Il Regista e l'Assistente 

di Vincenzo La Camera (Pubbl. 14/06/2016)

Come deve orientarsi l’aspirante regista o chi, anche se non alla prima esperienza, voglia razionalizzare e migliorare il proprio lavoro? Per la regia non esiste alcun metodo riconosciuto: a parte qualche sommaria guida non c’è nessun manuale da cui il neofita possa imparare il lato tecnico, i segreti del mestiere; su di essa c’è poco materiale scritto perché in fondo si tratta di un mestiere nato nel novecento, ancora aperto ad una vastissima attività di ricerca. Inoltre un regista, non vedendo nemmeno lavorare i colleghi, a differenza degli attori non può attingere all’esperienza altrui nel momento in cui questa produce i suoi effetti concreti. Facciamo allora il tentativo di formulare una possibile definizione di questa figura, cercando attraverso la sua messa a fuoco una serie di indicazioni utili a disegnarne il ruolo. Il regista è colui che porta in scena l’opera, nella sua unità sostanziale e formale, sviscerandola battuta per battuta e ponendo in appropriata evidenza ogni frammento del materiale drammaturgico. Il suo compito si esplica nei confronti di tutti coloro che concorrono alla realizzazione dello spettacolo, dagli attori agli altri operatori, in modo che la messa in scena possa costituire un sistema organico, dove ogni elemento si integra coerentemente nel lavoro d’insieme. Ciò significa che il regista è chiamato a tradurre efficacemente l’idea letteraria in azione scenica, innanzitutto avendo presente, attraverso una lettura attenta e penetrante del copione, quale sia l’idea che l’autore intende comunicare, per poi mostrarla allo spettatore. Dove sta dunque, rispetto all’ormai superata esperienza del capocomicato, la “novità” della moderna scrittura scenica del regista? Essa consiste in una più esatta ed esigente ricerca sul “come sono” i testi: vale a dire in una lettura più critica e approfondita, più coerente e consapevole, di quello che la pagina scritta vuol dire, o dice anche senza volerlo, nella sua oggettività. La novità dell’approccio non è dunque in una diversità dell’obbiettivo, ma in più evoluti criteri di lettura del testo, nella consapevolezza del diverso impegno culturale che questa comporta. Tuttavia, parlare di “oggettività” di un testo non significa che essa sia raggiungibile e che un allestimento possa offrirne una lettura “definitiva”, quasi esso fosse un’equazione da risolvere; piuttosto significa tendere a dare del testo l’immagine più globale, più onnicomprensiva e più convincente, nel quadro del particolare momento storico in cui lo spettacolo viene proposto, e nella perfetta coscienza della sua provvisorietà. La metodologia di questa ricerca consiste in un lucido esame degli elementi conosciuti e nella loro armonizzazione in una visione globale: cioè a dire la lettura del testo e la chiarificazione di tutto ciò che esso comprende ed implica. A questo si aggiunge tutto il cammino che comporta la messinscena, dalla scelta degli attori all’ideazione delle scene e dei costumi, alla loro realizzazione, all’adozione di uno stile di recitazione, all’illuminazione dello spazio scenico. L’idea critica maturata nella lettura deve cioè essere tradotta in modo esplicito ed efficace, poiché un gesto inesatto o un tono sbagliato o una scelta imprecisa possono anche tradire l’intenzione, come capita nella vita di tutti i giorni quando una certa frase o una certa azione viene fraintesa dall’interlocutore. Nella dimensione che si apre oltre la lettura critica, la scrittura scenica esige dunque un bagaglio tecnico molto articolato e completo, che è il patrimonio richiesto oggi ad un regista. Il quale deve provare a svolgere il proprio ruolo in maniera originale e personale, ricorrendo alla creatività non per stravolgere o reinventare a proprio modo il lavoro dell’autore, ma piuttosto per servire la sua concezione e per renderla nella sua verità. Egli dovrà chiedere agli attori di dare il loro contributo e, senza forzare nessuno, dovrà incoraggiare ciascuno ad essere sé stesso sia pur “trasformandosi” fino a immedesimarsi con il personaggio che gli avrà assegnato. Incanalandone i gesti e i toni spontanei, “dirigerà” gli attori all’interpretazione più convincente. Si noti bene che quando un regista decide di mettere in scena uno spettacolo di norma non è soggetto ad alcun controllo, e se questo si traduce in una grande libertà deve anche essere sentito come una grande responsabilità: verso gli attori e verso il pubblico, vale a dire i veri officianti di quel rito collettivo che è l’evento teatrale. Nei confronti dei primi il regista ha il dovere di esercitare dall’esterno uno sguardo attento che sia capace di assecondarne e valorizzarne le potenzialità; nei confronti del pubblico, che è un critico intelligente e spontaneo, egli ha l’obbligo di non rifilargli cose superficiali o poco curate, manifestando invece il rispetto dovuto a chi mette a disposizione il suo attento sentire, e in alcuni casi sopporta anche un sacrificio economico. Insomma, un efficace approccio ad ogni nuova regia richiede uno scrupoloso lavoro di analisi che, precedendo e preparando la fase delle prove, serva a far emergere le direttrici da seguire in funzione dell’obiettivo.

L’ASSISTENTE DI REGIA

A questo punto, per una panoramica più completa, appare appropriato dedicare alcune note anche all’assistente di regia, figura che, quando la compagnia riesce a dotarsene, si rivela di estrema utilità come coadiuvante del regista. L’assistente, che può essere anche più d’uno, come dice la parola assiste il regista dalla prima lettura a tavolino fino al debutto. In genere, l’assistente collabora con il direttore di scena nel sistemare la sala prove prima che arrivino gli attori, tiene aggiornato il copione man mano che le prove procedono, fa partire le musiche durante le prove quando ancora non ci sono i tecnici, può fungere da suggeritore in una certa fase della preparazione, quando gli attori tentano di recitare a memoria. Per tutto il periodo delle prove annota minuziosamente le fasi della lavorazione, prende appunti delle indicazioni registiche relative sia al testo (aggiunte, tagli, variazioni) che agli attori (movimenti scenici, posizioni sul palco, intonazioni) che a fatti tecnici (cambi di luce, interventi musicali, cambi scena). Tutti questi appunti saranno riportati a margine del copione di regia, che per tutto il periodo delle prove costituisce il più importante strumento di lavoro dell’assistente. Può essere utile al regista abbandonare il copione dopo le prove a tavolino e, una volta delegato all’assistente ogni rapporto con esso fino al debutto dello spettacolo, dedicarsi in modo totale a dirigere le prove. In taluni casi, quando la struttura del teatro e le sue attrezzature lo richiedano, può essere di grande importanza che l’assistente coadiuvi il direttore di scena nel comunicare con gli attori e i tecnici per le entrate o i segnali. Ma, più in generale, oltre ad affiancare il direttore di scena nella miriade dei suoi compiti, l’assistente deve essere in grado di sostituirlo nei casi di necessità. Comunque, una più compiuta definizione dei compiti e dei metodi di lavoro dell’assistente di regia sarà possibile quando queste note che andiamo pubblicando saranno dedicate alla figura del direttore di scena, che l’assistente di norma coadiuva e in alcuni casi sostituisce.