali sono le particolarità della sua parlata? Di che tipo è la sua energia? Quali altri fattori individuano la sua esteriorità? Poi c’è la sfera interiore, che va decifrata: qual è la sua storia? Come è arrivato ad essere quello che è? Quali esperienze ha vissuto? E poi: il suo temperamento può essere estroverso, malinconico, generoso, rinunciatario, pacifico, sospettoso e tanto altro. Infine, va compresa la percezione che il personaggio ha della realtà circostante, cercando di cogliere le ragioni che determinano la sua visione delle cose e individuando gli obiettivi che persegue nella vita. Dal punto di vista della presenza fisica, l’attore deve evitare di eccedere sia nella rigidità che nella mobilità. L’incessante andirivieni di alcuni attori è fonte di disturbo per gli spettatori, li distrae dall’essenza dell’azione. I movimenti di chi recita non sono un fatto puramente esteriore ma nascono anche da pulsioni interiori, devono raccontare stati d’animo. In molti casi l’immobilità fisica svela un’intensa azione interiore ed assicura grande potenza espressiva. Ciò che importa è che ogni singolo gesto sia motivato, risponda a un’esigenza e persegua uno scopo. Per avere un tale governo di sé occorre essere rilassati e padroni dello spazio scenico, non intimiditi dal pubblico; e una volta trovati i movimenti adeguati, bisogna fissarli (magari con appunti) per non modificarli ad ogni prova senza motivo. A tale scopo viene proposto uno schema (clicca sull'immagine a lato) da memorizzare per un utilizzo razionale dello spazio scenico: l’ideale palcoscenico vi si trova ripartito in nove settori (il modello è sostanzialmente utilizzabile per un qualsiasi teatro di quelli nei quali ci si trova normalmente ad agire), identificabili con nomi e sigle convenzionali, che possono costituire un ottimo riferimento mentale per determinare e fissare nel tempo la propria posizione sulla scena, anche in rapporto a quella degli altri. In altre parole, il regista e gli attori potranno fare riferimento a questo schema condiviso per decidere le posizioni da occupare da parte di ciascuno, annotandole per memoria sul copione. Lo strumento si rivelerà molto utile anche per mettere a punto un preciso disegno luci. Fin dalle prove, gli attori devono attivare canali di autentica comunicazione fra di loro e per questo è fondamentale guardarsi negli occhi, attraverso cui si può arrivare all’anima dell’altro: anche nella vita reale innervosisce il parlare con chi non ci guarda. Pur se è difficile comunicare sentimenti autentici interpretando un personaggio inventato e a noi estraneo, occorre non portare in scena sé stesso, mettendosi in mostra o sfoggiando qualche tecnica preziosa ma senz’anima. In scena, cercate qualcuno a cui comunicare emozioni vere e per attivare la vostra sfera emotiva partite dal rapporto con il pubblico, che riceve dall’attore sentimenti vivi, e come una corda armonica gli restituisce i suoi, creando quella che qualcuno chiama “l’acustica spirituale”. Se l’attore sente in profondità ciò che vuole trasmettere, irradierà qualcosa che catturerà i sensi degli spettatori. Qui è l’arte. Naturalmente non si può averla fin da principio. Gli attori animati da passione osservano la gente e ne studiano il carattere. Quando viene distribuito un copione alla compagnia, non serve scorrerlo tutto contando le battute del proprio personaggio; le parti secondarie sono importanti come quelle di primo piano, se trascurate la messinscena subito ne soffre. La parte va amata. Nella fase delle prove l’attore dovrà ripetere per conto suo le scene impostate con il regista e assimilarne le indicazioni, ma sempre curando di capire perché gli è stata suggerita una certa intonazione, per rendere credibile ciò che si dice ed evitare ciò che suona falso. Nelle caratterizzazioni bisogna evitare di calcare la mano: non è di buon gusto e infastidisce gli spettatori. Il “trac”, paura che prende gli attori prima di entrare in scena, non è un male: è la via per arrivare alla giusta concentrazione, al rispetto del rito teatrale, dei compagni e del pubblico, e può diventare una fonte d’ispirazione. In scena non cercate l’effetto; meno cercherete di abbindolare il pubblico e più questo si interesserà a voi. Non perdete mai “l’attenzione scenica”. Alcuni attori, dopo la loro battuta, si staccano dall’azione, si assentano, escono dal personaggio. E’ un grave errore: il ritorno in battuta suonerà stonato e sarà grosso il rischio di una “papera”.