Non sparate sui doppiatori!  di Elio Mottola (Pubbl. 15/03/2019)

Il doppiaggio ha i suoi bravi detrattori, per i quali ogni intervento estraneo all’opera creativa dell’autore viene giudicato come un'indebita manomissione delle sue intenzioni. Il che può valere, eventualmente, per alcune produzioni d’arte che abbiano realmente “un autore”, circostanza questa piuttosto rara, se si considera quante mani intervengono nella produzione di un film, a partire dallo sceneggiatore fino al regista, passando per scenografo, costumista, autore delle musiche e responsabile del montaggio: sono pochi i cineasti che hanno inteso tenere tutte le fasi della lavorazione saldamente nelle proprie mani, come ad esempio Kubrik. Negli ultimi tempi si è andata, quindi, diffondendo la moda di preferire i film non doppiati, per i quali si rendono però necessarie le didascalie: quando sono film in lingua americana (che poi, guarda caso, sono proprio quelli che meno soffrono la “violenza” del doppiaggio, specie quando sono dei prodotti commerciali), la cosa sarebbe anche accettabile, data la diffusione di questa lingua. Oggi, però, molti film di valore artistico sono prodotti in Europa orientale se non addirittura in paesi orientali come Libano, Iran, Taiwan, Corea del Sud e vorrei proprio vederli, i fanatici dell’autenticità, mentre seguono le didascalie e si perdono una buona parte delle immagini, come succede a noi comuni mortali, quando ci capita di assistere ad un film sottotitolato. In questo possiamo sentirci confortati dall’opinione di un grande intellettuale che i film d’arte li faceva, Pier Paolo Pasolini, il quale sosteneva che era sempre preferibile un film doppiato (anche se in maniera sciatta) ad un film in lingua originale con sottotitoli, perché per leggere le didascalie lo spettatore è costretto a perdersi gran parte di una scena e dell'interpretazione di un attore. Per fortuna la contrapposizione tra il fronte dei favorevoli e dei contrari al doppiaggio non ha ancora assunto toni virulenti: diversamente occorrerebbe dare tardivamente ragione a chi sosteneva che l’avvento del sonoro avrebbe snaturato il vero cinema, che era quello muto. Del resto l’idea che il cinema non avesse bisogno di altro che di immagini in movimento si è ciclicamente riaffacciata negli anni del sonoro già a partire dagli anni ’50 con l’apparizione dei film francesi di Jacques Tati link, mimo e regista di grande sensibilità, autore e interprete di almeno tre grandi film umoristici, nei quali sono presenti solo annunci, rumori o motivi musicali: “Le vacanze di Monsieur Hulot” (1953), autentico capolavoro, “Mon oncle” (1958) e “Playtime” (1967). Analoga impostazione, ma con risultati artistici inferiori, seguì Mel Brooks con il suo “L’ultima follia di Mel Brooks” (1976), infelice traduzione del più pertinente titolo originale, “Silent movie”. Il più recente tributo al film muto è certamente “The Artist”, film francese molto riuscito del 2011.

 

NOTA: Nell’articolo “L’arte del doppiaggio”, pubblicato lo scorso 16 gennaio, manca il link di rinvio al filmato inerente l’allucinazione di Dumbo. Per chi fosse interessato a visionare delle immagini che mostrano, al di là del doppiaggio, una grande inventiva e modernità (risalgono al 1941) si rimedia qui di seguito link

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