Ma Prospero è davvero così buono?… di Vincenzo La Camera (Pubbl. 04/03/2018)

Una riflessione su La Tempesta di Shakespeare

Trovo che la questione del “buonismo” di Prospero, sostenuto dalla maggior parte dei critici, dei commentatori e degli interpreti de La Tempesta, sia quanto meno opinabile. Certo, se si parte da un’interpretazione del suo rivale Alonso che veda in quest’ultimo prevalentemente un povero vecchio stanco, addolorato come può esserlo un padre affettuoso che perda suo figlio, anche un po’ fuori di testa e che si vorrebbe magari manovrato da una corte sanguinaria e bramosa di potere, allora ne risultano edulcorate, quando non addirittura scarsamente motivate, le azioni di Prospero; il quale, per questa via, o rischia di passare per un vecchio rancoroso che si accanisce bizzosamente contro un rivale ormai vinto ed impotente, oppure deve necessariamente essere assegnato al ruolo di chi stimola e alla fine ottiene il pentimento di coloro che hanno sbagliato, così rivestendo la nobilissima figura di uno strumento di giustizia terrena. A parer mio, invece di avviare – come troppo spesso si fa – un’analisi del personaggio Prospero considerandolo in assoluto, sarebbe di qualche utilità cercarne la chiave a partire da Alonso, il cui ruolo di autentico antagonista non viene quasi mai enfatizzato abbastanza nelle scritture sceniche, forse per lo scarso peso complessivo che il testo riserva alla sua presenza in scena. In realtà, Alonso è una canaglia, un sanguinario usurpatore che, quando La Tempesta ha inizio, sta tornando da un’ennesima missione diplomatica concepita per consolidare ulteriormente la posizione di potere della propria famiglia. Per allargare infatti la sua rete di relazioni internazionali, incrementando anche così il potenziale politico-militare della propria casata, non ha esitato a maritare sua figlia – lei riluttante – con il re di Tunisi, uomo quanto mai distante dal sentire della giovane. E questo accade nel presente, non in uno sbiadito passato da emendare. Che dire poi del “buon Gonzalo”, che con la sua pretesa nobiltà d’animo dovrebbe rivalutare il tasso etico della corte di Alonso? Gonzalo, per quel tanto che se ne sa, è uno che quando Prospero e Miranda sono stati mandati incontro alla morte si è data una lucidata alla coscienza mettendo nella barca destinata al disastro un po’ di viveri in più – buoni solo a rendere più lunga l’agonia – e qualche libro di magia, magari con l’auspicio che Prospero riuscisse a salvare sé stesso e la figlia ripassando il prontuario dei giochi di prestigio. E allora, se l’antagonista di Prospero è quell’Alonso che ho descritto, con il suo codazzo di cui fanno parte altre due belve come Antonio e Sebastiano, forse comincia a risultare un po’ più difficile immaginarsi il Mago come totalmente immune da pensieri di rivalsa e di vendetta. E aggiungo: se Prospero è davvero così “buonista” perché lo vediamo esercitare con tanta tenacia il suo potere di controllo sul mondo dello spirito (Ariel) e su quello della materia (Calibano)? Perché insomma mantiene ridotto in schiavitù Ariel, il quale in fondo rivendica soltanto la libertà (che una mente illuminata non dovrebbe mai concepire di poter negare a qualcuno) e non ha mai perdonato Calibano di aver attentato all’onore di Miranda, malgrado il selvaggio avesse quanto meno l’alibi dell’ignoranza e del puro istinto animale? Non sarà perché non può perdonare(rsi) ciò che forse Calibano incarna, e cioè il lato oscuro dello stesso Prospero? Il suo desiderio incestuoso e inconfessabile di possedere Miranda, diventata donna sotto i suoi occhi di uomo solitario da troppo tempo lontano da ogni traccia di civiltà? In questo senso, è una frase da interpretare con attenzione quella che Prospero pronuncia nel finale, quando, parlando di Calibano che dichiara di essere rinsavito e promette di essere più saggio, egli dice: “… questa cosa del buio la riconosco mia.” E se Calibano che rinsavisce simboleggiasse una ritrovata quiete mentale di Prospero? Se il suo restare sull’isola rappresentasse l’abbandono, da parte di Prospero, di ciò che di animalesco si era insinuato nel suo cervello? E poi, bisogna pur dire che questa possente onda catartica fatta di bontà e di perdono che, secondo i più, pervade l’epilogo della Tempesta, alla fin fine investe soltanto lo spossato Alonso e il vecchio Gonzalo, che secondo il linguaggio attuale sarebbe definito una “colomba” ma che, a conti fatti, non ci risulta abbia mai pensato di staccarsi dal fianco di un usurpatore spintosi fino al tentato infanticidio. Se si considera che Antonio e Sebastiano non manifestano alcun accenno di ravvedimento e continuano piuttosto ad ostentare la loro torva arroganza, sembra quanto meno azzardato parlare di una conclusione dell’opera pervasa dalla potenza purificatrice del pentimento e del perdono, come a tanti sembra invece scontato. Se pensiamo alla conclusione de La Tempesta con un certo pragmatismo, in fondo possiamo anche vedervi un scelta di mediazione finale, con Prospero che su un piatto della bilancia mette il suo “perdono” e, nell’altro piatto, si accinge a riprendersi il ducato (che per la verità non ha cessato di rimpiangere e di rivendicare per tutta la commedia), approfitta della presenza di una nave e di una ciurma per tornare a casa e, a suggello del patto che si va stringendo fra il Duca e il Re, benedice l’imminente matrimonio di sua figlia con il figlio dell’ex rivale, un’unione che Prospero persegue per tutta l’opera con una tenacia a cui dovremo pur trovare una spiegazione plausibile. Ma questi non erano appunto i metodi usati dai capi delle nazioni per stringere alleanze politiche, per creare parentele utili, per blindare il potere? Certo, qualcuno potrebbe obiettare che se Prospero avesse avuto il solo scopo di procurarsi una nave e di sbarazzarsi del suo nemico avrebbe potuto mettere in atto la sua magia e risolvere così ogni problema. Ma questo non è compatibile con le leggi del teatro e dei suoi intrecci … se ragionassimo di questo passo, allora Prospero avrebbe potuto evitarsi ogni guaio, fin dall’inizio, con la sua magia!