Elvira Notari di Elio Mottola (Pubbl. 22/11/2018)

Ci sono protagonisti del cinema che, pur essendo stati a suo tempo illuminati da grande fama, sono caduti ingiustamente nell’oblio. Tra questi Elvira Notari. Chi era Elvira Coda coniugata Notari e cosa ha dato a Napoli? Recentemente la Cineteca di Bologna, nell’àmbito della rassegna “Cinema Ritrovato”, ha presentato al pubblico i soli tre film superstiti di una vastissima produzione ormai perduta. Un'esauriente trattazione della vita e delle opere di Elvira Notari, nata a Salerno nel 1876 ma presto trasferitasi a Napoli, è presente su Wikipedia. Leggendola si scoprirà che a questa donna straordinaria il cinema muto e Napoli devono la bellezza di una sessantina di lungometraggi e un centinaio tra documentari e cortometraggi. Il tutto in un arco temporale che va dal 1906 al 1929. Certo, nei cortometraggi sono incluse anche alcune decine di pellicole della durata di circa tre minuti, chiamate “Arrivederci e grazie” perché venivano proiettate nei Cafè Chantant napoletani, in piena Belle Epoque, per salutare il pubblico al termine dello spettacolo. Ma le particolarità che rendono unica la figura della Notari sono tante, a partire da quella che la vede prima donna regista in Italia e tra le prime in Europa. La seconda particolarità consiste nell’approccio totalizzante che la Notari ebbe nella produzione dei film, della quale occupava praticamente tutti gli spazi, essendone anche soggettista, distributrice e talvolta anche attrice. Solo ad alcune di queste funzioni partecipava anche il marito, Nicola Notari, fotografo napoletano già affermato prima del loro incontro, il quale aveva messo a punto un sistema di colorazione dei fotogrammi che fu poi esteso anche ad alcune scene cinematografiche per accrescerne la spinta emotiva (blu per la nostalgia, rosso per la rabbia, viola per la gelosia ecc.). Come documentarista ma anche come soggettista la Notari non si allontanò molto dalla rappresentazione della vita quotidiana di Napoli e dei dintorni guardando soprattutto ai bassifondi, ai diseredati, descrivendone i problemi, le difficoltà, le debolezze, le violenze, ma anche i sentimenti, le gelosie, le passioni: insomma gli aspetti significativi e gli eventi della vita così come poteva coglierli un'osservatrice innamorata di Napoli ma attenta anche ai fatti di cronaca, nera e non. Ma fu nella regia che la Notari, soprannominata in famiglia “la marescialla” per il suo impegno rigoroso, profuse il suo talento e realizzò la sua idea di cinema, un’idea fondata sulla rappresentazione della realtà sia nei documentari che nei film a soggetto, nei quali amava inserirne spezzoni tematicamente pertinenti, quasi a rafforzare il realismo delle storie che raccontavano. Nei film a soggetto prevalgono personaggi femminili che cercano di emanciparsi dalla soggezione familiare e sociale delle donne meridionali, senza però riuscirci quasi mai e ritornando, spesso sconfitte, al focolare domestico, quando la storia non si conclude addirittura tragicamente. Tutti i sentimenti sono rappresentati con passione viscerale e suscitano reazioni emotive talvolta così esagerate da avere guadagnato al suo cinema un posto nell’aneddotica partenopea: fu nel corso della proiezione di una pellicola della Notari che uno spettatore in platea estrasse la pistola e sparò verso lo schermo per eliminare “ ‘o ‘nfame”. Spesso i soggetti delle sue pellicole erano tratti da canzoni di cui lei stessa acquisiva i diritti di sfruttamento cinematografico prima che venissero presentati al pubblico. In questi film, vere e proprie sceneggiate, i coniugi Notari si servivano efficacemente del cosiddetto “cantante appresso”, che eseguiva le canzoni in sincrono con lo scorrere delle immagini, insieme ai musicisti che lo accompagnavano: si realizzava in tal modo una sorta di evento multimediale di sicura presa, specie quando il cantante, anziché celarsi dietro appositi tendaggi, cominciò a mostrarsi al pubblico, aggiungendo allo spettacolo la sua gestualità. Anche in questi film l’ambientazione sociale rimane la stessa e così pure la recitazione che la Notari voleva assolutamente naturale, popolare sino al punto da preferire attori non professionisti, presi dalla strada, così come avverrà nel secondo dopoguerra col cinema neorealista. Questa matrice popolare dei film della Notari non è diversa da quella che ispirava, negli stessi anni, l’opera teatrale di Raffaele Viviani ed era inevitabile che i due si incontrassero. La cosa sembra sia avvenuta nella realizzazione del film della Notari “Un amore selvaggio”, del 1912, in cui ebbero parti Raffaele Viviani, allora ventiquattrenne ma già carico di esperienze teatrali, e la di lui sorella Luisella. Inoltre, in due film del 1916 appare anche Tina Pica ed in uno Carlo Pisacane, poi trasferitosi a Roma e diventato il famoso caratterista Capannelle (memorabili le sue partecipazioni ai film di Monicelli “I soliti ignoti” e “L’Armata Brancaleone”). Fedele all’idea di affidarsi ad attori dilettanti, la Notari fondò addirittura una Scuola di Arte Cinematografica nella quale si coltivava quel profilo naturalistico della recitazione che prediligeva. In numerosi film recita la stessa Elvira, prima nelle vesti della giovane e bella (lo era) protagonista, poi nel ruolo più maturo di madre, mentre un posto centrale lo ebbe il figlio della Notari, Eduardo per il quale fu ritagliato il ruolo di “Gennariello”, giovane onesto e di buoni sentimenti. Soltanto gli ultimi due film della Notari sono ambientati nel mondo alto-borghese, non si sa se per un sentito desiderio di cambiamento o per compiacere l’ormai affermato potere fascista, che osteggiava apertamente il ribellismo dei suoi personaggi e il crudo realismo di alcune scene, considerati lesivi della dignità dei napoletani, o forse anche per placare una certa critica che li considerava semplicemente di cattivo gusto ed alla quale aderiva, sembra, anche Matilde Serao. Ci fu un momento in cui la censura fascista pretese di visionare i film della Notari prima che fossero presentati al pubblico, una sorta di censura preventiva perfettamente funzionale all’ipocrisia di regime. In quanto produttrice dei suoi film la Notari fondò insieme al marito la “Film Dora” che, grazie all’intensa produzione ed alla indubbia qualità, concorse insieme alla “Lombardo Film” (da cui nascerà in seguito la “Titanus”) ed alla “Partenope Film” a fare di Napoli il secondo centro cinematografico d’Italia, dopo Torino che produceva i “colossal” dell’epoca (Cabiria, Gli ultimi giorni di Pompei), ed uno dei maggiori d’Europa, prima che il regime promuovesse Roma al ruolo di capitale del cinema (Cinecittà fu inaugurata nel 1937). La “Film Dora” aprì anche una sede a New York, assumendo la nuova denominazione di “Dora Film”, nel momento di massimo fulgore dovuto allo straordinario successo che le pellicole della Notari incontravano presso tutte le comunità di emigrati napoletani. Numerose associazioni di emigrati commissionavano anche la produzione di documentari su Napoli. Nel 1930 la “Dora Film” concluse per sempre la produzione restando una semplice casa di distribuzione. Il perché di questa repentina cessazione rimane incerto: fu l’affermarsi del cinema sonoro o la perdurante ostilità fascista o entrambe le ragioni? Di tutta la produzione realizzata in venticinque anni restano oggi tre lungometraggi, custoditi dalla Cineteca Nazionale di Roma (“E’ piccerella”, “’A Santarella” e “Fantasia ‘e surdato”). Di tanto in tanto viene ritrovato e restaurato qualche cortometraggio (è il caso, recentissimo, del già ricordato “Un amore selvaggio”) o qualche frammento. Su youtube, alla voce Elvira Notari, sono per fortuna reperibili, oltre a spezzoni dei tre film superstiti, “E’ piccerella” del 1921 link , film che esemplifica a meraviglia tutto quanto appena detto: tratto da una canzone di Libero Bovio, mostra all’inizio immagini del rientro dei pellegrini da Montevergine, palesemente estratte da un documentario della stessa Notari, e sviluppa un intreccio di passioni schiettamente popolari. Comunque ben poca cosa rispetto ad una produzione di una vastità che per l’epoca ha pochi confronti. Resta l’amarezza e soprattutto la curiosità: dove saranno finite le decine e decine di bobine scomparse? C’è speranza che se ne possa ritrovare qualcuna, chissà, nei depositi di qualche vecchia sala cinematografica di Manhattan o di Little Italy?

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