Canta Napoli: 'A Pizza di Elio Mottola (Pubbl. 09/01/2019)

Non poteva mancare nel vasto panorama della canzone napoletana la celebrazione di uno dei simboli più conosciuti della nostra straordinaria città, che tale rimane malgrado gli scempi che si sono consumati nel suo tessuto urbano e sociale. Procedendo a ritroso, il più recente omaggio è “Pummarola Blues”, brano col quale Tullio De Piscopo sostenne nel 2010 la candidatura, presentata l’anno precedente, all’inserimento dell’arte dei pizzaioli napoletani nella lista UNESCO dei patrimoni intangibili dell’umanità, poi ottenuto nel 2017 con la motivazione: “ … il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale.” Il brano di De Piscopo, pur mantenendosi nella sfera apertamente apologetica, rappresenta un contributo di qualità nel percorso musicale che ha accompagnato la nostra pizza nel tempo. Percorso riconosciuto evidentemente anche dall’UNESCO che, tra le motivazioni innanzi citate include, come si è detto, anche le canzoni.

La tappa precedente è segnata da Pino Daniele che nel 1983 partoriva la sua “Fatte ‘na pizza”. Nel testo, in cui si invitano i napoletani a farsi una pizza, la margherita e la capricciosa vengono però individuate come strumenti politici per tenerli buoni, legati alla tradizione e quindi lontani da inopportune forma di ribellione. L’espressione “c’’a pummarola ‘ncoppa” rinvia testualmente al precedente storico più immediato, “’A pizza”, presentata con successo (2° posto) al Festival di San Remo del 1966 da Aurelio Fierro e Giorgio Gaber che però, malgrado il garbo e l’ironia con cui venne affrontata da entrambi gli interpreti, non sottraeva la pizza al suo tradizionale ruolo di prelibatezza partenopea.

Facendo un ulteriore passo indietro, il biennio 1957-58 ci consegna ben tre pizze, pardon… tre canzoni sulla pizza, due delle quali non sono di facile reperibilità: si tratta di “ ‘A pizzaiola” di Casolini-Bonafede e di “Cardulella” di Furnò-Oliviero quest’ultima misteriosa finanche nel titolo, dal significato incerto: per chi volesse approfondire segnaliamo la pubblicazione di Tommaso Esposito, “ ‘A pizza, Viaggio nella musica napoletana” (Ed. L'arca e l'arco, 2013, con allegato CD eseguito da Enzo e Florian). Il terzo brano, del 1957, è propriamente “una pizza” ancorché dovuto ad un binomio giustamente celebre e tuttora celebrato, Riccardo Pazzaglia e Domenico Modugno, che l’anno prima avevano composto nientemeno che “Lazzarella” e l’anno dopo, superato l’Annus Malus, ci regaleranno quell’altro gioiellino che è “io, mammeta e tu”. “ ‘A Pizza cu’a pummarola” link, questo il titolo, è di una banalità unica, sia nella musica che nel testo, un vero e proprio incidente nella giustamente gloriosa produzione dei due autori: difficile immaginare un punto più basso per la povera pizza, che ne esce avvilita. Le cose erano andate appena un po’ meglio due anni prima, nel 1955, quando Caputo e Framel pubblicano “Sophia” link . Più che un omaggio alla pizza è un peana alle grazie della “pizzaiola” Sophia Loren, protagonista del memorabile episodio del film di De Sica dell’anno precedente “L’oro di Napoli” link (una perla del cinema italiano e napoletano al quale dobbiamo anche l’inestimabile “partita a scopa”, che non cesseremo mai di amare link). Il brano non è malvagio, anche musicalmente, ma il testo pecca di doppi sensi abbastanza gratuiti (il “solitario” è prelevato pari pari da “Agata” di Pisano-Cioffi del 1937). Nel 1947 E.A. Mario, poeta e compositore napoletano di fama nazionale, autore della celeberrima “Leggenda del Piave”, oltre che di capolavori indiscussi come “Funtana all’ombra”, “Canzone appassiunata”, “Dduje paravise” e “Tammurriata nera” (su versi di E.Nicolardi), compose la musica di “ ‘A canzone d’ ‘a pizza”, che affidò alla bellissima voce tenorile di Franco Ricci. Questo grande interprete aveva peraltro esordito sulla scena lirica con successo al Teatro San Carlo ma, per motivi economici dovuti – pare - al declino della sua ricca famiglia di commercianti, dovette ripiegare sul repertorio leggero link. La canzone esibisce gradevolmente un vero e proprio menù della pizza al pomodoro dell’epoca, descrivendone le varianti (con l’origano, coi “cicenielli” e con la mozzarella). L’anno dopo, lo stesso autore partorì versi e musica di “ ‘A pizza cu ‘o segreto”, che aveva però la sola finalità di pubblicizzare la pizzeria di un suo amico, detentore del presunto “segreto”, ed è quindi giustamente caduta nell’oblio. Tornando indietro nel tempo, e precisamente al 1918, non poteva mancare nella storia del connubio tra musica e pizza l’intervento di Raffaele Viviani: “ ‘O pizzaiuolo” non è propriamente una canzone, perché la componente musicale si limita soltanto ad un pittoresco intervento strumentale vagamente bandistico link. In compenso il testo, che vede la pizza come pretesto per la denuncia dei danni che le guerre, anche se vinte, provocano come sempre nelle classi più povere: il pizzaiolo lamenta che non riesce a vendere le pizze perché più care e meno buone di prima della guerra. L’approccio di Viviani è in linea col realismo colorito e dolente che caratterizza tutta la sua opera link. Del 1908 è invece “’O Pizzaiuolo” di Fiordelisi-Mazzone di cui non si sa più nulla. Qualche anno prima, nel 1902, si era cimentato con la pizza anche Salvatore Di Giacomo che, su musica di V.Valente, smentendo l’equazione secondo la quale le cose troppo gustose sono micidiali, ne magnificava le virtù terapeutiche e addirittura i vantaggi ostetrici: “Nun è overo c’ ‘a pizza fa male. Nun è overo c’ abboffe ‘e burelle: ccà s’ ‘a manna a fa fa Cardarelle (l’insigne patologo Antonio Cardarelli, n.d.r.), e pe cura ‘e malate a vo dà. E ‘a maesta, si sta dint’ ‘e cunte e se magna na pizza ‘a semmana, figliarrà senza manco ‘a vammana, e nu mascolo ‘e figlio farrà.” (per il testo completo vedi link). Capurro, con Gambardella, altro grande melodista non trascrittore (come Viviani ed E.A.Mario), autore di capisaldi come “Comme facette mammeta”, “Lili Kangy”, “Ninì Tirabusciò”, “Quando tramonta ‘o sole”, compose uno dei più convincenti tributi alla pizza, “ ‘O pizzaiuolo nuovo” che unisce ad una musica accattivante un testo particolarmente efficace e simpaticamente allusivo link. Testo che ci comunica anche un insospettabile dato storico: mentre sussistono tuttora forti dubbi sull’invenzione della pizza margherita (il 1889 in onore della Regina o parecchi decenni prima secondo le ricerche filologiche di Emanuele Rocco e Angelo Forgione?), questa canzone ci dice che, lungi dall’essere nata negli anni ’60 dell’Ottocento, come tutti pensavamo, la “quattro stagioni”, o “quattro gusti” che dir si voglia, esisteva già prima del 1896. La presenza degli ingredienti evocati nel testo di Capurro sarebbe peraltro confermata da una canzone del 1890, di Luigi Stellato, “’O pizzajuolo de palazzo” nella quale si parla di pizze “con ll’uoglio e co ll’aglio; col fungo; co lo pesce; col cacio e la ‘nzogna.” Quanto ci sia ancora da scoprire, andando a ritroso, sul coinvolgimento della pizza nella canzone napoletana è argomento trattato dalla pubblicazione di Tommaso Esposito innanzi richiamata, dalla quale si apprende che la più antica citazione musicale della pizza risale al XV secolo e si intitola “Famme la pizza”, sonetto anonimo dedicato ad una certa Cecca, che cantava affacciata alla finestra. L’autore le chiede: ”O bella, bella de le maiorane famme la pizza quanno fai lo pane!” E più avanti: “Non me la fare troppo tostarella, c’aggio li diente comme a becchiarella”. Nasce dunque nel ‘400 l’associazione, immancabilmente sessista, tra la pizza e la donna. Guardando a questo precedente storico non ci resta che augurarci che, dopo la pizza, venga inclusa nella lista UNESCO del patrimonio intangibile dell’umanità anche la prorompente avvenenza di Sophia Loren ventenne, insieme, beninteso, a De Sica e a “L’oro di Napoli”, a cominciare dalla strepitosa partita a scopa!

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