Canta Napoli: 1944 di Elio Mottola (Pubbl. 30/06/2018)

Possiamo datare al 1838, anno di composizione di “Io te voglio bene assai” la nascita della canzone classica napoletana, quella che nel volgere di non molti decenni conquistò anche i popoli più lontani, sia in senso geografico che culturale. Il successo dipendeva principalmente dalla bellezza delle melodie, dalla loro inconfondibile cantabilità, dalla vivacità e dalla schietta cordialità di molti temi ritmici che restavano immediatamente scolpiti nella memoria degli ascoltatori, fossero essi turisti venuti ad ammirare l’incanto del Golfo o girovaghi cantanti partenopei o, come nei primi decenni del ‘900, grandi tenori lirici già famosi nel mondo che incidevano dischi con le più celebri canzoni. I testi, anche quelli delle canzoni più famose ed orecchiabili, sfuggivano ovviamente alla comprensione degli stranieri e forse degli stessi italiani, ma rappresentavano, come noi napoletani ben sappiamo, più che un mero complemento, a volte poetico, a volte sapidamente popolare, della parte musicale, avendo spesso un autonomo valore letterario. Gli argomenti riguardavano il più delle volte la sfera sentimentale: innamoramenti, amori non corrisposti, gelosie, tradimenti, talvolta vendette. Oppure valorizzavano aspetti pittoreschi della strada e delle figure che la popolavano, talvolta prendendole affettuosamente in giro (le “macchiette”). O, ancora, lo straordinario paesaggio di Napoli e dei suoi più spettacolari dintorni. Quando non sfociavano in tragedia, i testi mantenevano un tono lirico, malinconico, talvolta ironico o malizioso, ma sempre incentrato sul sentimento dell’amore in tutte le sue sfumature. In questo panorama, consolidato nel corso dei decenni ed intorno al quale si era andata costruendo anche la tradizione della canzone italiana, certo non paragonabile a quella napoletana (che era diventata un articolo di esportazione), ma comunque non priva di valori spesso legati a dialetti o parlate locali (si pensi al romanesco, al toscano, al milanese), irrompe un breve ma intenso interludio che costituisce un’assoluta eccezione nello scenario nazionale: sono le poche ma bellissime canzoni nate alla fine dell’ultima guerra e che alle miserie da essa provocate rivolgono il loro sguardo pietoso. Non risulta, sfogliando gli annuari delle canzoni italiane pubblicate nel ’44 e nel ’45, che altri autori “in lingua” abbiano dedicato alle loro città qualcosa di simile. Certamente Napoli fu toccata dai bombardamenti più intensamente di tante altre città (200 tra incursioni aere e bombardamenti dal ’40 al ‘44, di cui ben 181 solo nel ’43, con un numero di vittime stimato tra i 20.000 e i 25.000, in gran parte civili). Né, d’altra parte, le altre città bombardate potevano vantare una tradizione musicale paragonabile a quella napoletana e forse espressero attraverso altre forme artistiche la loro pietà. Ci fu, per la verità, a Milano una rivisitazione di “O mia bela Madunina”, composta nel 1934, che sul medesimo tema musicale innestava un nuovo testo e si intitolava “La Madunina dop i bumbardament”, ma si tratta di puro dilettantismo, neanche lontanamente confrontabile con il valore poetico dei testi napoletani. È invece poesia alta quella di “Simm’eNapule, paisà” del 1944 link il cui testo divise i napoletani tra quelli che lo giudicavano qualunquista e pacificatorio (“chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato scurdammece ‘o ppassato”) e chi invece vide in esso un appello alla rinascita. In realtà vi si devono leggere il dolore e la inevitabile rassegnazione di chi ha subìto lutti e perdite gravissime (come, chi sa tra quanti altri, il cocchiere citato nella canzone, il quale indicando, si suppone, al passeggero un mucchio di rovine dice: “Lla ce stav’a casa mia, so rimasto sultant’io”). Il tema musicale del ritornello è di quelli che entrano nelle orecchie e vi restano per sempre link . Anche “Munasterio ‘e Santa Chiara”, del 1945 link, su un tema musicale tanto bello quanto sconsolato link descrive, prendendo spunto dalle condizioni rovinose in cui le bombe hanno ridotto il Monastero, l’incredulità di un esule che smania per tornare a Napoli ma ne ha paura perché qualcuno gli ha detto che, aldilà della distruzione materiale, sono cambiati i napoletani, incattiviti dalla guerra. Nello stesso 1945 vedeva la luce anche la celeberrima “Tammurriata nera” il cui testo link ironizza sulle sempre più frequenti nascite di bambini neri a Napoli, fingendo di ignorare che la causa di questo incredibile fenomeno sono l’occupazione alleata e la miseria sofferta dal popolo napoletano, entrambe conseguenze della guerra. Tra le tre canzoni citate questa è, a mio avviso, la più geniale, perché il sarcasmo, sia pur pietoso, che percorre l’intero testo (‘a mamma ‘o chiamma Giro sissignore... ) incrocia un tema musicale dal quale traspare, in alcuni tratti, una dolente mestizia (seh, ‘ na ‘uardata seh).L’unico esempio di una canzone non napoletana ma “in lingua” riferibile alla guerra fu, nel 1944, “In cerca di te”, meglio conosciuta col titolo corrispondente al primo verso: “Sola me ne vo per la città” link. La vana ricerca del proprio uomo probabilmente inghiottito dalla guerra fece di questa canzone un simbolo della liberazione dall’incubo appena finito ed ebbe giustamente un clamoroso successo, grazie anche al tema musicale ritmicamente vivace, piuttosto americaneggiante e quindi in deliberato contrasto con la tragicità del testo link. Non ci si può però sottrarre alla tentazione di associare a questa bella e riuscita canzone, composta a Torino, anche la nostra “Dove sta Zazà” la cui idea originale nasce nel 1942 per poi realizzarsi compiutamente nel 1944. Il soggetto della canzone è molto simile a quello della canzone torinese, ma con una differenza di ambientazione e di circostanze che consentono di leggerla, a mio modesto avviso, come metafora dello straniamento cui possono portare le angosce e le restrizioni della guerra. Basta ascoltarne attentamente il testo link per cogliere tutta l’assurdità della scomparsa (o del rapimento) di una certa donna che si chiama nientemeno che Zazà e della disperazione del suo compagno rimasto solo, dall’improbabile nome di Isaia. Il tutto durante la festa di San Gennaro e con una parte musicale di felice ispirazione, come sempre accadeva nella canzone napoletana, ed un finale da banda musicale totalmente spiazzante rispetto al dramma della scomparsa. Insomma un gioiellino surreale (appesantito da una seconda parte forse un po’ prosaica, nella quale Isaia dichiara di accontentarsi anche della sorella di Zazà, pur proclamando il suo eterno amore per l’originale) di cui non fu consapevole lo stesso autore del testo, Raffaele Cutolo, il quale ebbe anzi a parlarne come di “una canzoncina cretina come tante altre” giudicandone eccessivo il successo e sottovalutando quindi il “nonsense” che la attraversa. Questa breve stagione musicale segnata dallo smarrimento post-bellico finì nello stesso 1945. Già nello stesso anno riprendevano le tematiche abituali, sentimentali, popolaresche, macchiettistiche, in salsa però più confidenziale del passato e musicalmente ibridate con l’adozione dello “swing” e dei ritmi sudamericani. Canzoni comunque bellissime, con numerosi autentici capolavori, di cui parleremo ancora, e comunque lontane mille miglia dallo squallore della musica neomelodica oggi imperante nel panorama musicale napoletano. Un redivivo Carosone direbbe “Cantava Napoli”.

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