Franco Gargìa, l’amore di una vita di Achille Aveta (Pubbl. 26/04/2017)

L’amore di cui intendiamo parlare è quello di un attore per le arti, in primis per il teatro; un amore che dura da oltre 60 anni. Questo è il tempo che Franco Gargìa ha dedicato a Thàlia (la musa che presiede alla commedia nella mitologia greca); infatti, ai tempi dell’Università, il giovane  Gargìa – all’epoca brillante allievo del famoso matematico Renato Caccioppoli (1904 – 1959) – sacrificò la carriera scientifica sull’altare di Thàlia, cominciando a calcare le scene dei teatri di posa italiani ed esteri, manifestando una particolare vocazione per il repertorio partenopeo, sia sul versante comico sia su quello drammatico. Recentemente il maestro Gargia ha curato una serie di spettacoli antologici sull’opera di insigni autori napoletani (Di Giacomo, Viviani, Bovio, Murolo), realizzando una meritoria operazione culturale. Abbiamo avuto l’opportunità di assistere a qualcuna di queste rappresentazioni caratterizzate da monologhi e poesie, riflessioni e macchiette, il tutto a un ritmo incalzante, interrotto spesso da applausi a scena aperta. In occasione di una delle recenti tappe napoletane di questi spettacoli, abbiamo avuto il piacere di incontrare l’ingegnere Franco Gargia nella sua accogliente dimora napoletana; la nostra piacevolissima conversazione è iniziata in un salotto dove troneggia un’imponente libreria traboccante di volumi, alcuni ormai introvabili; tra i tanti testi che affollano le sue librerie, il Maestro ci ha mostrato rare edizioni delle memorie di Petrolini e del teatro di Viviani.

Maestro, la sua carriera artistica è stata lunga e intensa: nel suo repertorio teatrale si annoverano opere di Ibsen, Bracco, Di Giacomo e presenze nelle compagnie di Aldo Giuffrè e di Luigi De Filippo; come attore cinematografico ha svolto ruoli non secondari in film di Anton Giulio Bragaglia, Armando Fizzarotti, Alberto Abruzzese; è stato partner di scena di Annamaria Ackermann, Sergio Bruni, Beniamino Maggio, solo per fare qualche nome. Inoltre, ha vissuto una lunga stagione radiofonica (dal 1985 al 1992) presso il Centro RAI di Napoli, dove ha prestato la sua voce a diversi sceneggiati radiofonici. Chissà quanti ricordi …

È vero, oltre a quelli da lei nominati, ho avuto il privilegio di lavorare con numerosi artisti: gli attori Memo Benassi, Gianni Crosio, Monica Pariante, Giacomo Rizzo, Gabriella Squillante, i chitarristi Eduardo Caliendo ed Egisto Sarnelli, i cantanti Maria Carta, Livio Del Mare, Nunzio Gallo, Mario Maglione, Roberto Murolo, Tullio Pane, Amedeo Pariante, Otello Profazio, Lucia Valeri, Bruno Venturini, il poeta Salvatore Tolino … Di ciascuno di loro conservo un affettuoso ricordo: di Venturini ho apprezzato la grande cordialità; di Roberto Murolo mi ha colpito la sua profonda devozione per padre Pio, oltre al suo garbo nell’approccio anche con estranei; di Sergio Bruni è nota la pignoleria, talvolta eccessiva, ma forse pochi sanno che aveva il vezzo di tenere la moglie dietro le quinte, pronta con una bottiglia d’acqua e un bicchiere per soddisfare la sete del maestro in qualunque momento dello spettacolo.

Tornando con la memoria ai suoi anni universitari, quali ricordi ha del prof. Renato Caccioppoli?

Caccioppoli era un docente capace di affascinare le platee dei suoi studenti, inebriandoli con la sua vasta cultura, pur conservando una buona dose di anticonformismo. Per esempio, poco prima del referendum istituzionale del 1946, il clima politico a Napoli era rovente ed era evidente la propensione per la monarchia, che caratterizzava ampi strati della società napoletana, studenti inclusi. Un giorno, nell’aula dove stava per tenere una lezione il Professore, un gruppo di studenti monarchici scrisse provocatoriamente sulla lavagna: “W la Monarchia”. Entrando in aula, stretto nel suo impermeabile molto simile a quello indossato in seguito da Peter Falk nei panni del tenente Colombo, Caccioppoli senza proferire parola si recò alla lavagna e, dopo averla ripulita, vi scrisse: “W la Repubblica”. Al che la gran parte dell’aula cominciò a rumoreggiare e alcuni tra i più facinorosi studenti di orientamento monarchico si scagliarono verso la cattedra con intenti per niente rassicuranti; fu solo grazie all’intervento di un gruppetto di noi repubblicani, che facemmo da scudo al Professore, che quest’ultimo riuscì a guadagnare incolume l’uscita. In un’altra occasione, il prof. Caccioppoli mi invitò ad accompagnarlo alla Banca d’Italia, perché doveva riscuotere lo stipendio; quando arrivammo alla Banca, lo accompagnai nei pressi dello sportello e mi tenni a debita distanza. Il Professore si avvicinò all’impiegato e dopo qualche minuto tornò verso di me con una busta in mano, la aprì, contò le banconote ivi contenute e, improvvisamente, cominciò ad imprecare in napoletano; vedendolo contrariato e pensando che la somma non corrispondesse alle sue aspettative, gli suggerii di tornare allo sportello per chiarire la questione. Ma lui replicò: “Ma no, Gargia, il fatto è che a noi professori lo Stato ci paga troppo!”

Torniamo alla sua intensa carriera artistica; lei ha fatto tournée in Canada (nel 1972), Brasile (nel 1979) e Venezuela (nel 1981), quali ricordi ha dell’accoglienza del pubblico in quei Paesi?

Soprattutto in Sudamerica, gli uditori erano composti prevalentemente da emigrati di seconda generazione, che serbavano un ricordo molto “sublimato” dell’Italia; infatti, talvolta, dopo gli spettacoli ci capitava di essere invitati a cena presso sedi di associazioni fondate da emigrati nelle quali erano in bella mostra cimeli del Ventennio fascista (foto e busti del Duce ed altre amenità del genere). In queste occasioni i discorsi a tavola consistevano in una colluvie di domande su come si viveva in Italia; ricordo che in una di queste circostanze una garbata vecchina mi avvicinò e chiese: “Mi dica, Maestro, ma in Italia ci sono i frigidaire?”

Nella sua caleidoscopica attività artistica non sono mancati eventi di impegno sociale, a dimostrazione del suo intenso amore per Napoli e la napoletanità; infatti, lei ha portato in tour (anche a Parigi) un monologo ispirato al romanzo “La dismissione” di Ermanno Rea, suo compagno di studi. Il protagonista di questo monologo è un vecchio operaio dell’Ilva di Bagnoli, che addolorato assiste dal balcone di casa alla demolizione della fabbrica …

In effetti, il mio cruccio è quello di non essere riuscito ad avere l’opinione personale di Ermanno sul rifacimento da me compiuto partendo dal suo bel romanzo; infatti, nelle uniche due occasioni in cui portai a Napoli questo spettacolo, Rea non poté assistervi per ragioni di salute.

Programmi per il futuro, Maestro?

Mi sto preparando per una partecipazione al prossimo film del regista Ferzan Ozpetek.

Complimenti, Maestro, è un ennesimo riconoscimento alla sua bravura di attore, che si va ad aggiungere ai tanti attestati di benemerenza per essere uno degli ultimi portatori delle memorie artistiche della bella Napoli che fu.