L’EIAR e la censura fascista  di Elio Mottola (Pubbl. 21/01/2019)

La diffusione della radio in Italia accompagnò la nascita e l’affermazione del fascismo. Risale al 1924 la messa in onda del primo programma radiofonico ed al 1928 la fondazione dell’EIAR (Ente Italiana per le Audizioni Radiofoniche) che, messo in condizioni di assoluto monopolio e di totale controllo statale, assunse il ruolo di voce ufficiale del regime. Il costo di un apparecchio radio corrispondeva in quegli anni allo stipendio medio di un impiegato statale; gli abbonati erano quindi poche centinaia di migliaia, ma gli ascoltatori erano molti di più, perché il regime, consapevole delle potenzialità propagandistiche del mezzo radiofonico, si era posto l’obiettivo di creare nel paese una “coscienza radiofonica” e si preoccupò di fornire di apparecchi riceventi tutti i villaggi e poi anche le scuole. La radio di regime trasmise, fino all’Armistizio, notizie (Giornale Radio), cronache di avvenimenti sportivi, proclami politici e discorsi del Duce ma soprattutto tanta musica. Passarono per i microfoni dell’EIAR centinaia di canzoni italiane ed estere. Da oltre oceano proveniva anche la musica jazz che fu periodicamente osteggiata, pur essendo per lo più priva di testi, perché appariva destabilizzante per la novità del ritmo “sincopato”, così lontano dalla tradizione italica. Tutto quanto proveniva dal mondo anglo-americano era guardato con ostilità: già dal 1933 il più celebre giornalista radiofonico di regime, Mario Appelius, concludeva le trasmissioni con l’invocazione “Dio stramaledica gli inglesi”. Tuttavia si riusciva a contrabbandare un po’ di brani jazz (la cui ortografia nel frattempo era stata autarchicamente modificata in “gez”) anche dai microfoni dell’EIAR: bastava ribattezzarne il titolo in italiano. E così, scorrendo i titoli delle canzoni in lingua italiana dell’epoca, ci si imbatte in cose raccapriccianti. L’esempio più clamoroso ed allo stesso tempo più patetico è il famoso Trio Lescano (tre sorelle di origine ungaro-olandese il cui cognome, Leschan, era stato ovviamente “bonificato”) che canta un brano dal titolo singolare: “La tristezza di San Luigi” link; all’ascolto ci si accorge che, miracoli dell’autarchia, si tratta in realtà della celeberrima “St. Louis Blues”! Come scandalizzarsi se si pensa che nel 1936 venne diffusa una circolare del PNF che imponeva alla stampa di tradurre in italiano tutti i termini stranieri contenuti nelle canzoni, compresi i nomi degli artisti? Louis Armstrong diverrà, così, Luigi Braccioforte e Benny Goodman sarà Beniamino Buonomo. Dopo un 1937 sorprendentemente tollerante con la musica proveniente dall’America, con l’entrata in vigore delle leggi razziali a partire dal 1938 cominciò una vera e propria campagna contro il jazz, che veniva considerato «una delle armi giudaiche più forti e più sicure». Ben più profondo e capillare fu però il controllo sui testi delle canzoni; l’ente preposto alla propaganda e quindi alla vigilanza su tutte le pubblicazioni contrarie al regime incorporava anche la Discoteca di Stato già da prima dell’istituzione, nel 1937, del Ministero della Cultura Popolare. Il Minculpop (così suonava la sua denominazione abbreviata, in chiaro stile marinettiano, alludendo forse – ma non è dimostrato – ad intenti sodomiti nei confronti del popolo oppresso) rese più radicali gli interventi censori: nel febbraio del 1939 un decreto dispose addirittura che tutti i nuovi testi originali dovevano essere approvati prima della pubblicazione. Caddero sotto l’occhio vigile della censura numerose canzoni, anche famose, perché sospettate di incitare alla disaffezione verso il regime e la patria, come “Signora illusione” a causa del verso “Illusione, dolce chimera sei tu” link. “Un’ora sola ti vorrei per dirti quello che non sai” link poteva costituire vilipendio se pronunciata, ad esempio, passando sotto un’effigie del Duce. Anche la nostra “Tiempe belle” link, composta nel 1916, fu censurata nel 1939 perché accusata di indurre un sentimento di nostalgia per l’epoca prefascista. Ma i casi più clamorosi riguardano canzoni allegre e giocose, un po’ lontane dal senso comune o addirittura pervase da “non-sense”, che caddero sotto gli strali della censura perché ritenute offensive di specifiche personalità del regime o delle sue stesse istituzioni, mentre gli autori spesso non ne avevano alcuna intenzione e riuscirono talvolta a dimostrarlo anche all’autorità censoria. È il caso di “Maramao perché sei morto” link accusata di oltraggiare la memoria del defunto Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, Costanzo Ciano, equivoco ingenerato da studenti che avevano sistemato di nascosto un cartello con le prime parole del ritornello della canzone alla base di un monumento a lui dedicato. Gli autori ebbero modo di provare la loro innocenza dimostrando che la canzone era stata composta prima della morte della presunta vittima dell’oltraggio. In “Pippo non lo sa” link la censura vide un possibile messaggio contro Achille Starace, capo di stato maggiore della milizia, che spesso sfilava mostrando con orgoglio la sua divisa nera. La radiodiffusione della canzone venne quindi proibita. Non poteva passare inosservata “Crapa pelada” link per il troppo chiaro riferimento al cranio del Duce. Nel 1940 la canzone “Silenzioso slow” (meglio nota come “Abbassa la tua radio”) link venne bandita perché accusata di sottintendere l'invito ad ascoltare le trasmissioni di Radio Londra, mentre nel 1942 venne censurata “Il tamburo della banda d’Affori” link nella quale si trovano i seguenti versi: “È lui, è lui, sì è proprio lui. È il tamburo principal della Banda d’Affori che comanda cinquecentocinquanta pifferi”. Si può dubitare che il “tamburo principal” si riferisse a Mussolini, ma più difficile è giustificare la coincidenza dei cinquecentocinquanta pifferi col numero esatto dei componenti della Camera dei Fasci e delle Corporazioni: si aggiunga poi che la metrica del verso sarebbe stata salva anche con settecentosettanta, più innocenti, pifferi e diventa arduo pensare alla casualità! Si può quindi ben comprendere come fossero proprio la mancanza di senso e il paradosso, magari privi di intenzioni satiriche, a suscitare interrogativi ai quali un censore, anche se non ottuso ma comunque sanzionabile a sua volta, poteva rispondere solo cercando scopi diffamatori o sovversivi. D’altra parte il filone delle canzonette dal testo bizzarro e surreale proseguì anche a guerra ormai conclusa e, se pure non ci furono clamorosi interventi censori, dettero spazio a risentimenti e malumori. “I pompieri di Viggiù“ del 1948 link, offese i componenti di uno dei più gloriosi corpi dei vigili del fuoco, costituito in origine da volontari: suonava odioso ai loro orecchi un testo che, tutto sommato, li metteva in ridicolo (pompa qua. pompa là, pompa su e pompa giù) inneggiando molto riduttivamente ai pennacchi rossi e blu dei loro cappelli da parata piuttosto che alle loro imprese. Sospettata di intenti satirici contro i politici al governo fu poi, nel 1952, “Papaveri e papere” link nella quale si alludeva a papaveri alti alti ed a papere piccoline, con l’amara e rassegnata conclusione “che cosa ci vuoi far?”. Tra le numerose canzoni sconclusionate che attraversarono il ventennio fascista una però colpisce e fa pensare a quanto sia verosimile che ogni creazione dell’ingegno umano (un dipinto, un’opera letteraria, un film, una canzone), una volta compiuta e messa in circolazione, viva di vita propria seguendo percorsi imprevedibili e perfino inimmaginabili. È il caso di “C’è un uomo in mezzo al mar”, composta nel 1936. Ciò che lascia sconcertati è il testo link che, dispiegandosi su un motivetto ingenuamente allegro link, descrive in realtà un naufragio. Tragedia oggi di particolare e ricorrente attualità nel nostro Mediterraneo. Pare che il testo volesse stigmatizzare l’atteggiamento notoriamente tentennante di un politico dell’epoca, in maniera per la verità piuttosto macabra. Ma l’incredibile è che, a distanza di un’ottantina di anni, seguendo chissà quali disegni insondabili, gli uomini in mezzo al mar tornano ad incrociare il Capitano: questo è infatti l’appellativo con cui i suoi fans chiamano Salvini. Ma possiamo esser certi che lui, diversamente dal politico del ventennio, non avrà alcuna esitazione.

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