L’arte del doppiaggio  di Elio Mottola (Pubbl. 16/01/2019)

Chi abbia avuto occasione di vedere qualche pellicola americana degli anni Trenta in lingua originale, avrà potuto constatare come le voci delle star americane fossero diverse e quasi sempre meno espressive di quelle dei corrispondenti doppiatori italiani e come queste ultime avessero sempre una spiccata caratterizzazione. Sarà stata forse l’estrazione teatrale dei personaggi che prestavano la loro voce, portando in dote anche un’assoluta padronanza della dizione, o forse la provenienza dalle trasmissioni radiofoniche che richiedevano, mancando l’elemento visivo, la massima chiarezza ed efficacia nell’uso della voce, fatto sta che i doppiatori italiani resero i film stranieri ancor più accattivanti e coinvolgenti di quanto non lo fossero in lingua originale. Anche perché l’abbinamento tra attore straniero e voce del doppiatore rimaneva a volte fisso per decenni, sicché per lo spettatore quella voce, e non altre, identificava quell’attore accrescendone il “mito”. E così per decenni la voce di Gualtiero De Angelis fu quella di James Stewart link e di Cary Grant link, così come quella di Lydia Simoneschi, considerata la “regina del doppiaggio”, lo fu per Ingrid Bergman link, per Bette Davis link e per tante altre dive, anche italiane, senza trascurare i personaggi di Walt Disney link. Ma i divi di Hollywood erano tanti e tutti furono sostenuti nel doppiaggio da voci indimenticabili. Clark Gable link, Orson Wells link, John Wayne link, Gary Cooper link, Gregory Peck link, William Holden, Marlon Brando si avvalsero (a loro insaputa, ma poi molti di loro ne apprezzarono pubblicamente il risultato) della voce calda e suadente di Emilio Cigoli link. Stefano Sibaldi link - oltre al doppiaggio dei protagonisti di decine di film impersonati da attori del calibro di Frank Sinatra, Glenn Ford, Robert Taylor fino al Louis de Funès degli anni Settanta - prestò la voce anche al Capitan Uncino di Disney link. E quanta parte del successo che ebbero in Italia le dive europee del cinema hollywoodiano, Greta Garbo link e Marlene Dietrich link, è dovuta alla voce di Tina Lattanzi link? La quale doppiò numerose volte anche Joan Crawford e Rita Hayworth, oltre che le “malvagie” per antonomasia dei film di Disney, la Regina Grimilde di Biancaneve link e la Matrigna di Cenerentola link. La Lattanzi conquistò l’appellativo di “regina del birignao” (nel gergo degli attori vuol dire una dizione viziata da eccessiva coloritura, pronuncia nasale e finali prolungate), che però utilizzò sempre con grande efficacia: si racconta che dopo aver visto la versione italiana del suo "Margherita Gauthier" (1936), Greta Garbo abbia affermato che sarebbe certo stata una migliore attrice, se avesse avuto la stupenda voce della Lattanzi. E come tacere della voce prestata dalle altre grandi doppiatrici degli anni ’50 e ’60: Rina Morelli link (Bette Davis in “Che fine ha fatto Baby Jane” insieme alla Simoneschi che questa volta non doppia la Davis ma Joan Crawford link), Andreina Pagnani link (Greta Garbo in un confronto col doppiaggio di Tina Lattanzi link). Riusciti ed indimenticabili per molti di noi sono poi i doppiaggi di Carlo Romano link, che seguì per quasi tutto il loro percorso nelle sale cinematografiche italiane Fernandel link e Jerry Lewis link, e presentò in lingua italiana i telefilm della prima serie di Alfred Hitchcock doppiandone il monologo iniziale. Una menzione spetta anche al Quartetto Cetra, che ebbe l’occasione straordinaria di doppiare un “unicum” nel cinema di animazione: in Dumbo (1940) di Disney la famosa, impressionante allucinazione dell’elefantino protagonista fu affidata alla vocalità ed all’espressività del non ancora famoso quartetto, che concorse a lasciarci una pagina memorabile del cinema d’animazione.

Ciò che sorprende nei doppiaggi italiani, pur a distanza di molti anni dall’uscita dei film sugli schermi, è la grandissima professionalità, la capacità di aderire ai personaggi doppiati e di renderli sempre credibili, accentuandone le caratteristiche distintive senza però esagerarli fino alla caricatura. E d’altra parte queste qualità li facevano apprezzare anche dalle produzioni italiane che spesso se ne sono servite per doppiare attori italiani bravi ma dotati di voci non sempre idonee a valorizzarne le interpretazioni, come capitò per alcuni film di Sophia Loren, Gina Lollobrigida e per quasi tutti quelli di Claudia Cardinale. I nomi da ricordare sarebbero tanti, dal precursore Mario Besesti a Giulio Panicali, ai caratteristi Luigi Pavese (presente come attore anche in numerosi film di Totò), a Renato Turi, voce ricorrente di Walter Matthau. L’eccellenza del doppiaggio italiano si è protratta nei successivi decenni attraverso le figure, solo per ricordarne alcune, di Pino Locchi al quale si deve il James Bond di Sean Connery link e di Oreste Lionello che ci ha fatto amare e, quando era il caso, detestare, per decenni, il nevrotico Woody Allen link. A Ferruccio Amendola è toccata la parte del leone avendo doppiato meritoriamente per decenni, fino alla sua scomparsa, star americane del calibro di Robert De Niro link, Dustin Hoffman, Sylvester Stallone ed Al Pacino in alcuni dei suoi maggiori successi (Il Padrino, Serpico, Scarface). Ma il nome più prestigioso di questa ampia schiera di doppiatori è stato, senza alcun dubbio, quello di Peppino Rinaldi link, il più stimato dagli stessi colleghi per il suo camaleontismo. Difficile è, infatti, trovare un doppiatore capace di saltare con immutata efficacia da personaggi tormentati, come James Dean link, Marlon Brando link, Richard Burton e Paul Newman, a Jack Lemmon link e a Peter Sellers (inventando per il personaggio dell’ispettore Clouseau, protagonista della serie dei film della Pantera Rosa link, un accento francese che fa pensare a quello americano dell’Ollio di Alberto Sordi), senza trascurare fior di protagonisti come Burt Lancaster, Kirk Douglas e Frank Sinatra (“The Voice”, che quando non cantava andava comunque tradotto in italiano). Di lui, proprio Alberto Sordi ebbe a dire: “Il più grande, e la sua voce è tra le più belle del doppiaggio. Devo dire che all'inizio la sua voce non possedeva quella vasta gamma di sfumature di cui si è dotata in seguito, non era straordinaria; è diventata straordinaria dopo, unica direi.” Particolarmente istruttiva può risultare in proposito una delle sue interviste link.

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