Pronuncia e intonazione 

di Vincenzo La Camera (Pubbl. 12/10/2016) 

Diciamo subito che è necessario pervenire ad una buona pronuncia: suoni giusti, con voce giusta. Questo significa impostare una voce che abbia forza e chiarezza. Bisogna parlare forte, per farsi udire! La voce deve arrivare fino in fondo alla platea o all’ultima fila del loggione; è molto importante far udire tutto ciò che si dice sulla scena. Per un attore non c’è nulla di più avvilente di uno spettatore che nel mezzo di una scena lo interrompa chiedendo: “voce!”. Il volume non deve diminuire in chiusura di battuta, né sfumare in fine di parola (producendo quello sgradevole effetto detto dell’“abbaiare”, da cui il noto appellativo di “cane” riservato agli attori scadenti). Anche quando il tono è basso, la voce deve rimanere sufficientemente forte da farsi intendere. Il volume è il grado di sonorità che diamo all’emissione vocale in relazione alla quantità di fiato usata. Se facciamo una confidenza o sussurriamo un segreto, se mormoriamo o bisbigliamo, usiamo un volume basso; nei momenti di ira, quando urliamo, ordiniamo, acclamiamo, usiamo un volume alto. Va quindi analizzato con cura il carattere del brano da recitare, per adeguare il volume della voce. Se il carattere è intimo, amoroso, dolce ... il volume tenderà a diminuire, a moderarsi; se invece il carattere è espansivo, chiassoso, allegro ... il volume aumenterà. Bisogna poi che ogni battuta pronunciata sia chiara, per farsi capire! Non “impastare” le sillabe, ma scandirle tutte in modo che per gli spettatori non risulti faticoso comprendere le battute. E’ fondamentale prestare molta attenzione a non “calare” sulle ultime sillabe delle parole sdrucciole (es.: scàtola) e bisdrucciole (es.: strèpitano). Per adoperare un’espressione tipicamente teatrale, quando siete sul palco “ditela chiara, forte e fino in fondo!”. Una corretta dizione ed un giusto uso della voce permettono, in generale, di comunicare con maggiore efficacia e senza affaticarsi eccessivamente. Questa regola vale, a maggior ragione, per chi sceglie come mezzo di comunicazione il teatro.

E’ necessario stare in scena come se si recitasse sempre per lo spettatore seduto nell’ultima fila. Per raggiungere questo scopo sono necessarie tecnica e concentrazione. Solo con la “coscienza del ruolo” chi recita può evitare quello che possiamo definire l’errore quotidiano del nostro comunicare. Provate ad osservare voi e gli altri. Quante volte in una discussione/comunicazione le parole delle nostre frasi sono smozzicate, quasi stenografiche? Quante volta l’ultima sillaba di una parola rimane in gola, non si pronuncia, oppure si sussurra per arrivare a malapena all’interlocutore più vicino? Tutto ciò in teatro va assolutamente evitato. Ma non basta: la voce deve anche avere intensità, ritmo e colore. L’intensità è data dal grado di energia emotiva, dalla forza interiore che le parole riescono a trasmettere. Essa va modulata in modo da conferire alla frase l’accento emotivo e logico capace di renderne il senso. La voce deve variare di tono secondo le immagini, i pensieri, i sentimenti evocati; inoltre bisogna curare le debite variazioni di tono dopo un punto, una virgola, di norma dopo qualsiasi segno di punteggiatura. Attenzione alle appoggiature sbagliate. I verbi non si accentano mai o quasi mai perché vivono di forza propria, così come gli aggettivi possessivi. Gli avverbi, invece, possono e anzi spesso devono essere sottolineati in quanto modificano il significato del verbo. Evitate nel recitare quello che in gergo si chiama ron ron, ovvero l’adeguarsi, ripetendola, all’intonazione degli altri attori. Il ritmo è un elemento che più di altri è largamente affidato alla sensibilità individuale e alla musicalità dell’interprete. Bisogna assolutamente evitare di dilatare oltre il ragionevole i tempi della recitazione, scivolando in una soporifera lentezza. Se i tempi sono giusti, la recitazione di un testo diventa musicale. Il ritmo è dato dal succedersi degli accenti nella frase, che a loro volta dipendono dai segni di punteggiatura. Esso ha il potere di tener desta l’attenzione, coinvolge chi ascolta, regola pause e sospensioni, lega o divide le parole; usato sapientemente è uno strumento insostituibile per ammaliare il pubblico. Un contributo fondamentale all’espressività è dato dal silenzio, dalla pausa. Senza pause la recitazione è monotona e piatta, perché esse conferiscono ritmo alla frase e rilievo alla parola. La punteggiatura del copione è lì a indicarci quelle piccole sospensioni più o meno marcate (punto, punto e virgola, virgola) che staccano i pensieri, mettono ordine nel flusso del discorso, rendono chiaro il senso. La pausa potrà essere breve, lunga, lunghissima fino ad arrivare al silenzio. La pausa che proponete deve sempre essere “espressiva”, cioè dovete riuscire a “sostenerla”, a non perdere il contatto con il pubblico. Una giusta e intensa pausa può, a volte, esprimere più di cento parole. Sono le pause che indicano i moti dell’anima e fanno intuire le attese, i misteri, la meditazione, il silenzio, la calma, l’esitazione, l’estasi. Le pause preparano il tono successivo e permettono di passare, flettendo opportunamente la voce, da un tono a un altro per indicare il cambiamento di intenzione. La pausa è molto delicata; una pausa che non sia piena di intenzioni è solo un tempo morto, un vuoto di scena. Eppure non sempre se ne comprende il valore e l’importanza, la bellezza degli effetti che se ne possono ottenere. Non abbiate timore della pausa. Può essere un modo per catalizzare l’attenzione dello spettatore, per sottolineare un concetto, per rafforzare una battuta. Per lo più i filodrammatici temono che le loro pause siano fraintese dal pubblico, siano credute impreparazione, incertezza dell’attore; invece proprio la mancanza delle pause denota inesperienza della scena, scarsa padronanza della parte, impaccio, timidezza. Si potrebbe arrivare a misurare il valore di un dilettante dalla lunghezza delle pause che fa. Il teatrante esperto trova nella pausa un mezzo efficace per manifestare tutta la sua abilità, giacché egli ha modo di esplicarla liberamente riempiendo con l’azione il vuoto lasciato dalle parole. Egli può fare tutto un discorso senza aprir bocca, dire un mondo di cose senza parlare. Se in scena vi sentite agitati e imprecisi, non è accelerando il ritmo che otterrete un effetto di tranquillità, ma rallentando e prendendovi delle pause che utilizzerete anche per respirare e rilassarvi. Prendete fiato prima di cominciare a parlare e siate sempre pronti a ricominciare. Molti difetti vengono fuori proprio perché non si ha fiato a sufficienza. Il fiato va sempre preso con il naso, solo nel caso di fiati rubati, in battute molto lunghe, si può usare la bocca. Infine c’è il “colore”: tutto quello che nasce dentro di noi, prima di tramutarsi in suono, è percezione, sensazione, reazione emotiva, istinto, passione. Se vogliamo esprimere tenerezza, o tristezza, o collera, inconsapevolmente adattiamo e moduliamo la nostra voce, flettendola da un tono all’altro per dare corpo alle nostre intenzioni attraverso le parole. E’ molto difficile definire cosa sia il colore nella voce perché è qualcosa di astratto, non misurabile come il volume e il ritmo; è sentimento, emozione, adesione, critica, commento, ragionamento; è la ricerca di quello che c’è dietro un testo, dei motivi che hanno indotto l’autore ad usare quelle parole e non altre, in quel preciso momento. La capacità di inquadrare il momento creativo dell’autore passa attraverso la totale adesione al testo. L’interprete fa da filtro, con l’aggiunta della propria personalità e creatività. Un fonema, una sillaba, una parola, possono suggerire diversi messaggi a seconda di come vengono usati, di come li si “colora”. Nell’affrontare un copione può essere di enorme aiuto annotarlo opportunamente: all’indirizzo www.ilsoccoelamaschera.it/vademecum/04.html troverete un insieme di simboli grafici che, riportati su un copione da studiare, oppure su un testo da presentare al leggio, aiuteranno l'interprete non solo a "fissare" alcuni tra i più importanti elementi della voce recitante, come volume, ritmo e intonazione, ma anche a governare l'attività respiratoria. Un ulteriore schema che vi propongo si trova all’indirizzo www.ilsoccoelamaschera.it/vademecum/05.html: si tratta di 10 semplici esercizi (fra gli innumerevoli possibili) da utilizzare per migliorare la propria capacità di scandire un testo.

(7. continua)                                      Vincenzo La Camera